18 maggio/ I Fili di Dieye/ Comunità dell’Annunciata

L’incontro I Fili di Dieye si terrà a Como nella palestra della Comunità dell’Annunciata in viale Varese 19 a causa della situazione metereologica.
Alle 19 cena solo su prenotazione, alle 21 concerto ad ingresso libero. Prenotazioni: 3482944822/
 ifilididieye@gmail.com

Oltre che una festa per Dieye e un concerto di valore, la serata del 18 maggio vuole essere un’occasione  per lanciare un messaggio di accoglienza, contro l’odio razzista e il pregiudizio che Salvini strumentalmente sta seminando in tutte le piazze italiane. 

«Ne stanno parlando quotidiani, radio, le scuole. La senegalese Dieye, di cui leggerai nella storia, sta diventando un simbolo. Alle 21 ci sarà un grande concerto con danze e musica a ingresso libero e, chi volesse,  (posti limitati)  ha la possibilità di prenotarsi per la cena senegalese che comincerà alle ore 19. Lo scorso novembre Qui Como pubblicava un’intervista a Elena Razzi su un esempio di integrazione in un “cortile solidale” a Figino Serenza, in provincia di Como. L’articolo aveva avuto in quei giorni centinaia di condivisioni sui social e aveva provocato reazioni inaspettate; diverse persone avevano iniziato a interessarsi alla piccola realtà figinese. Alla fine dell’intervista, Elena lanciava un invito a cena per il giorno del suo compleanno. Nell’invito parlava di una tavola e di Dieye, la sua vicina di casa del Senegal, che avrebbe cucinato insieme a lei. A dicembre in molti avevano scritto ad Elena per chiedere di partecipare alla cena. Da quei messaggi partì la promessa di organizzare presto una festa più in grande. Così insieme a Dieye, Elena ha stabilito una data, il 18 maggio, trovato un grande spazio all’aperto che si affaccia sui binari della ferrovia, e con l’aiuto del marito Andrea Parodi (da anni impegnato nel settore della musica) ha trovato dei musicisti del Senegal, perché in Senegal non c’è festa senza danze. 

Marius Seck è un musicista di Dakar, operaio in una fabbrica di Alessandria. Suona e canta canzoni che veicolano messaggi di pace e di gioia sulle note delle antiche musiche della sua terra. Nel 2000 registra il primo album Ndioukeul, Omaggio, arrangiato con Samba Laobe Ndaye, Youssou Camara e il gruppo Missal da Dakar con alcuni elementi della band di Youssou N’Dour. A Marius e alla sua band si aggiungerà il celebre cantautore canadese Bocephus King, la cui musica è ricchissima di contaminazioni e collaborazioni. Bocephus è arrivato in Italia per la prima volta negli anni ’90 conquistandosi l’affetto e la stima del pubblico e della stampa. La rivista Buscadero gli dedica la copertina e aggiunge: «soltanto una volta, prima di Bocephus, abbiamo messo in copertina un artista che non era ancora famoso. Si trattava di Tracy Chapman». Negli anni l’istrionico musicista canadese ha saputo cambiare pelle e rinnovarsi abbracciando generi diversi che vanno dal folk al country fino ad arrivare alla world music e ha cominciato un interessante lavoro di traduzione in inglese dei più grandi cantautori italiani: De Andrè, Guccini, Tenco. Nel frattempo l’organizzazione della festa cominciava a diventare qualcosa di diverso: una squadra di donne si stava spontaneamente creando intorno a Dieye, diventando la forza di un progetto più importante. Donne che non si erano mai incontrate prima, unite da un comune sentire, dal desiderio di aiutare Dieye e chi come lei ha una storia che non ha voce. Così la serata del 18 maggio inizia a connotarsi come una festa per Dieye, una festa per realizzare il suo sogno: quello di tornare in Senegal dalla propria famiglia.  Naturalmente accanto a Dieye ci sono anche le sue amiche senegalesi, e prima di tutto c’è la voglia di divertirsi e stare insieme. Le donne durante i preparativi della festa vestiranno abiti africani che la mamma di Dieye ha confezionato e spedito. I bimbi del “cortile solidale” spesso si scambiano i vestiti per i giochi: da qui l’idea di ispirarsi alla loro fantasia senza confini, per indossare gli abiti che faranno parte del viaggio di quella sera. E dal Senegal sono arrivati anche i fiori del bissop con cui preparare la bevanda tipica. Con il villaggio natale di Dieye si è creato un ponte: l’intera famiglia è coinvolta a distanza nell’organizzazione e si sente partecipe. Durante la festa si cercherà di fare una diretta video con Mbour dove tutti, quella sera, saranno davanti allo schermo. La serata prevede una cena a tema a cui bisognerà prenotarsi e a seguire una festa che sarà aperta a tutti. Aclichef di Como mette a disposizione la propria struttura e il cuoco Francesco Iaquinta ha con entusiasmo accolto la proposta di dare una mano. Alla domanda «cosa ne pensi di indossare l’abito colorato cucito dalla mamma di Dieye?» risponde: «Perché no? La mia Calabria e l’Africa non sono così lontane!».

Francesca Panzeri, una delle donne della squadra, ha proposto di coinvolgere attivamente nell’organizzazione della festa i ragazzi di Refugees Welcome. Francesca e la sua famiglia sono di recente passati dalle parole ai fatti, decidendo di aprire la propria porta di casa a un rifugiato richiedente asilo. «Nessuno intraprende un viaggio simile per piacere, se mio figlio dovesse partire vorrei che incontrasse persone accoglienti». Refugees Welcome è un’associazione che promuove l’accoglienza in famiglia di persone con status di rifugiato o con altra forma di protezione, con la finalità di portare il rifugiato all’autonomia. L’obiettivo di Mariagrazia Giove, fotografa di origini pugliesi di straordinario talento, realizzerà un reportage fotografico. Mariagrazia, che ha fotografato in tutti i maggiori festival e club musicali italiani, europei e americani, è organizzatrice e curatrice di mostre, creatrice di diversi progetti che racchiudono sempre un messaggio culturale e sociale. A Milano ha portato in mostra a favore dell’Airc 64 scatti di donne. Con il progetto più importante di tutti, Musica Nomade, ha coinvolto oltre 150 musicisti in giro per il mondo. Lei ama le persone, e le persone si innamorano di lei. Le sue fotografie in futuro potrebbero essere utilizzate per altri viaggi virtuali e per ulteriori progetti di accoglienza, progetti che forse sono ancora nei sogni, in un momento buio in cui ai migranti viene negato di sbarcare dalle navi. Perché ci si può rattristare davanti ai racconti di chi abbandona la propria terra, ma certi destini si possono incrociare e le radici del baobab possono espandersi in una terra accogliente. Non a caso la location della festa si affaccia sui binari del treno: le rotaie sono il simbolo dei legami che si creano tra le persone. E non a caso il mestiere che più Dieye ama fare è quello di intrecciare i capelli: le sue mani intersecano con fili colorati i lunghi capelli delle donne, memoria di antichi rituali dell’Africa. Fare, disfare, annodare e riannodare. I fili di Dieye, titolo scelto per rappresentare l’intero progetto, sono l’immagine della vita e metafora dell’attaccamento alla propria terra e del coraggio di lasciarla. Fili robusti e fili sottili; fili che creano legami, vicini e lontani. Una trama di fili, la storia di Dieye, metafora della sua vita e della vita di tante donne e madri nei cui occhi si legge la nostalgia dell’angolo di mare dove batte sempre il sole e dove i manghi sono dolcissimi.» [Fili di Dieye]

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