Mariateresa Lietti con Anna Banti nella Piazza virtuale dell’8 marzo a Como

Anna Banti, Lavinia fuggita. Credo che il modo più giusto per spiegare questa mia proposta di lettura per l’8 marzo sia lasciare fin da subito spazio alla voce di Anna Banti: «L’oratorio era suo, tutto scritto da lei, Lavinia. Da mesi l’aveva terminato, aveva aspettato l’occasione della lontananza del Vivaldi e l’aveva introdotto con la complicità di Zelinda, la portiera sordomuta, che non aveva capito nulla.

La scrittura del maestro era stata imitata a meraviglia, nessuno aveva sospettato una soperchieria tanto eccezionale, così era stato disposto che per Pasqua l’oratorio fosse eseguito.

“Capisci, non avevo altro mezzo, mai mi prenderebbero sul serio, mai mi permetteranno di comporre. La musica degli altri è come un discorso rivolto a me, io devo rispondere e sentire il suono della mia voce: più ne ascolto e più so che il mio canto e il mio suono sono diversi. Non

è uno scherzo: potresti star zitta quando ti senti chiamata da chi ti vuol bene? Pensa dunque, qui dentro c’è tutto il mio bisogno, strumenti, voci, chi ascolta: ma senza inganni, per me, è come un tesoro sepolto, nessuno suonerebbe una nota sola di quel che invento. Povera me se se ne accorgono, se Don Antonio tornasse… Giura che non parlerai, giura!”».

Da questo primo brano appare evidente la particolarità della scrittura, la cura, raffinatezza, la ricchezza di sonorità sia nella scelta delle parole sia nella descrizione di stati d’animo e di ambienti.

Qui sono presenti i temi principali che rendono così importante per me questo racconto, temi che hanno a che fare con le mie passioni e che quindi hanno influenzato la mia esistenza e penso che possa essere così anche per altre e altri: Lavinia fuggita è scritto da una donna con sguardo e consapevolezza di donna; ha al centro la musica e, ancora più nello specifico la composizione femminile; affronta la tematica della difficoltà per una donna artista (ma credo che possa valere per una donna in generale) di trovare uno spazio per sé, a sua misura in un mondo maschile; dà grande valore alle relazioni tra donne come elemento da cui trarre forza e che apre spazi di libertà; contiene interessanti spunti anche per quanto riguarda la trasmissione e l’insegnamento.

L’ambiente

Lavinia fuggita è ambientato agli inizi del 1700, negli Ospedali veneziani, ambienti particolarmente affascinanti, ricchi di musica e di relazioni femminili significative.

I Conservatori o Ospedali veneziani erano istituzioni di beneficenza, sorte (alcune già dal XIII secolo) per far fronte a epidemie, pestilenze, carestie, come anche i nomi ci testimoniano: Mendicanti, Derelitti, Incurabili, Pietà.

Lì venivano ospitati, in due reparti separati, bambine e bambini poveri, malati, indigenti, orfani e veniva loro data un’educazione finalizzata, per i maschi a un lavoro esterno e per le femmine al matrimonio o al convento.

I Conservatori erano retti da una congregazione di nobili e cittadini sotto il controllo dei competenti organi dello Stato veneziano e disponevano di un patrimonio derivato da donazioni, beneficenze, eredità.

Nell’educazione delle ragazze, all’interno degli Ospedali, un’importanza particolare aveva la musica, finalizzata al canto durante le cerimonie religiose.

A partire dal XVI secolo, i cori delle putte divennero un’attrattiva per i fedeli che accorrevano più numerosi e mostravano il loro apprezzamento lasciando elemosine consistenti. Questa divenne perciò una fonte di entrate non indifferente per i Conservatori che dedicarono sempre più spazio all’educazione musicale delle ragazze più dotate le “putte da choro” distinte dalle “putte da comun”.

All’educazione vocale si aggiunse quindi anche quella strumentale e, a questo scopo, vennero assunti i migliori maestri esterni.

