Giuliana Sgrena, una giornalista giornalista

Foto Dario Onofrio, ecoinformazioni.

Giancarlo Siani – tra i fondatori del Movimento Democratico per il Diritto all’Informazione, corrispondente per il quotidiano Il Mattino, rimasto per sempre giovane, perché ucciso dalla Camorra a soli ventisei anni, nel 1985, per un’inchiesta sugli appalti pubblici nella ricostruzione dopo il terremoto in Irpinia – diceva: «Ci sono i giornalisti giornalisti e i giornalisti impiegati». Tra il 21 e il 25 ottobre, grazie all’Arci della Lombardia che ha organizzato le presentazioni, abbiamo avuto l’opportunità di incontrare Giuliana Sgrena, una “giornalista giornalista”, storica inviata del quotidiano il manifesto, in occasione della presentazione del suo ultimo libro di Giuliana Sgrena, giornalista, – Manifesto per la verità. Donne, guerre, migranti e altre notizie manipolate [Il Saggiatore, Milano, pagg. 259, 15 euro].

Il risultato di un impegnativo lavoro di ricerca e inchiesta svolto per anni è un saggio, appassionato e profondo; un’analisi amara, lucida, ampia, molto documentata. Con le ben 218 note a corredo sulle fonti dei dati e dei fatti riportati, Sgrena ha voluto dimostrare, e non solo affermare, che con professionalità e determinazione si può fare un’informazione di qualità, unico modo per lottare contro le fake news, i “fatti alternativi” (così ha definito le bufale Kellyanne Conway, consigliera di Donald Trump, il presidente statunitense che ha portato notizie false o manipolate al potere).

Vittime accertate e potenziali

Il libro ha un sottotitolo che illumina da subito quelle che l’autrice individua come i tre principali bersagli della «guerra mediatica – non solo nella versione digitale, ma anche con il supporto della carta stampata»: donne, guerre, migranti. «Le vittime di questi abusi dell’informazione non sono solo i corpi delle donne: quando si parla di migranti la verità si inabissa in fondo al mare. Per non dire delle notizie che giungono dai fronti di guerra, brandelli distorti dei fatti, piegati e manipolati secondo il tornaconto dei governi».

Certo notizie false, distorte, manipolate sono sempre esistite. «La differenza tra gli esempi del passato e quelli di oggi è la capacità di diffusione che le fake hanno raggiunto attraverso Internet e i social network, oltre al fatto che la tecnologia ha dato a ciascuno di noi la possibilità di diffondere in tempo reale notizie (vere o false)».

Lettrici e lettori sono esposti al rischio di considerare “vere” le opinioni, che spesso prevalgono sui fatti, di aderire acriticamente a posizioni prive di dubbi, di prendere per verificati numeri «sparati» a caso da giornalisti «spaventatori» che, ingannando l’opinione pubblica, ne modificano la percezione della realtà. E le ragazze e i ragazzi sono ancora più a rischio degli adulti.

Per questo la lettura del libro di Sgrena è particolarmente adatta a studenti delle scuole superiori, un utile strumento per accompagnarli ad orientarsi in questo mare, dove informazioni verificate si mescolano a informazioni inaffidabili, superficiali, semplificate. Nelle scuole in cui il libro è stato letto e discusso, talvolta anche alla presenza dell’autrice, è stato accolto molto positivamente da insegnanti e studenti, interessati non solo al lavoro meticoloso della giornalista e scrittrice, ma anche ad alcuni esempi da lei utilizzati per svelare i meccanismi mediatici nell’era della “postinformazione”.

Informazione di qualità

Non tutti i giornalisti e le giornaliste sono «collusi con la propaganda», anzi ce ne sono tanti e tante che rischiano per fare bene il proprio mestiere. Nel capitolo che chiude il libro, “La morte dell’informazione ai tempi dei social” Giuliana Sgrena scrive che Salvini avrebbe voluto eliminare la scorta a Saviano e Ruotolo, due dei ventuno giornalisti italiani costretti a vivere sotto scorta (ai quali il 12 ottobre si è aggiunto Nello Scavo, il giornalista dell’Avvenire, che ha svelato la presenza del libico trafficante di esseri umani, Abd al-Rahman al-Milad, più noto come Bija, all’incontro con le autorità italiane tenuto a Mineo, in Sicilia, nel 2017.

