Mantegazza per la Memoria a Mariano Comense

Lunedì 27 gennaio anche Mariano ha ospitato una interessante iniziativa per celebrare il giorno della memoria. Unitre, Università delle Tre Età, ha organizzato l’iniziativa Chi ignora la storia è condannato a riviverla.

La serata conclusiva lunedì sera, ha visto l’intervento di Raffaele Mantegazza, scrittore e docente di pedagogia all’Università Bicocca, nel palazzo civico di Mariano.

Il centinaio di posti a sedere allestiti non è stato sufficiente, cosicchè decine di persone hanno assistito in piedi alla serata, aperta dalla rappresentante di Unitre e successivamente dai saluti e dalla presentazione del sindaco Giovanni Alberti.

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Mantegazza è entrato nel vivo dell’argomento «l’arte di uccidere e stare a guardare – la Shoah: carnefici e spettatori», con brani di un toccante testo che raccoglie testimonianze di persone a vario titolo coinvolti nello sterminio messo in atto dai nazisti ai danni di ebrei, omosessuali, zingari, comunisti, disabili; alla domanda, posta dall’autore, «ma Lei lo sapeva?», le risposte dei testimoni/protagonisti sono state tanto disarmanti quanto sconcertanti. Questa introduzione è servita per sottolineare il fatto che accanto ai carnefici, protagonisti della Shoah sono stati anche i testimoni, gli spettatori; essi magari non sapevano tutto, ma ciascuno di loro sapeva qualcosa. E quel qualcosa poteva bastare a fare intuire il resto, ma ciò non è bastato a provocare una reazione significativa, e secondo Mantegazza questo non è stato dettato solo dalla paura; un ruolo importante lo ha giocato l’abilità dei nazisti nel trarre il peggio da ciascuno, nel far emergere la parte oscura che ciascuno ha dentro di sé; e anche nell’applicare le teorie fordiste della divisione del lavoro, teorie apprese direttamente dallo stesso Ford, ammiratore e collaboratore di Hitler nel divulgare il metodo già applicato con successo nelle proprie fabbriche, al fine di rendere “efficiente” anche l’attività dei campi di sterminio. Tale metodo serviva a far sì che, tra i vari “operatori” dei campi, ciascuno avesse un suo ruolo e nessuno potesse sentirsi interamente e unicamente responsabile della morte degli internati. A ciò si aggiunge il fatto che ad agevolare il compito degli “operatori” (carnefici o spettatori) della Shoah è servita un’altra intuizione nazista, quella della disumanizzazione, letteralmente la mortificazione (mors facere, ridurre in uno stato simile alla morte) dell’individuo prima della sua morte fisica, che diventava quasi un passaggio obbligato.

Chi di noi può avere la certezza di cosa sarebbe stato nella Germania degli anni ’40? Vittima, carnefice o spettatore? Questa è una delle inquietanti domande emerse nel corso della serata.

Certo i massacri nella storia dell’umanità sono stati innumerevoli, da quelli ai danni delle popolazioni native americane ai gulag, ma la specificità e unicità della Shoah è stata la scientifica pianificazione dello sterminio di intere categorie umane (e questo, rimarca Mantegazza, nel momento in cui la Germania si sentiva prossima a dominare il mondo, e non come “vendetta” nell’imminenza della sconfitta come una certa storiografia revisionista vorrebbe suggerire).

Altro carattere distintivo di questo delirante progetto era la suddivisione dell’umanità in “razze”, per cui non era ammissibile che una coppia ebrea avesse un figlio con tratti “ariani”, o che una coppia “ariana” avesse un figlio con tratti “impuri”; alla prima situazione si poneva “rimedio” sopprimendo la coppia e dando in adozione il figlio a famiglie “ariane”; alla seconda sottraendo il figlio con disabilità alla famiglia per sottoporlo a presunte cure, e provocandone invece la morte durante il ricovero.

Ciascuno quindi sapeva qualcosa, ma era portato a tacere, per paura ma anche per i vantaggi che venivano offerti. Alla costruzione del campo di Auschwitz, ai contadini dei terreni adiacenti non fu espropriato il terreno, cosicchè essi ebbero modo di capire cosa succedeva all’interno del campo, ma essi poterono fornire i loro prodotti agricoli all’amministrazione del campo, traendone un profitto.

In tutto questo, un ruolo importante lo giocava anche l’indottrinamento, cosicchè i programmi scolastici vennero modificati in maniera conforme all’ideologia imperante.

Stimolato anche dal dibattito scaturito a fine serata, Mantegazza non ha mancato di stigmatizzare il ruolo che in tempi recenti hanno assunto il negazionismo e i revisionismi. A questo proposito ha rimarcato come la differenza tra fascismo e nazismo sia stata tale solo per il contesto diverso in cui i due totalitarismi si sono sviluppati, e non per una presunta maggiore “umanità” del primo rispetto al secondo.

Sempre in tema di fascismo, e di contrasto al revisionismo che contesta chi vuole impedire alle forze dichiaratamente fasciste di inserirsi nel contesto democratico, la metafora elaborata da Mantegazza è efficace: si immagini una partita di calcio, a cui viene ammesso chiunque: l’uomo, la donna, il giovane, l’eterossessuale, l’omosessuale, il diversamente abile; viene però ovviamente escluso colui che si presenta pretendendo di poter giocare toccando la palla con le mani, perché questo è contrario alle regole del gioco; questo è il motivo per il quale il fascista, che nega i fondamenti della democrazia, deve essere escluso dalle competizioni elettorali che stanno alla base del sistema democratico.

Il finale ha offerto spunti per interrogarsi anche sul perché i revisionismi, le banalizzazioni, le minimizzazioni stiano prendendo piede e rischino di sovvertire quella “egemonia culturale” dell’antifascismo che ci ha rassicurati fino a tempi recenti; ci siamo presi abbastanza cura della democrazia? Perché per un giovane può essere preferibile, più “attraente” o “stimolante” assaltare in gruppo un campo rom piuttosto che impegnarsi nella politica locale? Siamo stati in grado di fornire dei modelli adeguati alle giovani generazioni? Allora entrano in gioco considerazioni più ampie, sull’odio per il quale basta un attimo a realizzarsi, l’amore che invece è molto meno immediato, quindi il valore del tempo, che dovrebbe suggerirci che spesso non è la velocità ma la lentezza che va ricercata.

A proposito di tempo, per tornare al tema iniziale, questo ci dice che il giorno della memoria è sì celebrazione che si conclude alla mezzanotte del 27 gennaio, ma è soprattutto impegno per il futuro, e come tale si apre alla mezzanotte del 27 gennaio, per durare fino a quando è necessario. [Federico Brugnani, ecoinformazioni]

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