Lo scioglimento dei ghiacciai spiegato a Inverigo

Venerdì 22 novembre si è chiusa a Inverigo la rassegna Il pianeta sta bruciando! sui cambiamenti climatici, organizzata dal Circolo ambiente Ilaria Alpi col patrocinio delle amministrazioni comunali di Lurago d’Erba e Inverigo. Relatore della serata è stato Roberto Sergio Azzoni, glaciologo dell’Università degli Studi di Milano.

La serata è stata introdotta da Roberto Fumagalli del circolo Ilaria Alpi, che ha ringraziato le amministrazioni comunali e le locali associazioni aderenti all’iniziativa (Gass Lurago, Le Contrade e Cai Inverigo).

Si è unita ai ringraziamenti a nome dell’amministrazione di Inverigo l’assessora alla pubblica istruzione Alessandra Trevisani, che ha condiviso una sua riflessione sul fatto che nella percezione diffusa sui cambiamenti climatici sembra si stia passando da una sorta di prevalente negazionismo, a un fatalismo, e allora assumono importanza iniziative divulgative come quella del Circolo Ambiente.

Ha preso quindi la parola Azzoni, con un intervento divulgativo chiaro ed efficacemente supportato da immagini proiettate; il relatore ha iniziato definendo il ghiacciaio come una massa di ghiaccio derivante da metamorfosi della neve, della superficie di almeno un ettaro, e dotato di movimento causato dalla gravità; il ghiacciaio necessita di precipitazioni nevose invernali, e di basse temperature estive; costituisce una importante riserva d’acqua, soprattutto in contesti dove (a differenza dell’arco alpino) le precipitazioni sono scarse in particolare nel periodo estivo; l’importanza dei ghiacciai è data anche dalla loro funzione di “termostati” della temperatura terrestre dato che riflettono la radiazione solare, oltre che dall’essere “archivi di ghiaccio” che ci consentono di studiare, tramite carotaggi della profondità anche di alcuni chilometri, di conoscere la composizione dell’atmosfera terrestre fino a alcuni milioni di anni or sono; tramite questi studi si è potuto appurare ad esempio che, mentre negli ultimi due milioni di anni la concentrazione di anidride carbonica nell’aria ha sempre oscillato tra un minimo di 170 e un massimo di 300 ppm (parti per milione), attualmente siamo saliti in maniera repentina a 407 ppm.

Anche per quanto riguarda inquinanti di altro tipo possono essere fatte interessanti analisi: il ghiacciaio dei Forni è risultato essere inquinato da pesticidi, presumibilmente provenienti dalle coltivazioni di mele del Trentino; alle Svalbard sono state riscontrate rilevanti quantità di microplastiche; in strati di ghiaccio attribuibili alla fine degli anni ’80 sono stati rilevati livelli di radioattività elevata (seppur non preoccupante) derivanti dalla centrale nucleare di Chernobil.

L’Italia attualmente dispone di 903 ghiacciai per una superficie di 368 kmq (in Italia è stata persa in 50 anni una superficie di 157 kmq, pari a quella del lago di Como). Ovviamente, l’Antartide (e la calotta artica, che non può definirsi ghiacciaio perché costituita da acqua marina ghiacciata e non da neve trasformatasi) hanno perso quantità di ghiaccio immensamente superiori.

Proteggere un ghiacciaio è possibile; i metodi sono quello dell’aumento dell’accumulo (“sparando” neve in inverno come sulle piste da sci) e della riduzione dello scioglimento (coprendo lo strato di ghiaccio con appositi teloni durante il periodo estivo per ridurre l’assorbimento di calore dal sole); dato l’elevato costo di queste pratiche, esse vengono però adottate evidentemente solo dove ce ne sia un ritorno economico (zone turistiche).

Le notizie non sono però tutte di segno negativo: se dal punto di vista del glaciologo lo scioglimento del ghiacciaio è una disgrazia, dal punto di vista del botanico è una fortuna, perché aumenta la superficie boscata o comunque coperta da vegetazione (e quindi aumenta il riscaldamento dovuto alla minor riflessione di energia solare, ma in parallelo aumenta la possibilità di assorbire CO2); inoltre lo scioglimento dei ghiacciai non è un processo irreversibile: è vero che la riduzione della concentrazione di CO2 non ha un effetto immediato sul clima, e la riduzione delle temperature non ha un effetto immediato sui ghiacciai, ma a lungo termine è possibile pensare di invertire il ciclo e tornare ad avere, anche dopo una eventuale scomparsa, un aumento dei ghiacciai; il discorso è complesso perché le interazioni tra i vari fattori sono tante e non sempre prevedibili; si è riscontrato ad esempio che in passato, al termine di una glaciazione in un periodo di aumento delle temperature si è verificata una inattesa inversione di tendenza, spiegata col fatto che enormi quantità di ghiaccio scioltesi nel nord America hanno trovato modo di riversarsi in Oceano Atlantico, diminuendone la temperatura e raffreddando ampie porzioni del globo anche tramite la modifica di correnti abitualmente calde.

La soluzione in definitiva, supportata da queste considerazioni emerse anche grazie alle domande del pubblico, di Roberto Fumagalli e di Alessandra Trevisani, è quella di pianificare senza fretta e isterismi le azioni più opportune per la riduzione delle emissioni, tenendo presente che tra questa riduzione, le modifiche climatiche, e le variazioni nell’andamento dei ghiacciai possono intercorrere decenni, e che questo processo può essere influenzato anche, in positivo o in negativo, da fattori naturali non sempre prevedibili.

In conclusione, Fumagalli ha anticipato un 2020 in piena attività per il circolo Ilaria Alpi, nell’occasione del trentennale dalla fondazione, auspicabilmente in sinergia con le amministrazioni comunali del circondario. [Federico Brugnani, ecoinformazioni]

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