Memoria/ Quando il nazismo sterminò il calcio/ Più di mille persone a Invasione di campo/ Per le scuole una lezione di Giuseppe Calzati

Nella serata di giovedì 23 gennaio è andato in scena al Teatro nuovo di Rebbio lo spettacolo Invasione di campo: storie di numeri sulla maglia e sulla pelle, di Umberto Zanoletti, con Giovanni Soldani.
La rappresentazione è stata preceduta dall’introduzione storica di Patrizia Di Giuseppe e dalla proiezione del video Memoria di Andrea Rosso, Arci-ecoinformazioni.
Parte del ricavato della serata molto partecipata verrà devoluto all’associazione Osha-Asp Como. La mattina del 24 nelle due repliche dello spettacolo che hanno raccolto circa 800 studenti anche l’intervento di Giuseppe Calzati, presidente dell’Isc Perretta, una lezione di storia intensa e coinvolgente contro l’indifferenza, particolarmente apprezzata dai tanti ragazzi e ragazze presenti in sala.

Invasione di campo, messo in scena in occasione delle celebrazioni della Giornata della Memoria, racconta tre drammi consumatisi a cavallo tra i campi di calcio e quelli di sterminio; vicende di uomini che hanno pagato con la vita il loro essere ebrei o la disobbedienza agli imperativi del Reich.

Entrambe le grandi dittature di destra, nazismo e fascismo, hanno fatto dello sport uno dei propri talismani: nella loro visione superomista l’attività fisica era vista come naturale contesto per dimostrare la superiorità della razza ariana.
Quando a questo ideale si sono unite le leggi razziali, il mondo dell’agonismo è cambiato completamente, dato che moltissimi atleti che fossero considerati di razze inferiori sono stati prima esclusi dalle competizioni e poi, nei casi peggiori, fatti sparire e uccisi.

Matthias Sindelar, però, non è affatto di una razza inferiore, anzi. Austriaco purosangue, centravanti e capitano dell’Austria Vienna, viene soprannominato il Mozart del calcio per la sua classe che lo fa apparire uno dei migliori dell’epoca nel suo ruolo.
Quando il 12 marzo 1938 avviene l’Anschluss, l’annessione dell’Austria da parte della Germania nazista, la squadra di Sindelar viene sciolta affinché i suoi migliori componenti vadano a rafforzare le file della squadra del Reich.
Prima di questa fusione, però, c’è tempo per un’ultima partita che celebri l’espansione dell’impero, un ultimo Austria-Germania.
Sindelar e un suo compagno di squadra, Karl Sesta, sono gli unici due nomi a finire sul tabellino, trasformando in un mezzo fiasco quella che doveva essere una passerella per l’invasore tedesco: Austria-Germania termina 2-0.
Il fatto di non omaggiare Hitler a fine partita e la sua storia d’amore con un’ebrea italiana firmano la condanna del campione austriaco, che viene trovato morto con la moglie nel suo appartamento a seguito di uno degli innumerevoli omicidi perpetrati dalla Gestapo.

La storia di Arpad Weisz inizia invece con un incubo sportivo, un infortunio al ginocchio lo costringe al ritiro a trent’anni. Dotato di cultura e passione per la teoria del calcio, però, l’ex ala ungherese si reinventa allenatore e nel giro di pochi anni conquista tre scudetti, il primo con l’Inter, gli altri due con il Bologna.
La sua fama però non lo salva dalle leggi razziali del 1938, che lo costringono a fuggire dall’Italia alla Francia e, poco dopo, in Olanda. Qui, dopo aver portato una squadra di provincia alle soglie della promozione tra i professionisti, vede il paese dei tulipani invaso dai nazisti e viene deportato, così come la sua famiglia, ad Auschwitz .
Mentre la moglie e i due figli, Roberto e Clara, vengono uccisi il giorno stesso del loro arrivo, il 5 ottobre 1942, Weisz resiste fino al 30 gennaio 1944, quando muore sfinito dal lavoro in miniera.

L’ultima storia parla invece dell’Ucraina invasa dalla Wermacht e di una squadra di ex calciatori di Kiev, diventati panettieri, che sfida in un torneo i tedeschi invasori.
Giocato tra il nuovo stadio di Kiev e lo Zenit Stadion, la competizione mette di fronte sei compagini, ma è subito evidente che la partita che determinerà qual è l’undici più forte sarà quella tra i panettieri gialloazzurri, la Start, e la formazione della Luftwaffe, la Flakelf.
Vincono i padroni di casa 5-1. Il popolo di Kiev vive l’ebbrezza del riscatto contro l’invasore che ha messo in ginocchio la città. Per le autorità tedesche l’onta non è accettabile: si deve rigiocare.
Gli undici (erano undici contati, e tra l’altro ai tempi non c’erano le sostituzioni) della Start chiudono 3-1 il primo tempo, vengono minacciati dalle SS all’intervallo, rientrano, sono spaventati e confusi e si fanno riagguantare dai tedeschi: 3-3. Il risultato finale, però, rispecchia l’orgoglio della gente affamata e umiliata, che supera la boria dell’invasore: Start 5, Flakelf 3.
Le SS mantengono la parola. Tutta la squadra dei panettieri viene deportata. Ne sopravvivono solo tre.

Questi tre aneddoti, presentati al pubblico in forma di monologo, costringono effettivamente alla Memoria e alla riflessione.
Ci si trova a pensare su quanto fosse delirante l’idea alla base dei totalitarismi di destra, capaci di mandare a morire 60.000 sportivi professionisti solo perché “diversi”. Inoltre, il ricordo della Shoah si cala qui in qualcosa che ancora oggi è veramente vicino a noi. Il calcio è oggi più di allora lo sport principe, conosciuto da tutti, visto da tutti; doverlo associare a qualcosa di terribile come l’abominio dei lager dovrebbe portare a ripensare ancora una volta a quanto è successo e all’importanza di impedire che si ripeta.

D’altronde, però, le vicende di Weisz, Sindelar e della Start sono ormai vecchie di quasi ottant’anni.
Rimane il rischio che vengano percepite come d’altri tempi, antiche e irripetibili.
Purtroppo non è così, e si può citare qualche esempio che dovrebbe dimostrarlo.

Nell’aprile del 2014, durante una partita di Liga spagnola, il terzino brasiliano del Barcellona, Dani Alves, riceve un oggetto tirato dal pubblico. Il blaugrana si china, lo sbuccia e lo mangia. Gli avevano tirato una banana.

Gennaio 2019: durante Brescia-Lazio, l’arbitro interrompe il gioco perché i tifosi ospiti hanno indirizzato cori razzisti contro uno degli attaccanti delle Rondinelle, Mario Balotelli, colpevole di avere la pelle nera.

La Lazio ha una nota tradizione fascista, soprattutto a livello di tifoseria. Ecco quindi che, in occasione di un derby Roma-Lazio dell’ottobre 2017 lo Stadio Olimpico viene tappezzato di figurine riportanti Anna Frank vestita con la casacca giallorossa della Roma.

Invasione di campo racconta un atroce passato, ma l’orrore è di nuovo qui e se è vero che lo sport è specchio della società la Memoria oggi serve quanto e forse più che mai.

[Pietro Caresana, ecoinformazioni]

Già on line su canale di ecoinformazioni i video delle introduzioni sia allo spettacolo serale del 23 che a quelli del 24.



%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: