Per la Palestina/ Con i miei occhi

In occasione della Giornata Onu per la Palestina pubblichiamo la prefazione di Ugo Giannangeli, collaboratore di ecoinformazioni e docente della Scuola Diritti umani del Coordinamento comasco per la Pace, a Con i miei occhi, il libro Felicia Langer ripubblicato da Zambon [pagg. 384, euro 18], la testimonianza diretta di questa spietata repressione che le autorità israeliane praticano ormai da 70 anni, con l’ausilio di una legislazione definita “peggiore di quelle del regime razzista in Sudafrica” – nell’espressione dell’arcivescovo anglicano Desmond Tutu.

Commento introduttivo di Ugo Giannangeli al libro Con i miei occhi di Felicia Langer

Ho conosciuto Felicia Langer a Gerusalemme nel 1989. In realtà dovrei meglio dire “ho visto Felicia Langer” tanto è stato fugace l’incontro nel suo studio.

Quanto accaduto nel poco tempo avuto a disposizione è stato però più significativo di tanti colloqui. A distanza di quasi 30 anni ne ho ancora ricordo. Era l’ultimo giorno del mio secondo viaggio in Palestina e non volevo ripartire senza avere conosciuto l’avvocatessa Langer. Pochi mesi prima avevo fatto il mio primo viaggio in quei territori con una delegazione di giuristi. Mi ero preparato studiando due libri in particolare: quello di Cristina Tani1 e quello di Felicia Langer, oggi ristampato. Se il primo testo mi aveva fornito molti strumenti critici, giuridici e politici, per meglio comprendere la situazione israelo-palestinese, il secondo mi aveva trasmesso anche forti emozioni.

In quegli anni, in Italia, stavo difendendo, nelle aule bunker allestite allo scopo, i militanti delle Brigate Rosse e delle altre organizzazioni armate del decennio 1970/’80. Avevo anche assunto la difesa di due palestinesi processati a Roma per banda armata. Sentivo vicina l’avvocatessa Langer per la formazione politica comunista e per l’esperienza professionale. Nel mio primo viaggio avevo fatto parte di una delegazione di magistrati e avvocati. L’esperienza si era rivelata molto interessante ma gli incontri con politici, sindacalisti, avvocati erano stati quasi sempre piuttosto formali e istituzionali. Sia ben chiaro: pur con questi limiti la realtà della tragedia del popolo palestinese era emersa in tutta la sua evidenza tanto che al ritorno fu scritto un libro ove si possono leggere affermazioni quali : «Ci ha agitato una domanda […]: come può un Paese di grandi tradizioni culturali e civili come Israele costruire un intero apparato legislativo, esecutivo e giudiziario totalmente coerente con un progetto politico di repressione e di strangolamento di una nazione? […] il diritto serve (dovrebbe servire) a rendere giustizia. In questo caso è l’altra faccia e non meno feroce rispetto a quella dell’esercito che picchia, lancia lacrimogeni e spara…»(2)

Considerazioni queste espresse non da un avvocato palestinese ma da un avvocato italiano dell’Ufficio Internazionale della C.G.I.L.(3)

L’incontro con Felicia Langer è stato, invece, molto coinvolgente sul piano umano. Felicia riceveva continuamente telefonate, parlava in varie lingue e noi non riuscivamo a seguire il filo di un discorso con lei. Soprattutto l’incontro venne interrotto per un evento tragico: Felicia era infatti alla ricerca di un giovane palestinese scomparso. I familiari non ne avevano notizia da giorni e si erano rivolti a lei. La voce di un militare all’altro capo del filo le disse: «Cercatene il corpo». Si era nel pieno della prima Intifada. Il giovane era stato ucciso o nel corso di qualche scontro con lanci di pietre contro soldati armati o sotto tortura. Dopo tale notizia, Felicia non poté più dedicarci il suo tempo; l’accompagnammo in taxi a Tel Aviv e noi ci recammo all’aeroporto con negli occhi l’immagine di questa donna che va a cercare non più un ragazzo ma il suo corpo, immaginando il momento in cui le spetterà dare la notizia ai familiari.

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Ho riletto Con i miei occhi. Una testimonianza sulla repressione di Israele contro i palestinesi dopo tanti anni. Ho ritrovato anche la mia relazione su quel viaggio. Il lettore ne troverà in appendice un estratto con le parti relative al sistema giudiziario nei Territori occupati e ai prigionieri.

Rileggendo mi sono accorto che sia io che Felicia scrivevamo risentendo del clima di quegli anni: un ingiustificato e ingenuo ottimismo pervade il suo libro e le mie considerazioni. Lei scrive mentre è forte dentro Israele il movimento di opinione contro l’occupazione, io sull’onda dell’entusiasmo suscitato dalla prima Intifada.

Le speranze create dalla prima Intifada si sono però poi infrante nel tranello degli accordi di Oslo; la delusione e la rabbia palestinese, espresse anni dopo nella seconda Intifada, sono state represse nel sangue, nel carcere e nella deportazione.

L’altro Israele, quello delle organizzazioni ebraiche a favore del riconoscimento dei diritti del popolo palestinese, è da tempo ridotto a presenza di mera testimonianza civile, tanto coraggiosa (perché a sua volta oggetto di dura repressione) quanto ininfluente politicamente.

Oggi il progetto sionista è quanto mai vicino alla realizzazione, complice l’intera comunità internazionale. “Più terra possibile col minor numero di arabi possibile”, questo in sintesi il progetto. La colonizzazione avanza, nei Territori occupati e a Gerusalemme; l’espulsione dei palestinesi procede anche attraverso la creazione di situazioni di invivibilità, da quelle materiali come nella Striscia di Gaza a quelle amministrative con il diniego di passaporti, la revoca di permessi di residenza, l’esproprio di terre, la demolizione di case, il diniego o la revoca di licenze commerciali. Una macchina burocratica infernale che spinge alla resa e all’esilio.

La Corte di Giustizia de L’Aja, in un caso relativo all’ex Jugoslavia, ha qualificato crimine di deportazione non solo il “transfer” di persone (pure previsto nel progetto sionista) ma anche la creazione di situazioni di invivibilità. Disegni di legge e sentenze dell’Alta Corte di Giustizia di Israele tracciano la strada che porta ad uno Stato per soli ebrei.(4)

È, insomma, in avanzata fase di costituzione, uno Stato etnocratico, razzista, privo di confini dichiarati e di Costituzione, in violazione anche dei propri principi fondanti.(5)

Se già Cristina Tani, nel 1987 si era sentita autorizzata a compiere un parallelismo tra l’apartheid praticato in Sud Africa e quello israeliano (op.cit., p. 258), questo parallelismo è oggi palese sotto gli occhi di tutti. L’impunità di cui gode Israele è stata decisiva nello scardinamento del diritto internazionale e nella perdita di funzione e credibilità dell’O.N.U. con ricadute tragiche ben oltre i confini mediorientali.(6)

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Ingiustificato e ingenuo il mio ottimismo del 1989? Ricordiamo che è l’anno della caduta del muro di Berlino. Assistiamo ad una collettiva ubriacatura sul suo significato, in parte reale, in parte amplificata dalla propaganda. Gli anni successivi hanno dimostrato quanto quell’entusiasmo fosse fuori luogo. La fine della guerra fredda ha portato non distensione nelle relazioni internazionali ma inasprimento dei conflitti sino alle guerre attualmente in corso.(7)

Israele trae immensi vantaggi e gioisce per la situazione internazionale in atto, tanto che sono sempre più numerose le voci che lo sospettano essere ispiratore, artefice e occulto protagonista nelle destabilizzazioni in corso nel Medio Oriente. Israele oggi si rappresenta non più solo come “l’unica democrazia nel Medio Oriente” (slogan tanto infondato quanto accreditato e ripetuto come un mantra) ma anche come modello di sicurezza, con affari stratosferici delle sue industrie e delle sue tecnologie nel settore militare.

È recente l’accordo per un finanziamento decennale di 38 miliardi di dollari in aiuti militari a favore di Israele da parte statunitense, con una intesa sottoscritta dall’allora presidente Obama che vincola i suoi successori (Barack Obama manifestò in più occasioni antipatia per il premier israeliano Netanyahu, ma evidentemente a comandare sono le lobbies ebraiche e le industrie belliche).

In questo contesto, la guerra di propaganda dei media la fa da padrona. L’assimilazione palestinese/islamico e islamico/terrorista porta alla conclusione palestinese/terrorista. Il cerchio si chiude e il militante isis (finanziato da Paesi arabi amici dell’Occidente) può essere assimilato a chi combatte per i propri diritti, la propria terra e l’autodeterminazione.(8)

Israele può rappresentarsi, così, anche come baluardo contro la barbarie, altro storico suo slogan.

