ebola vauroUn centinaio di persone ha assistito, nella serata di giovedì 11 dicembre, all’incontro Ebola: tra paura e realtà, l’incontro organizzato dall’associazione Medici con l’Africa – Cuamm e patrocinato dal Comune e dall’ordine dei medici chirurghi e odontoiatri della Provincia di Como. Tra gli ospiti, oltre al presidente comasco dell’associazione Italo Nessi e al primario del reparto Malattie infettive del Sant’Anna Domenico Santoro, anche i medici Massimo Brenna e Chiara Maretti, volontari in Africa. Già disponibili sul canale di ecoinformazioni tutti i video della serata

Una “storia” lunga trent’otto anni, da quel 1976 quando venne per la prima volta riscontrata nella regione da cui prende il nome, fino ad arrivare alle più recenti epidemie, capaci di devastare interi Paesi e di far tremare l’intero Pianeta. Di questo e altro si è parlato a Ebola: tra paura e realtà, l’incontro organizzato dall’associazione Medici con l’Africa – Cuamm, con il patrocinio del Comune di Como, presso la Biblioteca comunale nella serata di giovedì 9 dicembre.

Introdotti e coordinati da Italo Nessi, presidente della sezione comasca dell’Associazione e medico dalla lunga esperienza nelle zone interessate dal virus, i vari ospiti hanno così compiuto un’ampia panoramica sulle “ragioni” delle ultime emergenze connesse all’Ebola, sui motivi delle recenti propagazioni e sulla particolarità di queste, oltre a fotografare la situazione sul campo e l’attività dei volontari impegnati a combattere la malattia.

Se lo stesso Nessi ha presentato i trascorsi storici del virus, capace di innestarsi in questi ultimi casi in una situazione già complessa per le popolazioni locali, il direttore del reparto Malattie Infettive del Sant’Anna Domenico Santoro ha spiegato la natura epidemiologica del problema, le ragioni del suo pericolo e le procedure attivate anche nel nostro territorio per prevenirne la diffusione.

Originaria del regno animale, con tutta probabilità dal pipistrello della frutta tipico di quelle zone, l’Ebola ha avuto i suoi primi riscontri umani verso la metà degli anni ’70 nella regione del fiume omonimo, come ha illustrato il medico anche con l’uso di diapositive. Una malattia gravissima, con una percentuale di mortalità tra il 50 e il 90% e dalla propagazione estremamente veloce, che ormai imperversa in diversi stati come la Liberia, la Guinea e la Sierra Leone, fino ad arrivare in Senegal, Mali e in Nigeria, per fortuna con numeri estremamente ridotti. Così non è stato invece per i primi focolai dell’ultima malattia, quelli appunto nel Corno d’Africa, che sfruttando anche una serie di tradizioni culturali, come l’abitudine di toccare o lavare i morti durante i funerali, ha conosciuto una diffusione amplissima, per la prima volta estesa anche ai grandi centri abitati come Monrovia in Liberia e Freetown in Sierra Leone. Una vera e propria emergenza quindi, che ha parzialmente interessato anche i Paesi occidentali, come la Spagna e gli Stati Uniti, e che ha spinto anche l’Italia ad attivarsi per rispondere ad eventuali casi. All’ospedale Sant’Anna, ha concluso Santoro, sono state per esempio attivate da mesi procedure ad hoc, sia nella prima fase di Triage che nella cura del malato.

Se Santoro ha così esaurito la parte “accademica”, gli altri ospiti si sono invece concentrati sui costi sociali dell’emergenza, oltre che a mostrare l’azione di Medici con l’Africa. Il dottor Massimo Brenna, chirurgo e volontario dell’associazione, ha per esempio ragionato sulla situazione particolare del Corno, a cominciare dalla reale capacità d’azione dei vari sistemi sanitari e sui motivi delle mancate azioni nel contrasto alla malattia. Ragioni culturali o d’abitudine secolare, come già introdotto da Santoro, ma anche ragioni più pratiche, come la pochezza delle strutture ospedaliere, la mancanza di risorse e la concentrazione delle poche presenti nel contrasto all’Ebola, abbandonando la cura di altre malattie ugualmente gravi, oltre alla mancanza “fisica” di un buon numero di medici e operatori locali. Un orizzonte quasi fosco, in zone che rimangono tra le più povere del pianeta, che non è più solo africano e che ha quindi originato episodi di vera e propria psicosi globale, tra enfasi mediatica e impreparazione degli stessi organismi internazionali, a cominciare dall’Oms.

Ancora più nello specifico è entrata la dottoressa Chiara Maretti, arrivata in sostituzione del collega Giovanni Putoto bloccato all’estero, che ha illustrato la sua esperienza nell’ospedale di Pujehun in Sierra Leone e gestito direttamente dal Cuamm. Un reportage molto forte, che ha mostrato al pubblico i luoghi dove operano gli ormai famosi Ebola fighters recentemente premiati dalla rivista Time come personalità dell’anno, tra le procedure di isolamento e cura dei malati, volti di pazienti e operatori arrivando ad alcune testimonianze dei tentativi dell’ autorità locali, tra cartelli esplicativi e pompe per il lavaggio delle mani posizionati in ogni luogo.

La serata si poi conclusa con la proiezione di un breve filmato dedicato all’attività dell’associazione, attiva dal 1950 e tra le maggiori del nostro Paese nell’ambito dell’assistenza sanitaria, oltre ad alcune domande dalla platea, a simboleggiare l’interesse che la materia continua a suscitare nell’opinione pubblica. Un incontro proficuo da questo punto di vista, che si chiuso con una frase simbolica dello scrittore Samuel Johnson: “dove non c’è speranza non ci può essere sforzo”[Luca Frosini, ecoinformazioni]

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