La vittoria del buon governo e delle radici antiche della sinistra

L’attenzione parossistica con cui sono state seguite le Elezioni in Emilia Romagna – molto meno in quelle che si sono svolte in Calabria – è derivata dal fatto che Matteo Salvini ha fatto dello scontro elettorale l’occasione per dare una spallata al governo e per certificare l’estinzione della sinistra in una regione simbolo del riformismo.

A questo punto, si può dire che la sfida sia stata persa in modo piuttosto netto ed è sorprendente –a conferma però della malafede del segretario della Lega- che nella lunga quanto vacua dichiarazione rilasciata di fronte alle prime proiezioni che dello scenario politico minacciato in caso di vittoria, della spallata promessa ossessivamente in questi mesi, Salvini non abbia più fatto alcun cenno.

Il ridimensionamento della Lega, del resto, è confermato anche dal risultato della Calabria, dove la Lega sembrerebbe avere ottenuto un risultato modesto, raccogliendo circa un terzo dei voti delle liste collegate a Forza Italia (peraltro sparita, invece, in Emilia) e concorrendo in modo gregario all’elezione a presidente di una parlamentare berlusconiana.

Lo scenario politico ridisegnato dal voto emiliano contiene però altre indicazioni su cui vale la pena di soffermarsi.

La prima riguarda la prospettiva del governo nazionale, che ora si trova nelle condizioni per mettere mano a un piano di riforme che arricchiscano e qualifichino meglio il proprio programma rispetto alla pur pregevole manovra economica (comunicata malissimo agli italiani) e diano il segno di una missione, di una prospettiva di rilancio del Paese e di maggiore giustizia sociale in cui possa riconoscersi una chiara maggioranza degli italiani. Gli ostacoli che possono frapporsi a questo obbiettivo sono lo sbandamento e le possibili frustrazioni degli sconfitti di questo turno elettorale. In primis il M5S, precipitato in una crisi che ne mette in discussione radicalmente il profilo e l’identità politica. E tuttavia, la discussione in programma agli “Stati generali” potrebbe diventare un’occasione positiva sia per dare al movimento una struttura democratica reale sia per definire condizioni e piattaforma per un rapporto organico con l’area del centrosinistra, al di fuori della quale è presente il rischio della sua estinzione. Ma anche altre componenti del centrosinistra (ammesso che si sentano davvero tali) come i movimenti di Renzi e Calenda, di fronte al riemergere di uno schema bipolare, potrebbero essere vittime della sindrome dei distinguo propagandistici già sperimentati in questi mesi. Il che rimanda alla necessità di sviluppare una riflessione approfondita sulla legge elettorale che dovrà prendere il posto dello sciagurato Rosatellum. Ed è dall’assetto futuro che la legge elettorale tenderà a favorire che dovrebbe discendere anche la futura strutturazione del campo democratico di sinistra: se e in che modo le sue articolazioni potranno rendersi visibili all’interno dell’area politica del centrosinistra.

Ma chi ha vinto davvero in Emilia? La tesi potrà apparire paradossale ma non è così: ha vinto in primo luogo la tenacia con cui hanno resistito le radici antiche della sinistra e del buon governo garantito per decenni dal PCI. Non una pratica banale, ma una politica capace di scelte innovative collocate dentro l’alveo del riformismo socialista: dalle strutture educative per l’infanzia all’invenzione degli asili-nido, dalla sperimentazione dello smantellamento dei manicomi alla pratica del metodo della partecipazione, dal ruolo delle cooperative alla promozione dei distretti industriali. È soprattutto sulla base di questa memoria, interpretata dai messaggi di Bonaccini (e di Bersani, sarebbe doveroso riconoscerlo) che si è innestata la sensibilità diffusa dalla Sardine. “L’Emilia Romagna non si lega” significava soprattutto questo: difendere dagli assalti di un politicante senza scrupoli un patrimonio collettivo collegato ad una esperienza politica di lunga durata e penetrato in profondità in una parte larga del popolo.  E Salvini, con il suo goffo tentativo di chiamare in causa il Peppone di Guareschi e di intestarsi la successione del PCI, non ha fatto altro che contribuire al risveglio di questa memoria e ad accrescere gli anticorpi presenti nella società locale.

Si tratta, a ben vedere, di un patrimonio che il PD di Renzi ha fatto del tutto per cancellare (compreso nella rottamazione) e che forse il PD di Zingaretti – ammesso che si riesca davvero a capire cosa sia – è stato invece in grado, almeno, di riconoscere. Come interpretare altrimenti lo scarto impressionante della partecipazione al voto tra queste elezioni regionali e le precedenti se non con la reazione di una parte di elettori disgustati dal partito centrista della nazione degli anni scorsi che sono tornati ad avvertire la presenza di un campo politico rispettoso della sua storia e dei suoi valori?

E’ bene sottolinearlo: a vincere non è stato semplicemente il PD, fermo peraltro alle percentuali delle elezioni europee in cui aveva avuto anche il sostegno di altre forze quali ArticoloUno, ma uno schieramento  rappresentativo, oltre che del PD,  di realtà “minori” dell’area di sinistra e civica, da “Emilia Romagna coraggiosa progressista” alla “Lista Bonaccini”, in cui sono presumibilmente confluiti i voti di una parte degli elettori del M5S –anche grazie al meccanismo del voto disgiunto – e di chi in passato si era rifugiato nel “bosco” dell’astensione e si è rianimato grazie alle spinte delle piazze delle Sardine.

In ogni caso, il risultato emiliano ci parla di limiti e di potenzialità che vanno esplorate rapidamente ma in modo approfondito. È vero che negli ultimi anni il volto politico della regione era profondamente cambiato: segnato prima dall’ascesa del M5S e poi dall’avanzata della Lega, nelle province settentrionali, nei paesi dell’Appennino e in Romagna, ma qui – come si è visto- la sinistra aveva comunque solide radici che hanno impedito, nello scontro decisivo, la frana definitiva. L’Italia è una realtà complessa e difficile. Le devastazioni culturali degli anni recenti, il trionfo dell’individualismo e della filosofia liberale, il tentativo di liquidare la sinistra e di svilire il ruolo della politica hanno lasciato tracce profondissime. È necessaria – si perdoni l’espressione – una nuova evangelizzazione, è indispensabile che si dia forma a un “nuovo Principe” che si assuma il compito di una ricostruzione morale e di indicare una strada diversa per il futuro dell’Italia. Come scriveva Gramsci, questo moderno Principe “può essere solo un organismo; un elemento di società complesso nel quale già abbia inizio il concretarsi di una volontà collettiva riconosciuta e affermatasi parzialmente nell’azione. Questo organismo è già dato dallo sviluppo storico ed è il partito politico”. Un partito nuovo, però, che si proponga di connettere l’esperienza storica e le nuove domande della società. [Emilio Russo, dal blog di ecoinformazioni Ciclostilato in proporio]

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