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Perché riproporre questo libro 40 anni dopo? Proprio per quanto detto finora, perché quanto scritto è di estrema attualità e le valutazioni allora espresse evidenziano il percorso a ritroso compiuto in questi anni sui fronti del diritto, della pace e della convivenza.

Valutazioni espresse non solo da Langer, ma anche da Massimo Massara, acuto autore della prefazione e dell’introduzione alla prima edizione. Massara ricorda che il libro di Langer venne sì pubblicato in Israele ma passò nel totale silenzio; in particolare si evitò abilmente qualsiasi processo per diffamazione nonostante l’autrice esprimesse sferzanti giudizi senza alcuna remora sulla condotta di giudici, militari e testimoni. L’assenza di contestazioni in sede politica e giudiziaria è la migliore riprova della veridicità di tutto quanto Langer scrive. L’autrice non fa altro che delineare l’insopportabile situazione subita dai palestinesi, il cui moto di ribellione sfocerà pochi anni dopo nella prima Intifada.

Massara indovina anche le proiezioni demografiche quando dice che nel 2000 gli ebrei e gli arabi sarebbero stati sostanzialmente di pari numero. «Tra 30 anni sarà impossibile detenere questi Territori», scrive Massara. Oggi sappiamo quanto questa previsione si sia rivelata errata. D’altronde, Massara si dà già la risposta: «l’attuale carattere esclusivamente e rigidamente ebraico dello Stato potrà essere mantenuto solo con un’intollerabile violenza». Così è stato e così è. Massara condivide la distinzione che spesso anche Langer opera tra governanti e popolazione. Da qui la fiducia (o la speranza) di entrambi nell’altro Israele. Gli anni successivi daranno loro torto: compaiono ma presto scompaiono i refusnik (9), la percentuale di coloro che approvano i massacri a Gaza del 2008/2009, 2012, 2014 è altissima, i coloni sono diventati forza di governo, “Peace now” si è dissolta da tempo (caustica la definizione di Warschawski: “Peace yesterday”) e le altre minori formazioni “pacifiste” sono “forza” residuale politicamente ininfluente.

Governi di estrema destra sono espressione di parlamenti di destra eletti a grande maggioranza. Scrive Langer: “Le forze progressiste di Israele lottano contro l’occupazione e per la pace”. In questo contesto vede la sua professione come una missione (usa questo termine) e non solo come un servizio.

Langer scrive il suo libro sperando che «contribuirà alla lotta per l’apertura di una nuova pagina nelle relazioni arabo-israeliane, sulla base della giustizia per tutti i popoli». Così non è stato. Israele è, come l’antico principe, “legibus solutus, tutto gli è permesso.

Le denunce dei suoi crimini gli scivolano addosso. Per molto meno oggi si attaccano militarmente o si criticano e si sanzionano Stati, dall’Iraq alla Libia, dalla Turchia alla Siria, dall’Egitto all’Iran, alla Russia. La Comunità internazionale reagisce alla violazione (vera o presunta) del diritto internazionale o dei diritti umani con le armi, con gli embarghi, con le sanzioni. Con Israele invece si fanno accordi di cooperazione militare e commerciale e questo Paese mediorientale siede sempre nel consesso dei Paesi europei (alla Borsa del Turismo, all’Expo, in Europa League, ovunque) a rimarcare la sua specificità. Prosegue anche quello che è stato efficacemente definito il “monopolio della memoria”(10): anche per via legislativa in Italia l’unico genocidio riconosciuto è la Shoah, donde la criminalizzazione del suo diniego o del suo ridimensionamento (11). Con buona pace di tutti quelli sterminati nei campi senza la stella di David sul petto e, in altra epoca, degli Armeni.

Chi critica ed attacca Israele anche nei modi tradizionalmente pacifici del boicottaggio è oggetto di disegni di legge che lo criminalizzano (12).

Nessuna distinzione viene operata tra antisionismo (definito “antisemitismo dissimulato”) e antisemitismo, benché le organizzazioni internazionali di solidarietà alla causa palestinese frequentemente collaborino con quelle ebraiche antisioniste e siano sempre vigili rispetto al rischio di infiltrazioni o strumentalizzazioni da parte di antisemiti e in genere da parte di realtà di destra, più o meno dissimulate. È in corso addirittura il tentativo di fare eliminare da Facebook ogni critica a Israele, quindi anche critiche alle mere politiche governative.