Ogni bambina era affidata a una ragazza più grande che aveva in carico la sua educazione musicale e generale, il tutto sotto la sorveglianza di una “Maestra” che era responsabile, di fronte ai governatori, del comportamento di ognuna oltre che della riuscita artistica delle esecuzioni. Appena una ragazza era in grado di farlo, prendeva il posto del maestro esterno, con grande risparmio per l’istituzione.

Veniva quindi impartito l’insegnamento di tutti gli strumenti e si arrivò a costituire orchestre e gruppi vocali e strumentali di alto livello. Le funzioni religiose divennero dei veri e propri concerti.

Questi luoghi nel ‘700 ebbero grandissima fama per l’eccezionalità delle esecuzioni strumentali, in Italia e all’estero come ci testimoniano i numerosi dipinti a essi dedicati e i diari di viaggio di importanti personalità; Goethe, Rousseau, De Brosses, Burney.

Le donne dei Conservatori erano quindi esecutrici eccezionali, ma sicuramente non solo.

È davvero improbabile che musiciste di questa cultura e musicalità non si dedicassero alla composizione anche perché ancora non esisteva la divisione tra chi compone e chi esegue e una luce particolare su questo aspetto ci viene dalla lettura dei divieti e delle punizioni impartite molto di frequente.

«Non possino esser cantate in Choro compositioni di altri Maestri che delli proprij del luoco ne pure d’alcun dilettante senza permissione del Maestro quale doverà sottoscrivere col proprio nome la carta di essa compositione senza il quale requisito non possa la Maestra permettere il canto ne il suono d’alcuna antifona, salmo, moteto o sonata, e contro chi ardisse cantare, ò suonare compositioni d’altri non licenziate dai Maestri doveranno li Governatori Deputati devenire a gl’aggiustati castighi. S’alcuna ardisse resistere a questo inalterabile ordine sia […] partecipata la disobbedienza alli due Governatori acciò li diano una grave correttione».

Esistevano inoltre regole ferree per le copiste, compito ritenuto di grande importanza e responsabilità. Chi si occupa di storia ed è abituato a leggere tra le righe, nei silenzi, tra le pieghe del non detto, sa bene che non c’è bisogno di regole, divieti, punizioni se un fatto non avviene.

Anna Banti non scrive un racconto storico, ma sicuramente conosceva bene i documenti d’archivio e mostra una grande precisione storica in questo come in altri suoi scritti (Artemisia, Noi credevamo, La camicia bruciata, I porci, …).

Il suo racconto si colloca negli spazi del non detto, nei silenzi, negli scarti; spazi nei quali la ricerca sulle donne è abituata a muoversi.

La storia

La vicenda non è narrata in modo lineare, ma si svolge su più piani temporali con continui passaggi – spesso provocati da un elemento sonoro, o da una luce o da una parola – dal ritmo incalzante che determinano una struttura complessa e affascinante. (Modalità molto cinematografica che ci testimonia la passione di Anna Banti per il cinema).

Al centro del racconto c’è la figura di Lavinia, orfana giunta alla Pietà avvolta in una tela orientale rossa e gialla, unico indizio delle sue possibili origini.

Si mostra subito molto portata per la musica e viene quindi avviata agli studi in questo campo, diventando presto Maestra di altre alunne e responsabile delle esecuzioni.

Lavinia però ha una passione segreta: «Lavinia non aveva malizie e intrighi come quest’altre del coro, ma, purtroppo, non c’era modo di cavarle di testa la smania di alterare le partiture da eseguirsi, d’introdurvi certe sue invenzioni e mutar la distribuzione delle parti, a volte sostituiva addirittura i motivi delle arie. Una pazzia, una maledizione».

