Ci si salva insieme

Attorno ai letti in cui soffrono – e muoiono –  migliaia di italiani, attorno agli ospedali in cui medici e infermieri si prodigano instancabilmente – anche per rimediare a un’organizzazione sanitaria indebolita e sfregiata da tagli e logiche rapaci – , attorno alle case in cui il disagio dell’isolamento si unisce all’apprensione per sé e per i propri cari e alla preoccupazione per il futuro di tutti, si è ormai scatenata una macabra danza di politici irresponsabili e di demagoghi sfaccendati che seminano ad arte i germi del catastrofismo con l’intenzione non tanto nascosta di evocare il “tanto peggio, tanto meglio”. Gente che dipinge un’Italia in preda a jacquerie e assalti ai forni – anzi sembra spingerla verso questo scenario-  con l’intento di lucrare qualche spicciolo di consenso sulla tragedia degli italiani. Tra loro c’è chi a questo esito affida le proprie speranze di nascondere il fallimento delle proprie imprese politiche, di quelle di ieri e di quelle più recenti. Chi da subito aveva mostrato –nei partiti di opposizione e sui giornali-  una irriducibile avversione nei confronti del governo “giallo- rosso” aspetta con ansia di poter dire: avete visto, l’avevamo detto.

Sciacalli, che non sanno rinunciare a mettere in atto manovre spregiudicate e senza costrutto con il solo obbiettivo di aprire una crisi politica nel mezzo della tragedia in corso, e per questo arrivano anche a strumentalizzare persino le parole di Draghi. Lo fanno sulla pelle dei propri connazionali, e mentre chi governa si sforza di porre un argine alla diffusione dell’epidemia e di sormontare le terribili difficoltà economiche, blaterano di “un assordante silenzio della politica” senza fare altro che proporre di fingere che la gente non muoia e che il sistema non sia sotto stress. 

Non sono nemmeno in grado – o non hanno nemmeno il coraggio-  di indicare i motivi della loro contestazione né di distinguere le responsabilità dei ritardi e dei disservizi. Al massimo, come prova del “fallimento”, sanno fare dell’ironia sui moduli dell’autocertificazione, se la prendono con “la burocrazia” e, in qualche caso, rispolverano il vecchio refrain dei “privilegi” dei politici. Oppure guardano le cose con l’occhio del proprio “particulare” (le partite, iva, i commercialisti, gli avvocati…). Forse non conoscono nemmeno i diversi ruoli delle istituzioni coinvolte, se è vero che, raramente, sono in grado di mettere davvero a fuoco le responsabilità, gravi, di una Regione Lombardia imbarazzante.

Di questo si dovrà parlare. “Dopo” si potrà parlare di tutto: dell’organizzazione sanitaria e del pasticcio del Titolo V della Costituzione, del rilancio dell’economia e del nuovo ruolo dello Stato, del nostro rapporto con l’ambiente, del modo d’essere (o di non essere) dell’Unione Europea e persino delle nostre alleanze internazionali. Adesso vale il vecchio adagio: primum vivere, deinde philosophari. Chi non lo rispetta oggi, non avrà titolo domani per prendere la parola. Oggi l’imperativo è portare fuori l’Italia dall’epidemia, senza impazienze e fughe in avanti, e aiutare nel frattempo gli italiani a sopravvivere. Seguendo la bussola indicata da Papa Francesco: ci si salva insieme.

Qualcuno ha sbagliato – e in modo colpevole –  all’indomani dello scoppio del primo focolaio, a dare messaggi che già allora apparivano deliranti (Milano non si ferma, io esco ecc.). C’è chi si è scusato, come il sindaco di Milano, e chi non lo ha ancora fatto, anche se oggi sulle pagine degli stessi giornali le facce di chi si è prestato a quella campagna sono sostituite dalle foto dei morti dei necrologi. Ma ben più insensata, strumentale, criminale –lasciatemelo scrivere-  è la tesi per cui oggi, ancora in piena emergenza sanitaria, incita pericolosamente i suoi concittadini, come nella canzone di Giorgio Gaber, a “far finta di essere sani”. Oltre che una sciocchezza e un atto di irresponsabilità politica, si tratta di un reato: si chiama istigazione al suicidio. [Emilio Russo]

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