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Questa oggi è la realtà. La denuncia di Felicia Langer non ha sortito alcun risultato. Chissà che cosa avrà provato Felicia nel rivedere, nel documentario di Alexandrowicz Ra’anan La legge da queste parti (2012), volti di magistrati certamente a lei ben noti. Forse tra loro c’è colui che le ha impedito di citare in aula la dichiarazione d’indipendenza di Israele o quell’altro che l’ha attaccata in quanto ebrea quando lei ha ricordato in aula le stragi di civili commesse dagli ebrei, da Deir Yassin all’Hotel King David (e non poteva ancora citare i bombardamenti sulle case, le scuole e gli ospedali di Gaza). Il film mostra giudici in pensione che rievocano il loro lavoro. Emerge chiaro, dalle loro parole, l’azzeramento di quella tripartizione dei poteri (legislativo, giudiziario, esecutivo) che è il cardine della democrazia: l’esecutivo prevale su tutto e sull’esecutivo prevale l’esercito. Il documentario denuncia la complicità dell’autorità giudiziaria nelloccupazione e nella repressione della resistenza. I giudici sono tutti militari e solo a qualcuno tra loro è richiesto di sapere qualcosa di legge. Peraltro le leggi applicate sono gli ordini militari. I militari giocano in casa e i processi sono farse. Sul campo uccidono, nelle prigioni torturano, nei tribunali condannano.

Tutto quanto narrato da Langer è confermato nel film di Ra’anan: confessioni estorte con la tortura, prove segrete, documenti in ebraico firmati sotto minaccia senza conoscere la lingua, inesistenza del diritto di difesa (13).

Interessante quanto il documentario rivela sulla Suprema Corte di Israele, alla quale è consentito ricorrere contro le sentenze dei tribunali militari che giudicano nei Territori occupati. Questa possibilità di ricorso è presentata da Israele all’opinione pubblica internazionale come prova di garantismo e democrazia. Un accademico israeliano denuncia, invece, il vero ruolo della Corte: è anch’essa strumento dell’occupazione, in modo più raffinato, perché rende accettabile nell’opinione pubblica l’occupazione (per questa sua interpretazione l’accademico è irriso da un giudice).

Chiariamo con un esempio: se è la Corte a dire che la tortura in una certa misura è legittima e la confessione estorta è prova legale, la coscienza collettiva è serena. Questo vale anche per gli omicidi mirati, la detenzione amministrativa, le prove segrete, le deportazioni, le punizioni collettive, le limitazioni di movimento, il muro ecc.

Anche l’indulgenza verso i crimini dei soldati e dei coloni, se è la Suprema Corte a praticarla, è legittimata (14).

Le dichiarazioni dei giudici intervistati nel film di Ra’anan evidenziano anche due importanti dati politici. Il primo ordine militare (proclamazione numero 1) risale a molti anni prima della guerra dei Sei Giorni del 1967 ma parlava già di Territori occupati.

Eppure quella guerra è stata contrabbandata come mossa improvvisa e urgente per anticipare l’aggressione araba.

L’occupazione era stata invece programmata da tempo, tanto che, si dice nel documentario, giuristi israeliani da anni studiavano la normativa internazionale sulla colonizzazione di territori (con ben scarsi risultati utili visto che l’acquisizione di territorio con l’uso della forza è vietata in modo netto).

Il secondo dato giuridico ma dall’elevato significato politico è fornito dalla risposta di un giudice alla domanda «Perché non applicare la legge israeliana anche ai Territori occupati?»Risposta: «Dovresti annettere i Territori occupati»(peraltro in palese violazione del diritto internazionale, ndr.) ma, soprattutto, i residenti diventerebbero cittadini israeliani.

Israele vuole terra senza arabi, quegli arabi di cui, all’inizio di tutto, aveva tentato di negare anche l’esistenza (la famosa “terra senza popolo per un popolo senza terra”).

Se non si può annettere, si può, però, riesumare il concetto di “terra morta” del diritto ottomano, (terra morta, priva di proprietario o non lavorata) che diventa terra di Stato. Tutto serve allo scopo: le leggi ottomane, le defence regulations mandatarie (definite dagli ebrei “peggiori delle leggi naziste” quando a loro applicate dagli inglesi), gli ordini militari.

