Intervista al climatologo Frank Raes / Il Movimento Fridays for future rimanga se stesso

Il fisico di fama internazionale parla dei cambiamenti climatici e del futuro del Movimento

Parla per quasi due ore di cambiamenti climatici introdotto da Roberto Fumagalli, presidente del Circolo Ambiente Ilaria Alpi. E lo fa appassionatamente, a tratti quasi concitato. Poi risponde alle domande del pubblico in modo non liquidatorio. E non si stanca di spiegare, precisare, capire meglio le osservazioni rivoltegli.

Ma il professor Frank Raes, climatologo di fama internazionale, non è un ambientalista con l’elmetto. Termini come «occupazione» e «resistenza passiva» non fanno parte del suo vocabolario. E non solo perché sente il dovere di stare dalla parte delle istituzioni virtuose, mantenendo una collaborazione con la Commissione europea, come egli stesso ammette.

Soprattutto perché ha un approccio scientifico ai problemi, essendo un fisico. E un innato ottimismo, basato sulla convinzione che uomo e ambiente sono strettamente connessi e forse è questa, l’unica vera loro fortuna. Inutile, quindi, tentare di fargli domande politiche. Ma questo lo abbiamo capito solo dialogando con lui.

«Professor Raes, recentemente il Comune di Como ha emesso un’ordinanza che impone di tenere chiuse le porte di accesso ai negozi per evitare dispersione termica, ma a eccezione di quelli che installano barriere d’aria, ovvero dispositivi elettrici che consentono di lasciarle aperte. Dato che il consumo da loro prodotto sembra alto, secondo lei si tratta di una misura adeguata? E ci sarà un vero risparmio, oppure è solo fumo negli occhi?»

«È difficile rispondere su due piedi alla domanda: bisognerebbe fare uno studio, che forse è facile redigere, trattandosi solo di misurare e monitorare costi e benefici».

«Ma non le sembra un controsenso che per risparmiare energia sia necessario consumarne?»

«Teoricamente si. Ma non è detto che poi il risparmio – anche contenuto – non sia reale. Piuttosto bisognerebbe chiedere al Comune se questa ordinanza sia stata emessa in base a studi scientifici. E farseli indicare, per poter verificare».

«Cosa pensa dell’evoluzione del movimento italiano Fridays for future? Ha qualche suggerimento in merito?»

«Parlo sempre con loro e devo dire che hanno realmente mosso qualcosa. E hanno pure la consapevolezza di averlo fatto. Ora è necessario che proseguano la loro lotta senza radicalizzarsi, meglio se continuando a organizzare eventi e scioperi. Ma con modalità sempre giocose, senza diventare troppo seri o intransigenti. Devono avere pazienza e andare avanti così per qualche anno, fino a quando le cose inizieranno a cambiare. Perché l’effetto delle loro lotte non è solo sui giovani, ma anche sugli adulti. Sui politici. Sperando che tra gli adulti non prevalga il cinismo che emerge in certi ambienti e che tende a svilirli a causa della loro giovane età. Il suggerimento è: continuate ad avere la scienza come riferimento, cosa che per altro fanno già. Le possibilità di cambiare le cose ci sono, come spiegavo poco fa, e loro devono convincerci. Se poi le cose continueranno a non cambiare, evidentemente è perché nella società ci sono interessi non sani».

«Ma in questo Movimento, lei vede un’evoluzione?»

«Per il momento è difficile dirlo, perché in fondo esistono da poco più di un anno. Tra pochi giorni – il 29 novembre – organizzeranno un nuovo sciopero globale, e dovranno riuscire a spiegarne bene le motivazioni. Perché siamo noi adulti a dover cambiare le cose. Il loro ruolo consiste nel convincerci a farlo. Poi anche loro cresceranno, andranno a votare e toccherà infine a loro influenzare le politiche e costringerle a cambiare».

«Secondo lei, è davvero possibile ottenere risultati nelle lotte ambientali rimanendo solo nell’ambito della legalità?»

«La legalità è importante… (ride). Penso che una società senza legalità non vada da nessuna parte. E dalla parte della legalità credo debbano stare anche i giovani. Penso che comunque sia possibile cambiare il sistema anche divertendosi. Inventare nuove regole, nuove opportunità, può anche essere divertente. Se invece si metteranno a fare politica in modo tradizionale, temo si perderanno. Devono trovare un modo di fare politica che non è destra, non è sinistra ma che non sia neppure populismo. Una “quarta via” che si allontani dal populismo e insegni a rapportarsi meglio tra le persone, e con la natura. Ci sono tanti filosofi che parlano di questa ulteriore opportunità e di cui abbiamo un grande bisogno».

«Lei vive da tanto tempo in Italia e conosce molto bene il nostro Paese. Come mai secondo lei, a differenza di altri stati europei, in Italia un partito verde fatica così a decollare?»

«Francamente non saprei. In Germania i verdi sono sempre stati una forza. In Belgio – io sono belga – il partito verde è stato forte fino a 10, 15 anni fa. Poi è sceso fino a essere irrilevante, e ora sta riguadagnando. Sono evidentemente ondate che dipendono da situazioni interne. In Italia negli anni scorsi c’è stato il Movimento 5 stelle, che ha dedicato una delle sue stelle proprio all’ambiente. Poi è andata come è andata e ora vedremo che cosa accadrà. Se avessi una risposta alla sua domanda, forse non sarei qui! (Ride)».

«Poco fa lei ipotizzava scenari su un ipotetico aumento incontrollato della temperatura terrestre. Nella peggiore delle ipotesi, se proprio la situazione dovesse completamente sfuggirci di mano, secondo lei la specie umana rischierebbe davvero l’estinzione?»

«Non credo che la specie umana si estinguerà. Si estinguerà piuttosto la nostra cultura, quella che abbiamo creato nelle ultime centinaia di anni. Però come minimo torneremmo al medioevo, senza istituzioni democratiche in grado di gestire la società. Senza una società redistributiva che guarda alle fasce deboli della popolazione. Crescerebbe l’individualismo, torneremmo a difendere il nostro campanile, le nostre città. Qualcosa del genere comincia già a vedersi ora, con i rifugiati climatici costretti ad abbandonare le loro terre. Ma il fenomeno diventerebbe incontrollabile, con una pressione sulle nostre istituzioni che diventerebbe tremenda, insostenibile. Sarebbero probabilmente loro – le istituzioni – a estinguersi. E torneremmo a un’epoca di barbarie che porterebbe alla distruzione della società umana».

«A proposito di cultura e di civiltà, può spiegarci brevemente il significato del Museo della tecnologia dell’Antropocene, da lei fondato a Laveno Mombello, sul lago Maggiore?»

«Dobbiamo cambiare cultura: è questo il significato che ho voluto dargli. La cultura moderna ha portato una netta separazione tra natura e uomo. Chi visita il museo sarà chiamato a conoscere e utilizzare gli oggetti come sorta di viatico alla transizione che siamo chiamati a fare. Dobbiamo transitare da una cultura vecchia a una nuova. E anche a una nuova forma di politica con la P maiuscola. Il museo è un pretesto per discutere di oggetti appartenenti alla cultura attuale, che ormai rappresenta il passato. Un pretesto per parlare di una nuova cultura. Che abbia al centro un nuovo rapporto tra uomo e natura». [Fabio Germinario, ecoinformazioni]

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