La sostenibile leggerezza del dialogo

A dispetto del calendario, il Mese della Pace 2020 di Como prosegue imperterrito, con incontri di notevole importanza: spirato gennaio, si continua a febbraio, anche per non dimenticare che il 1° marzo, non lontano dal territorio comasco (per la precisione: a Varese), farà tappa la Marcia mondiale per la Pace e la Nonviolenza.

Sabato 1° febbraio, nell’auditorium della Biblioteca Comunale di Como, è stata la volta dell’incontro sul Disarmo interiore organizzato dal gruppo Dialogo tra religioni (uno dei sette che hanno dato vita alle molteplici iniziative del Mese della Pace), mentre venerdì 7 febbraio, nell’aula magna dell’Università dell’Insubria a Sant’Abbondio, si terrà l’incontro sugli articoli 10 e 11 della Costituzione, organizzato da Anpi e Istituto di Storia Contemporanea.

L’incontro sul Disarmo interiore ha costituito un esempio coraggioso e utile di come si possa affrontare un tema complesso a partire da sensibilità diverse, senza scadere nell’esibizionismo delle proprie appartenenze e anche senza ritirarsi in quell’eccesso di “politicamente corretto” che sfuma facilmente nell’ipocrisia.

Intanto chi ha organizzato e chi è stato disponibile a mettersi in gioco si è dovuto confrontare con un terreno linguistico particolarmente scivoloso (“disarmo” è parola polisemica quant’altre mai: rifiutare le armi certo, ma anche togliere l’impalcatura di sostegno – “disarmare” la volta di un ambiente, per esempio – e che dire delle domande “disarmanti”?). Non bisogna essere Nanni Moretti per aver chiaro che “le parole sono importanti”, e quindi parlare del disarmo senza ritrovarsi “in disarmo”, non è cosa né ovvia né semplice. Eppure, con tutta l’approssimazione del caso, nell’incontro ci si è riusciti.

Al tavolo quattro rappresentanti di differenti approcci al tema della “fede” (di nuovo alle prese con problemi terminologici: non tutti gli atteggiamenti sono religiosi!), in ordine di “apparizione”: don Michele Pitino – della Pastorale giovanile della Diocesi di Como –, l’imam Hamid Zariate – medico torinese, esperto nel dialogo interreligioso –, Marita Bombardieri – docente e responsabile Donne Ist. Buddista Soka Gakkai –, Roberto Negrini – professore del Politecnico di Milano, qui in veste di “laico” senza religione –. Moderatore, discreto ed efficace, dell’incontro è stato il giornalista Paolo Bustaffa.

Impossibile dare conto di un incontro durato oltre due ore, ma di certo si può dire che i discorsi ascoltati dal pubblico numeroso (non meno di 150 persone), per quanto un po’ attempato, sono stati importanti e utili. In particolare è risultato assai efficace il primo giro di interventi in cui ciascuna delle persone coinvolte ha esposto i propri caposaldi riguardo al tema della giornata: il “disarmo interiore” ovvero il superamento di atteggiamenti di chiusura nei confronti degli “altri”, il riconoscimento delle differenze, l’importanza del dialogo. Da punti di vista differenti (anche molto differenti) c’è stata una sostanziale convergenza su un atteggiamento che si potrebbe definire “umano”: è questo il vero valore che tutti dovrebbero portare avanti, un valore che è condizione preliminare alle sue interpretazioni (di chi ritiene che gli esseri viventi siano “figli e figlie di dio” e chi ritiene piuttosto che il vero “miracolo” – ma di nuovo siamo alle prese col linguaggio… – sia nella relazione di qualche milione di elementi che danno vita agli esseri…).

Dando per scontata una certa enfasi – che a tratti può essere sembrata un po’ ingenua – sulla speranza (se tutti siamo così tanto d’accordo, come mai il mondo va in un’altra direzione? – del resto il contrario sarebbe risultato sinceramente paradossale), dai molti discorsi sono emerse alcune parole chiave.

La consapevolezza: è ciò che distingue la persona umana dagli altri esseri viventi. Non l’intelligenza (che condividiamo con gli animali e – forse – persino con i vegetali), ma l’essere consapevoli, avere coscienza di sé.

Le differenze: letteralmente se fossimo tutti identici non ci sarebbe vita, cioè storia. Differenza non è (non dovrebbe essere) diseguaglianza. Dovrebbe essere argomento di grave preoccupazione il fatto che nel mondo contemporaneo crescono esponenzialmente le disuguaglianze, mentre si vorrebbero eliminare le differenze, consegnando tutti e tutte a un pensiero “unico”.

Il dialogo: senza di cui non c’è (non ci può essere) crescita di una collettività, di una comunità.

Essere consapevoli delle differenze significa riconoscere l’esigenza del dialogo, del confronto, della messa a punto di “nuove” strategie. Da questo derivano poi le cose concrete da fare: tra le tante, riportare al centro l’educazione, la formazione, l’istruzione (che anche uno Stato che si dice “moderno” come l’Italia ha colpevolmente messo da parte), riconoscere la centralità dell’universo femminile, individuare pratiche di lungo respiro che però coinvolgano le singole persone, in modo che le soluzioni non vengano più solo delegate ad altri (ma – bisogna aggiungere – senza dimenticare che qualcuno ha pur sempre il dovere di mettere in pratica certe decisioni per il bene comune!).

Tra le tante parole pronunciate – e appropriatamente analizzate -, una è forse mancata: conflitto. Il conflitto – cioè il confronto sincero, serrato, tra posizioni differenti – è cosa ben diversa dalla guerra, anzi le è antitetico. Non si può pensare che le differenze si compongano senza sforzo, come per magia… È invece indispensabile trovare modalità per elaborare i conflitti in modo non violento (non solo in senso fisico).

Un paradosso si è aggirato nella sala biblioteca, tra le righe dei buoni propositi. Quello formulato da Karl Popper – filosofo epistemologo liberale del XX secolo – riguardo alla “tolleranza verso gli intolleranti”. Si potrebbero aggiungere molte riflessioni a questa efficace provocazione. Mi limito a due. La prima è, ancora, di carattere filosofico-storico: poco prima del fatidico Sessantotto, Herbert Marcuse dedicò un breve saggio alla “critica della tolleranza” poiché nella tolleranza c’è rischio dell’acquiescenza. La seconda è di carattere più strettamente politico: la Costituzione Italiana – che è stata correttamente evocata anche nell’incontro in biblioteca – pone alcune ideologie (il fascismo, il nazismo, il razzismo, più in generale il totalitarismo) fuori dall’orizzonte politico e culturale della nazione: l’intolleranza non è ammessa.

Il disarmo, cioè la non violenza, non è e non deve essere né ingenuo né imbelle. Bisogna continuare a cercare, a conoscere, a confrontarsi.

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

Qui la ripresa video dell’intero incontro, gentilmente messa a disposizione dal Tavolo interfedi.

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