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L’avvocatessa Langer non ha potuto vedere invece il volto degli agenti dello Shin Bet – i servizi di sicurezza israeliani, in carica dopo il 1967 –, presentatisi in aula a testimoniare contro i suoi assistiti perché incappucciati. Chissà se ne ha riconosciuto la voce vedendo il documentario The Gate Keepers. I guardiani di Israele, che riporta le interviste a dirigenti dello Shin Bet. Quante conferme alle parole della Langer anche in questo film! Sono descritti gli arresti in massa nei campi profughi, l’uso di collaborazionisti, la tortura negli interrogatori (nel film La legge da queste parti, uno dei giudici ne ammette la consapevolezza e, con sguardo di sfida, la rivendica).

In The Gate Keepers si dicedella prima Intifada: «Fu una rivolta spontanea, una nazione si sollevò e cercò di buttarci fuori». Interessante l’uso del termine “nazione” per il popolo palestinese, dopo averne a lungo negata la stessa esistenza come popolo. Gli intervistati ammettono che nessun governo ha fatto qualcosa contro i coloni. Descrivono un’organizzazione clandestina di coloni che aveva programmato di collocare bombe nei bus palestinesi per uccidere fino a 250 arabi; gli stessi coloni furono arrestati mentre piazzavano bombe per distruggere il santuario islamico la Cupola della Roccia, eretto sul Monte del Tempio a Gerusalemme.

Al processo furono tutti liberati. Erano tutti leader noti delle loro comunità, amici di parlamentari e governanti. La distinzione tra esecutivo, legislativo, giudiziario e organizzazioni terroristiche ebraiche sfuma nel nulla. I dirigenti dello Shin Bet ricordano l’omicidio del premier Yitzhak Rabin – che indusse Carmi Gillon, allora responsabile dell’agenzia sia a dimettersi sia a sfilarsi dagli accordi di Oslo – affermando che portò solo al raddoppio del numero dei coloni. La seconda Intifada era ampiamente prevedibile dopo il 2000, con il fallimento di Oslo (o, meglio, con l’evidenza dell’inganno che gli accordi racchiudevano).

Alcune dichiarazioni sono probabilmente sincere:

– «stiamo rendendo la vita impossibile a milioni di persone»,

– «siamo diventati crudeli soprattutto verso la gente dei Territori occupati con la scusa della lotta al terrorismo»,

«la situazione è frustrante: vinciamo ogni battaglia ma perdiamo la guerra».

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Non capisco perché questo dirigente dica che Israele sta perdendo la guerra. Sul terreno la sta vincendo. Forse intende dire che la perde con sé stesso. Per vincere sul terreno Israele ha dovuto abdicare ad ogni principio e a quelle asserite “tradizioni culturali e civili” ricordate dall’avvocato dell’ufficio internazionale della C.G.I.L.

Israele ha vinto o sta vincendo sul terreno ma chi esce dalla vittoria è un paese imbarbarito, trasudante odio, arroganza e razzismo.

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Infine, un’ultima considerazione, a ben spiegare l’attualità di Con i miei occhi e, quindi, l’utilità, anzi la necessità, di questa nuova edizione in occasione del 50° anniversario dell’occupazione del 1967, nell’imminenza del 70° anniversario della nascita dello Stato ebraico e a distanza di un secolo esatto dalla Dichiarazione Balfour.

Chi ha letto il libro di Felicia e ha visto il recente documentario australiano Stone Cold Justice (2014, di John Lyons e Kerry O’Brien) non può non essersi stupito per la totale assonanza delle due denunce nonostante quasi mezzo secolo le separi.

Quest’assonanza dimostra l’implacabile continuità del disegno di espulsione dei palestinesi e degli strumenti adoperati allo scopo. La complicità internazionale è una costante. Negli anni Settanta descritti da Felicia e ancora oggi, bersaglio privilegiato della repressione sono i giovani e i giovanissimi (il documentario narra anche l’arresto di un bimbo di… cinque anni!).

Da sempre sotto attacco è stato il diritto allo studio contro una popolazione tra le più scolarizzate e acculturate nel mondo, dalla chiusura delle scuole e delle Università durante la prima Intifada alla minaccia di distruzione della Scuola di Gomme a Gerico oggi (15).

