Pasqua e carcere

Un articolo di Luigi Nessi, volontario − fino al blocco imposto per l’epidemia virale − al carcere comasco del Bassone e personalità di spicco della cittadinanza attiva comasca.

«Pasqua e carcere

Da volontario del Bassone sono contento che Papa Francesco, nella Via Crucis del Venerdì Santo, abbia riportato all’attenzione di tutti il problema del Carcere.

Come avrete notato, dopo le violente proteste di inizio aprile − detenuti sui tetti, incendi in alcuni luoghi, scioperi della fame, e purtroppo anche morti −, del Carcere pochi ne hanno riparlato. Anzi, da personalità politiche di diversi schieramenti, dure erano state le prese di posizioni contro l’idea di concedere la possibilità, a chi aveva pene minori, di uscire.

Questo a testimoniare che ancora non si capisce che la durezza del carcere, duro e disumano, non attua quello che la nostra Costituzione recita − le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato… − e questo nonostante ci sia stata negli anni Ottanta la legge Gozzini, una riforma che ha dato voce alle persone recluse per affermare i loro diritti.

Pensate all’ultimo rapporto dell’Associazione Antigone, da sempre impegnata per il bene dei reclusi. Questo rapporto dice che, al 29 febbraio 2020, erano 61230 le persone detenute, con un sovraffollamento del 119 per cento rispetto alla capienza regolamentare delle carceri. Carceri luoghi dagli spazi minimi, celle strette, luoghi di promiscuità (due o tre per celle minime) luoghi di letti a castello dove chi dorme in alto magari sbatte la testa contro il soffitto. Celle chiuse da sbarre, con poche possibilità − per chi non è nel settore “celle aperte” − di avere tempo per uscire all’aria durante la giornata.

Pensate alla solita loro vita, un rituale quotidiano per mesi e magari anni, nonostante l’impegno dei pochi educatori presenti, del prete e dei volontari, che cercano di inventare e mettere a profitto idee per la vita dei detenuti, ma − ripeto − sempre in pochi, in confronto al numero di chi è recluso.

Pensate anche a chi in carcere lavora, alla polizia penitenziaria, ai pochi educatori, al personale negli uffici, ai direttori; persone che so − parlo del nostro carcere − impegnate al massimo, anche con turni impegnativi, che mettono in campo tutta la loro umanità, per favorire la vita di chi è detenuto; un lavoro magari tante volte non considerato come invece dovrebbe essere.

Pensate ai famigliari dei detenuti: molte famiglie costrette a vivere senza il capofamiglia, molte madri lontane dai propri figli; bambini che crescono senza la figura paterna.

E poi il recupero: quando le persone, scontata la pena, escono, come li si aiuta a reinserirsi nella società? Siamo sinceri: difficile che il quartiere, la città, la società accolga positivamente una persona che dal carcere esce, specie se questo non ha un nucleo famigliare che l’accolga.

Pensate anche a questa situazione di coronavirus; questa vicinanza poteva risultare letale. Non ci sono sino ad oggi, per fortuna, casi del genere, se non un paio nelle carceri italiane, ma se….

C’è da dire che a Como i Magistrati di Sorveglianza, valutando le diverse istanze presentate dall’Ufficio educatori e dall’Ufficio Matricola, a seguito del decreto del 17 marzo 2020, hanno permesso a una quarantina di persone di uscire, usufruendo di pene alternative alla detenzione, e molte altre domande per condannati con problemi sanitari verranno valutate in settimana. Questo ha ridotto il numero dei detenuti presenti a 400 persone circa.

Comunque grazie ancora a Papa Francesco, perché le carceri, la loro condizione fisica e di vita, penso sia una delle cose, finita questa emergenza, su cui ritornare a discutere e a confrontarsi.

Se le nostre carceri non vengono migliorate (strutture, attenzione al personale, attenzione ai detenuti) annulliamo l’idea che possano servire a (ri)costruire persone migliori, pronte a reinserirsi nella società.

Il grado di una società civile si misura anche dalla situazioni delle sue prigioni. Se i diritti delle persone detenute, come di tutte le altre situazioni fragili ed emarginate, vengono poco tutelate, ne perdiamo poi tutti.» [Luigi Nessi]

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