Non sempre però le sostituzioni vanno a buon fine: l’oratorio di cui si parla all’inizio non verrà mai eseguito perché verrà scoperta la frode e Lavinia se ne ammalerà. Chiederà quindi un favore all’amica Orsola: « “Questo è il mio ritratto” le aveva detto Lavinia porgendole i fogli “lo impari e poi ti ricordi di me come fossi dipinta”. Era una lunga aria per oboe, come una lamentazione da giovedì santo, pareva sempre la stessa ed era sempre diversa, cambiava di tono ogni dieci battute, era difficilissimo prendere i fiati e Orsola penò assai a conquistarla. Quattro giorni e quattro notti passò smemorata, inseguita dalle volute di quel canto: di notte, durante quel poco sonno, lo sentiva diffuso per tutto il corpo e nell’aria, le pareva che il cielo ne vibrasse.

La sera del quarto giorno sali al camerotto di Lavinia, come una sonnambula. “Sono pronta, mi dirai domattina se va bene”».

Lavinia farà un ultimo tentativo per trovare uno spazio alla sua musica e chiederà ufficialmente il permesso di comporre. Affronterà quindi Vivaldi, Maestro dell’Ospedale, e gli consegnerà il suo quaderno di composizioni. Avrà la risposta durante la giornata di gita alle Zattere dell’ospedale (gite che sono documentate una volta all’anno); verrà chiamata da Vivaldi e le amiche aspetteranno con ansia il suo ritorno.

«Lavinia taceva e piangeva quando uscì dal padiglione.

L’aria viva s’era fatta aspretta, il pomeriggio era inoltrato, il giardino, colle sue foglioline brillanti, rifletteva il rosso e il violetto del cielo e non incoraggiava più i giochi e il chiacchierio delle stanche ragazze. Esse si avvicinavano ai muri di cinta, le piccole ci si arrampicavano per guardar la laguna ancora tutta chiara, anzi pallida, appena sfiorata dal vento. Desideravano uscire, ritrovare i battelli, l’allegria e le peripezie dell’imbarco, non avevano più paura; ma si aspettava l’ordine della Priora. E invece della Priora uscì dal padiglione Lavinia, ratta come un cane frustato.

Aveva sotto il braccio un grosso quaderno di musica, ma non di quelli usuali, delle partiture di scuola, coperti di bruno.

Questo era più spesso, legato di tela rossa e gialla; sembrava raccolto di terra dove si fosse sfasciato, alcuni fogli pendevano. Lavinia piangeva, il suo pianto era ben visibile anche se si riparava nella rigidezza del viso, tutto teso in fermezza, a occhi spalancati, talché le lacrime che ne traboccavano le bagnavano le gote come una pioggia silenziosa. La luce rossa del tramonto le batteva in faccia, doveva vederci poco e infatti inciampava in una frotta di bambine che s’intestavano al gioco dei quattro cantoni. Orsola aveva riconosciuto il quaderno».

Da questa gita Lavinia non rientrerà e a nulla serviranno le ricerche sia all’esterno che all’interno dell’ospedale. Lascerà dietro di sé solo il suo quaderno. «Per un istinto oscuro, finita la perlustrazione generale, eran corse lassù. L’armadio di Lavinia era aperto, ebbero l’impressione che il battente ancora oscillasse. I suoi quattro stracci, qualche libro, un fascio di carte, tutto intatto; e, sopra le carte, il quaderno dalla copertina gialla e rossa, come appena deposto. Lo aprirono, era ben quello che Orsola conosceva, col suo titolo a stampatello Lavinia del Coro, Cantate e Concertini. Orsola lo sfogliava, Zanetta stava a guardare. Lo riposero in silenzio e, senza dirselo, furono certe

che Lavinia non l’avrebbero vista mai più».

Il quaderno verrà custodito dalle amiche Orsola e Zanetta che dopo la sua scomparsa non riusciranno più a restare nel conservatorio e ne usciranno quindi sposandosi. Rappresenterà per loro, oltre al ricordo di Lavinia, il desiderio di quella libertà che hanno intuito.