Il film riporta la testimonianza di Gerard Horton, un avvocato australiano che ha lasciato il suo studio di Sydney per occuparsi della tutela dei diritti dei minori palestinesi. Il legale parla di un vero e proprio «nastro trasportatore di bambini condannati»; di «udienze che durano un minuto col giudice che non guarda in faccia l’imputato»; riferisce un dato significativo: la percentuale di processi che si concludono con condanne è del 99,74%. Il dato si spiega facilmente per quanto già detto e per quanto riferito a suo tempo da Langer: le torture per estorcere le confessioni (il documentario riferisce quella del cane che mangia il cibo posto sulla testa e sui genitali del ragazzo); le confessioni in ebraico, lingua sconosciuta ai giovani palestinesi (la impareranno in carcere per necessità); le testimonianze segrete o con testimoni che non possono essere interrogati dalla difesa o possono (e sempre lo fanno) tacere trincerandosi dietro il “segreto di Stato” o le “esigenze di sicurezza”. Settecento minori all’anno sfilano dinanzi ai tribunali militari.

Il film di Lyons e O’Brien mostra anche l’attività di polizia, esercito e coloni. Bambini palestinesi vengono aggrediti dai coloni mentre si recano a scuola; con un minimo pretesto l’esercito gli lancia contro lacrimogeni. Come dice una legale israeliana: «I tribunali militari sono il braccio lungo dell’occupazione, anzi “sono tribunali di occupazione». Non c’è distinguo tra quanto fa l’esercito in strada e quanto in aula, sono solo forme diverse di violenza.

I minori sono usati come informatori anche per un sadico disegno di scardinamento del vincolo solidaristico: se un ragazzino viene rilasciato in tempi troppo rapidi, sarà guardato con sospetto dalla comunità. E il rilascio rapido avviene non perché il minore abbia collaborato ma proprio per esporlo al sospetto e farlo isolare. Strumenti raffinati di psicologia dell’occupante!

Si può comprendere quel bambino che nel film dice che vorrebbe trasferirsi ad Amman in Giordania. Se tutti lo facessero, e andassero in Giordania, nel Libano, nel mondo, il disegno sionista sarebbe realizzato. Ma così non è. E il popolo palestinese resiste con i comitati popolari di resistenza e con tutte le forme che deciderà di darsi.

In Stone Cold Justice si vede un volontario israeliano che, armato di fotocamera, cerca di proteggere i bambini dai coloni; è solo e si chiede come possa chi ha così tanto sofferto imporre così tanta sofferenza. Non sa darsi una risposta.

La disumanizzazione ha colpito l’occupante più dell’occupato.

Massara ricorda nella sua introduzione l’affermazione dello storico Bruno Segre: «I palestinesi sono diventati gli ebrei del nostro tempo».

Un’enorme scritta campeggia al memoriale della Shoah al binario 21 della stazione di Milano Centrale: “indifferenza”, ad accusare il mondo per avere girato lo sguardo dal genocidio in atto contro gli ebrei. Non rendiamoci responsabili della stessa colpa verso i palestinesi.

Ugo Giannangeli

Ugo Giannangeli è avvocato penalista. All’impegno nella professione ha sempre affiancato quello sociale e politico nella sinistra militante, prevalentemente sui temi del carcere, della pena, della repressione delle lotte sociali e della solidarietà internazionale, in particolare a sostegno della resistenza del popolo palestinese contro l’occupazione sionista. Come osservatore internazionale ha assistito al processo nel 2002 contro Marwan Barghouti e alle elezioni del 2006 in Palestina. Ha partecipato a convegni politici a Cuba, Libia, Libano. Ha contribuito alla stesura del libro Palestina della collana “Crimini contro l’umanità” dell’editore Zambon. Ha contribuito alla nascita del movimento “ No M346 ad Israele” e del “Forum contro la guerra” di Venegono (Varese). Collabora con la Scuola dei diritti umani di Como.

1. Cristina Tani, I Palestinesi e l’occupazione israeliana: Cisgiordania e Gaza, Iniziativa 85, Centro studi e ricerca sui Paesi afro-asiatici della Lega dei diritti dei popoli, Firenze, 1987.

2) Attribuire ad Israele ( ed in generale all’ebraismo) “grandi tradizioni culturali e civili” è una sorta di rituale, soprattutto quando sta per essere mossa una critica, come in questo caso. E’ una specie di compensazione, una espressione di rammarico, al limite della scusa per la critica imminente, sintomatica di un atteggiamento sempre riverente. Invece, sarebbe il caso, una volta per tutte, di approfondire l’effettiva o meno esistenza di queste asserite grandi tradizioni, sottraendosi al fascino e all’obbligo del “mantra”. Chi ha parecchi dubbi, anzi, è certo della inesistenza di queste tradizioni è Israel Shahak che nel suo “ Storia ebraica e giudaismo. Il peso di tre millenni” (Centro librario sodalitium editore, ristampa del 2000) esprime una critica radicale a quello che definisce “ giudaismo classico” e ad Israele. Il libro contiene una prefazione di Gore Vidal e una postfazione di Nabeel Abraham. Quest’ultimo bene riassume il pensiero di Shahak secondo cui “ il giudaismo classico e i suoi derivati moderni esprimono arretratezza culturale, corruzione e decadenza; gli ebrei hanno provocato l’ostilità delle masse contadine perché svolgevano i compiti più esosi al servizio della nobiltà e delle monarchie, oltre alla innegabile evidenza che i loro testi religiosi erano vergognosamente razzisti, anti-cristiani e anti-gentili” ( pag.233/234). E ancora, poco oltre:” Dall’analisi che fa Shahak della storia ebraica nel suo periodo formativo, antitetica rispetto alle storie ufficiali contemporanee, è che gli ebrei non hanno riprodotto la loro identità nel corso della storia per qualche miracolo di natura metafisica. Al contrario quella identità fu “loro imposta dalla casta dei rabbini………Non c’era niente di romantico in tutto questo: era un mondo chiuso, arretrato e, almeno per la grande massa degli ebrei, umiliante, superstizioso e crudele” (pag.235).

3). Domenico Gallo et al., Israele e Palestina. Diritto e giustizia, I tascabili Ediesse, Roma, 1989, pp. 13-14.

4). Due sentenze del 2013 sono particolarmente significative a conclusione di un lunghissimo iter giudiziario; una causa è stata promossa dalla Associazione “Ani Israeli” (Io sono israeliano) rappresentata da 21 membri, tra cui il presidente Uzzi Ornan, professore emerito di lingua ebraica, e l’altra dal professor Uzzi personalmente. I ricorrenti chiedevano di essere registrati come cittadini israeliani in base alla residenza e non come ebrei in virtù del diritto di ritorno ai sensi dell’art. 2 della legge sulla cittadinanza del 1952. La Corte ha dato loro torto. Si legge in sentenza: «Il concetto che l’ebraismo non è solo religioso ma anche una appartenenza nazionale è elemento fondamentale del sionismo». In un altro caso, quello dei beduini del Negev, la Corte giunge a parlare esplicitamente di razza: gli insediamenti beduini devono essere sradicati per fare posto a «insediamenti di coloni ebrei etnicamente puri» (ethnically pure Jewish settlers).

(5). Si riporta il passaggio più significativo della Dichiarazione di fondazione dello stato di Israele del 14 maggio 1948, probabilmente quello che Felicia voleva leggere in aula (e ben si comprende perché le sia stato impedito): «Lo Stato di Israele sarà aperto per l’immigrazione ebraica e per la riunione degli esuli, incrementerà lo sviluppo del Paese per il bene di tutti i suoi abitanti, sarà fondato sulla libertà, sulla giustizia e sulla pace come predetto dai profeti di Israele, assicurerà completa uguaglianza di diritti sociali e politici a tutti i suoi abitanti senza distinzione di religione, razza o sesso, garantirà libertà di religione, di coscienza, di lingua, di istruzione e di cultura, preserverà i luoghi santi di tutte le religioni e sarà fedele ai principi della Carta delle Nazioni Unite. Lo Stato di Israele sarà pronto a collaborare con le agenzie e le rappresentanze delle Nazioni Unite per l’applicazione della risoluzione dell’Assemblea generale del 29 novembre 1947 e compirà passi per realizzare l’unità economica di tutte le parti di Eretz Israel».

6) Shahak ritiene estremamente riduttivo questo frequente parallelismo. Afferma: “ Qualsiasi analisi della politica israeliana che non tiene conto del carattere specifico dello “stato ebraico” è sbagliata in partenza. In particolare lo è il semplicistico mettere sullo stesso piano Israele e gli altri esempi dell’imperialismo occidentale, come il Sudafrica, dove, durante l’apartheid, la terra “apparteneva” per l’87% ai bianchi e per il 13% , ufficialmente, ai neri. Nella società coloniale sudafricana furono addirittura costituiti “ staterelli indipendenti” con tutti i simboli formali della sovranità, i cosiddetti Bantustan. L’ideologia ebraica, invece, proibisce che si riconosca come “appartenente” a non ebrei qualsiasi parte della Terra di Israele……..Il principio della Redenzione della Terra impone che, idealmente, tutta la terra e non solo l’83% debba essere un giorno redenta, cioè apparterrà soltanto agli ebrei”. ( Opera citata, pag. 217).

(7). Per approfondire: Sergio Romano, In lode della guerra fredda. Una controstoria, Longanesi, Milano, 2015.

(8)«[…] il diritto all’autodeterminazione è un principio universale. Siamo stati, sempre e dovunque, tra i più ferventi sostenitori di questo principio. Siamo radicalmente per il diritto all’autodeterminazione di ogni popolo, di ogni individuo, di ogni gruppo umano e va da sé che il popolo arabo di Palestina ha il diritto di autodeterminarsi. Questo diritto non è limitato e non potrà essere condizionato dai nostri interessi […] è possibile che la realizzazione delle aspirazioni (dei palestinesi) ci crei gran difficoltà ma questa non è una ragione per negare i loro diritti […] Ben Gurion». Cristina Tani, op.cit. p. 260, che rinvia a Massimo Massara, La terra troppo promessa. Sionismo, imperialismo e nazionalismo arabo in Palestina, Teti editore, Milano, 1979, p. 13.

(9). I refusnik sono gli ebrei israeliani che rifiutano di prestare il servizio militare nei Territori occupati perché contrari all’occupazione. La dichiarazione ufficiale dei primi 53 refusnik israeliani recita: «Noi ufficiali e soldati combattenti di riserva di Tzahal, che siamo stati educati nel grembo del sionismo […] noi che abbiamo sentito come gli ordini che ricevevamo stavano distruggendo tutti i valori di questo Paese […] noi che abbiamo capito che il prezzo dell’occupazione è la perdita dell’immagine umana di Tzahal e la corruzione dell’intera società israeliana […] noi dichiariamo che non continueremo a combattere in questa guerra per la pace delle colonie, che non continueremo a combattere oltre la linea verde per dominare, espellere, affamare e umiliare un intero popolo», dal quotidiano il manifesto, 26 gennaio 2002. Qualcosa di analogo oggi si rinviene nelle dichiarazioni dei membri dell’Associazione “Breaking the silence”, ex militari che raccontano le atrocità di cui sono stati testimoni o protagonisti.

(10). Per approfondire: Norman G. Finkelstein, L’industria dell’Olocausto. Lo sfruttamento della sofferenza degli ebrei, Rizzoli, Milano, 2002.

(11). L’aggravante del negazionismo è stata introdotta dalla legge n. 115 del giugno 2016 che inasprisce le pene previste dalla legge n. 654/75 e dalla legge “Mancino” quando la condotta consiste nel negare la Shoah.

(12). Il disegno di legge per criminalizzare il movimento bds (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) è stato comunicato alla Presidenza del Senato il 5 agosto 2015 e porta le firme di 10 promotori tra destra e pd.

(13). Per approfondire: Processare il nemico, Alexander Demandt et al., Einaudi, Torino, 1997; un’attenta analisi della distinzione tra amministrazione della giustizia ed esercizio del potere da Socrate a Galileo a Norimberga.

(14). Le azioni promosse dall’Autorità giudiziaria israeliana nei confronti dell’operato dell’esercito durante l’operazione a Gaza del 2008/9 nota come “Piombo fuso” si sono concluse con una generalizzata assoluzione dei militari incriminati con la sola eccezione di un imputato condannato per… l’uso di una carta di credito rubata. Irridente anche l’assoluzione degli imputati per l’uccisione di Rachel Corrie nonostante l’esistenza del video dell’omicidio volontario, e ancora più oltraggiosa la motivazione riassumibile così: « se l’è cercata».

(15). Realizzata nell’estate del 2009 su impulso della ong italiana Vento di Terra nel villaggio di Khan al Ahmar, tra Gerusalemme Est e Gerico (Cisgiordania palestinese), la Scuola di Gomme è una struttura fatta di soli pneumatici usati, che ospita otto classi di minori beduini. Divenuta un simbolo del diritto all’istruzione, la scuola è dalla sua fondazione sotto ordine di demolizione da parte del Governo israeliano. Nel 2014, la Corte Suprema israeliana si è espressa invitando le parti a trovare un accordo e ribadendo il valore sociale della struttura.


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