Miriana Ronchetti nella Piazza virtuale dell’8 marzo a Como con Vincenzina Fisco

Miriana Ronchetti dai pensieri di Vincenzina Fisco*.

Ah, se quel muro potesse parlare…

Dedico queste impressioni a mia madre che mi ha trasmesso l’amore per le piccole cose della vita. Scrivo, immaginando che sia lei a farlo; sono i suoi pensieri che cadono come gocce di pioggia sulla carta…

Giorno dopo giorno passa la vita di ogni uomo, come una velocissima pellicola cinemascope.

Ad un certo momento qualcosa si ferma e si sente il bisogno di vedere i fotogrammi delle piccole cose e di quelle più grandi.

Sono nata in una calda e solatia cittadina barocca, a Noto, nella bella terra di Sicilia, nel 1926, il 20 dicembre. Da pochi giorni ho compiuto ottant’anni e ho un intimo desiderio che da tempo coltivo. Mi piacerebbe tanto vedere pubblicato il libro della mia vita; un libro scritto da me, nel quale raccontare quella storia che mi appartiene, la mia storia; parlare della mia infanzia e vederla attraverso le parole ed i ricordi.

Un libro dove riuscire finalmente a sfogare le gioie, le paure, le ansie, le tristezze di una bambina quale io ero; una giovinetta di sedici anni che da sola, bagagli alla mano, si è vista costretta a partire dalla propria terra per andare a vivere in un paese sconosciuto, senza affetti, senza nulla al di fuori di una pigna di emozioni, qualche speranza, un fratellino di tredici anni che stringeva forte la mano e una dolce canzone nel cuore. Quelle emozioni di bambina, che sono poi divenute confusioni di giovinetta e poi di donna, di moglie, di madre, di nonna, sono ancora vive dentro me come fosse ieri. Forse che io sia rimasta una bambina?

Nella mia vita ho visto e sentito tante, tante cose; ho ascoltato molta gente, amato i miei cari, i miei amici e tutti quelli che sono entrati nella mia casa, e anche quelli che non sono entrati mai. Ho sofferto come altri esseri umani e nell’angolo più indisturbato della mia memoria ci sono tante pagine accatastate una sopra l’altra, che attendono di essere scritte. Spero di riuscire a realizzare il mio piccolo sogno; questa mia, chiamiamola ambizione, nel modo più sincero, leale, autentico ma soprattutto con l’amore che mi lega alla vita, alle persone, alle mie due figlie, e perfino a quel muro della casa di fronte che vedo ogni mattina, con tante finestre aperte, con tante vite dietro, quando apro le persiane della mia casa. Da più di sessant’anni, freddo amico dei miei risvegli! E ogni mattina, ancora oggi, prima di aprire le imposte spero sempre che accada il miracolo: il mare! Grande, bello, immenso, senza confini che pare debba cadere da un’altra parte. Io che ero abituata a vederlo, per davvero, dal piccolo balconcino della mia casa. Ah…se quel muro potesse parlare! Non posso certo raccontare tutta la mia storia, ci vorrebbero dei volumi come per le enciclopedie e non basterebbero ancora, e non sarebbe neanche così tanto interessante. I vecchi, poi, lo sanno tutti, ne hanno di cose da dire, se solo li lasciassero parlare. Ogni piccolo millimetro di quel muro, racchiude un’infinità di ricordi solo miei. La mia terra piena di colori, di voci, di occhi umidi di tristezze e desolazioni: tutto quello che raccolsi in sedici anni, impiantato in quel muro. Ora con gli occhiali faccio più fatica a distinguere i punti, ma ogni granello di sasso apre la memoria a trecentosessanta gradi e io me ne sto lì a guardare, mentre sento alcuni vicini che passano dicendo: “eh…poverina, è andata via di testa!”.

Ma io di testa ci sono, eccome se ci sono!

Era il 23 maggio del 1943. La guerra non era ancora finita e in quella bella sera di quel mese che tanto amo, mia madre se ne andò in cielo come un angelo, lasciandomi impaurita in un mondo in fiamme. Prima di quel giorno, nonostante tutti volessero sempre portarmi da qualche parte, io testarda come un mulo rimanevo sempre là, attaccata alle sue belle e lisce mani che mi accarezzavano i capelli, alla sua voce che mi raccontava a fatica quello che avrei dovuto fare; alla sua voce che mi diceva:” Non devi avere paura: devi essere forte.

Noi donne del sud, siamo forti, non siamo dei fichi secchi. Vai via da qui, vai lontano”.                  E così feci. Lasciai per la prima volta la mia Noto e la Sicilia nel settembre del 1945.                Non riuscii neppure a versare una lacrima. Quelle vennero tutte, dopo. I riflessi delle acque, la gente, i profumi, i suoni del vento di scirocco della mia terra me li porto nel cuore e sulla pelle, attaccati come il sale che ti si appiccica dopo avere fatto un bagno nel mare.               Ancora oggi, quando guardo quel segmento di muro, rivedo gli occhi di mia madre, della mia Noto e, viva in lei, riaffiora la sua anima di donna di un sud dolorante.

Questo è solo un piccolo ricordo, conficcato in un muro che se potesse parlare…

ah, se quel muro potesse parlare!

[Miriana Ronchetti]

* Vincenzina Fisco, nata a Noto, il 20 dicembre 1926, artista poliedrica, estrosa e passionale. Si dedica al canto lirico e leggero, alla realizzazione di modelli di cappelli in stoffa e all’uncinetto, lavorando per il giornale Rakam.

Appassionata di varie arti: cucina, lavori di ricamo, poesia, scrittura di prose e madre esemplare, vive la sua vita sempre all’insegna dell’originalità che la contraddistingue e con l’amore e la gentilezza verso il prossimo. Dedica alle persone molto del suo tempo, coltivando profonde amicizie, con persone semplici e con persone del mondo della cultura italiana.

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