Nel racconto non si dice cosa accade a Lavinia e Anna Banti dirà all’interno di Un grido lacerante. «Non avevo il coraggio di distruggerla: l’avevo mandata lontano, al di là del mare o in fondo al mare».

Anna Banti ( Lucia Lopresti 1895-1985)

E, a proposito di desiderio, credo sia doveroso, non tanto raccontare la storia di Anna Banti quanto soffermarsi sulla sua scelta di fondo molto sofferta. La scrittrice si diploma con una tesi in storia dell’arte, campo che ama profondamente, ma a questa passione rinuncerà facendosi da parte per lasciare spazio al marito Roberto Longhi, suo insegnante e storico dell’arte che sposerà nel 1924. La narrativa, che pure ama, viene vissuta come un ripiego e vivrà costantemente nel conflitto tra l’amore e la stima per il marito e la consapevolezza di aver tradito se stessa e la sua vera passione. Conflitto che espliciterà chiaramente nel testo Un grido lacerante, sorta di autobiografia che pubblicherà nel 1981, undici anni dopo la morte del marito.

Questo conflitto sarà spesso al centro dei suoi scritti e ritroviamo molto di lei in tanti suoi personaggi femminili. Speso sono donne che vivono la difficoltà di essere artiste (o donne) in un mondo a misura di uomo, dove per loro non c’è spazio. Donne che vivono contrasti e lacerazioni, ma non sono mai mute e rassegnate: non sono sottomesse, ma consapevoli del proprio desiderio e della propria forza.

Quello che Anna Banti ci descrive è il desiderio e il coraggio delle donne di essere fedeli a se stesse, come Lavinia che proverà fino in fondo a dare spazio alla sua musica.

Nel campo della realtà sono pochi i nomi di donne compositrici provenienti da questi ambienti. Mi piace ricordare Maddalena Lombardini (1745), straordinaria musicista, proveniente dai Mendicanti che riesce ad uscire dall’ospedale e a fare la professione di violinista  e compositrice. Stimatissima e apprezzatissima, vedrà pubblicate tutte le sue opere (cosa rarissima allora) e scriverà in particolare 6 quartetti che danno l’avvio a questa che una tra le più interessanti e raffinate forme musicali.

Credo che Maddalena Lombardini sia davvero una grande figura di musicista, non solo per la bellezza e originalità della sua musica, ma anche perché ha osato sottrarsi al controllo dell’istituzione. Ha rischiato, uscendo da un ambito protetto, dove era stimata e dove avrebbe potuto ricoprire un ruolo importante e, nonostante le difficoltà che ha incontrato, è riuscita (a differenza della Lavinia di Anna Banti) a farsi riconoscere, ad acquistare fama e apprezzamenti, a guadagnare con la sua attività di concertista tanto da mantenersi e da contribuire in modo sostanziale anche al mantenimento della figlia. In questo modo ci ha permesso di leggere con altri occhi la realtà dei Conservatori, realtà che credo vada ancora molto indagata.

In ultima analisi, si può affermare che Maddalena Lombardini ha saputo sottrarsi alla tutela maschile e in questo modo ha aperto possibilità e spazi di libertà a tutte noi.

A questo punto il mio invito non può che essere a leggere il racconto di Anna Banti e ad ascoltare la musica di Maddalena Lombardini. [Mariateresa Lietti]

Lavinia fuggita, racconto lungo o romanzo breve, è stato scritto nel 1950 e pubblicato nel 1951 all’interno della raccolta “Le donne muoiono”. Sono seguite numerose pubblicazioni: In Il coraggio delle donne, La Tartaruga 1983; Lavinia fuggita, la Tartaruga 1996; In Le donne muoiono, Giunti 1998; in Romanzi e racconti, I meridiani, Mondadori 2013.

Quartetto N. 5 in Fa minore di Maddalena Lombardini. Esecutrici: Clara Marzorati e Mariateresa Lietti, violino , Chiara Zabatta, viola, Anna Camporini, violoncello 

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