A lui, a Nancy Porsia – la giornalista freelance che per prima, da marzo 2016, ha indagato sulla violazione dei diritti umani dei migranti, per questo più volte minacciata da Bija -, a Nurcan Baysal – giornalista e attivista per i diritti umani nella cui casa di Diyarbakir il 20 ottobre 30-40 poliziotti turchi armati hanno fatto irruzione per le critiche espresse sui all’offensiva militare dell’esercito turco nel Nord della Siria terrorizzando, in sua assenza i figli, ancora piccoli – abbiamo voluto mandare un abbraccio solidale.

Le minacce ricevute da Nello Scavo e da Nancy Porsia confermano quanto Giuliana Sgrena scrive: «Non occorre andare in guerra per rischiare la vita. Basta occuparsi di temi scottanti. Per le loro inchieste sono stai assassinati Daphne Caruana Galizia a Malta e Ján Kuciok in Slovacchia».

Nove casi su dieci di giornaliste e giornalisti uccisi restano impuniti, giornaliste e giornalisti vengono incarcerati solo perché scomodi (110 solo in Turchia). L’Italia occupa la quarantottesima posizione nel Rapporto sulla libertà di stampa di Reporters Sans Frontières.

E fa rabbrividire l’ostentata “alzata di spalle” di Trump «di fronte al selvaggio assassinio dell’editorialista del Washington Post, Jamal Khashoggi», fatto a pezzi nel consolato dell’Arabia Saudita a Istanbul.

Che fare? Una strada viene indicata da Federazione nazionale della Stampa italiana e Associazione Lombarda dei Giornalisti che, nell’esprimere solidarietà a Nello Scavo, hanno scritto: «Ora è ancora più necessario che tutti i media riprendano e approfondiscano le inchieste sui trafficanti di esseri umani, anche per fare da “scorta mediatica” ai colleghi che, siamo certi, non si lasceranno intimidire».

Approfondimento del contesto in cui avvengono i fatti raccontati, onestà e coerenza nel riferirli, rendono attendibile una notizia e ne fanno un’informazione di qualità, unica possibilità per salvare i giornali e far sopravvivere la democrazia nel tempo in cui politica ed economia sono «brodo di coltura delle falsità». In Italia abbiamo avuto recenti esempi inquietanti e ancora ci chiediamo come sia stato possibile che per più di un anno l’agenda politica della Lega coincidesse con l’agenda mediatica.

Guerre e propaganda

Il ruolo dei media nella manipolazione delle notizie diventa ancora più evidente durante le guerre. I potenti sono sempre riusciti a piegare l’informazione ai propri interessi, per guadagnare il favore del popolo che deve sostenere i costi di una guerra. Donald Rumsfeld, due volte segretario di Stato, con due presidenti repubblicani, ha definito questa strategia perception managment.

All’inizio della guerra in Afghanistan il governo statunitense chiese ai media di far apparire la guerra come “positiva” e “giusta”. Dopo la guerra in Vietnam negli Usa fu creato il News Management che manipola le notizie preparandole addirittura in anticipo. Nel libro Sgrena sostiene che la propaganda è un’arma indispensabile in un conflitto. E si soffermasui due modi di raccontare la guerra: quellodei giornalisti “embedded” e quello degli inviati.

Reportage autentici vengono «annegati in una marea di commenti di cosiddetti “esperti” che di solito non hanno mai messo piede in questi luoghi». È stato così anche per i bombardamenti al fosforo dell’esercito statunitense a Falluja, documentati solo da Giulina Sgrena e da Rainews24 che aveva ripreso la notizia, che in Itlia non è stata occultata, ma è stata ritenuta “irrilevante”.

Anche in guerra le donne sono più “vittime” degli uomini. Lo dimostra lo stupro usato come arma, sebbene sia dal 2008 considerato dall’Onu un crimine contro l’umanità (Risoluzione 1820),un occasione per l’esercizio di un potere assoluto, totale, in grado di espropriare gli sconfitti non solo della loro dimensione pubblica, privandoli del loro territorio nazionale, ma anche di quella privata, penetrando nelle loro case, squarciandone l’intimità, brutalizzando i corpi e rendendo schiave le donne. Nel libro Giuliana Sgrena scrive di Nadia Murad, l’attivista yazida, schiava sessuale, insieme a molte altre giovani donne da parte del Gruppo Stato Islamico, insignitas del Premio Sakharov del Parlamento europeo e del Premio Nobel per la Pace nel 2018. Il pensiero va anche a Hevrin Khalaf, la giovane segretaria generale del Partito del Futuro, che in Siria del Nord è stata lapidata dai jihadisti, fanatici e sanguinari assassini che si fanno scudo della religione per compiere le violenze più efferate: Hevrin Khalaf è stata uccisa per metterla a tacere perché con le sue azioni mostrava un’alternativa luminosa all’oscurantismo fondamentalista.

“Se l’è andata a cercare”

E non serve andare in luoghi di conflitti armati per verificare quanto le donne siano discriminate, anche nel modo di raccontare le violenze che su di loro vengono esercitate. Sgrena dedica la prima parte del libro, tre capitoli dai significativi titoli – Pornografia mediatica, La cultura dello stupro, Amore assassino a come i giornali e le televisioni trattano le vittime di molestie, violenze e femminicidi. In Italia, ancora oggi se una donna «ha subito molestie si scrive che ci ha fatto carriera, mentre se uno ammazza la moglie per i giornali ha agito in preda a una rabbia momentanea». Lo scrivono gli uomini, ma anche le donne. Perché talvolta anche le giornaliste non sono protagoniste del contrasto alla cultura patriarcale e del cambiamento che vorremmo vedere nella società. Stupri e femminicidi vengono raccontati articoli che pongono più attenzione agli autori delle violenze che alle vittime. Spesso gli autori vengono deresponsabilizzati e giustificati – con parole tipo amore, raptus, passione, gigante buono – e le vittime subiscono così una seconda violenza. Ci sono delle lodevoli eccezioni come le giornaliste di GiULiA – Giornaliste Unite, Libere e Autonome –, associazione di cui anche Giuliana Sgrena fa parte, che hanno prodotto il “Manifesto di Venezia”, un codice di autodisciplina.

L’azione di GiULiA è meritoria, ma insufficiente. In Italia – scrivono – «le giornaliste sono tante, tantissime, quasi la metà della categoria, esposte nelle indagini più complesse e pericolose, abbiamo tante colleghe di ingegno, di grande raffinatezza di pensiero», ma questo non impedisce che siano «discriminate nelle carriere e nella visibilità», pagate meno degli uomini e «non ha persuaso i giornalisti maschi, anche i più apprezzati, a porre le giornaliste sul loro stesso piano». «Come ha detto un giornalista famoso e stimato come Enzo Biagi quando apprese del mio rapimento, sarebbe stato meglio se fosse rimasta a casa a fare la calza». «Se fossi tornata in una bara mi avrebbero celebrata (forse) come una giornalista che cercava la verità e aveva fatto degli scoop. In realtà uno scoop, quello dell’uso del fosforo bianco a Falluja, l’avevo anche fatto, ma nessuno se n’era accorto. Invece sono tornata viva e colpevole, visto che me l’ero andata a cercare».

Abbiamo una strada lunga, stretta e in salita da percorrere. Per ora l’amara conclusione è che «Anche il giornalismo non è un mestiere per le donne». [Celeste Grossi, ecoinformazioni]

Guarda sul canale di ecoinformazioni i video della presentazione del libro a Como.

Condividi:

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: