Lacrime che hanno visto/ Ricordando Vik

Vittorio Arrigoni, “Gaza. Restiamo umani”, Manifestolibri, pp. 127, prima edizione 2009 (prefazione di Michele Giorgio, postfazione Tommaso Di Francesco), euro 7; seconda edizione, pp. 144,2011 (con scritti di Egidia Beretta, Maria Elena D’Elia, Michele Giorgio, postfazione di Ilan Pappe), euro 12.

Egidia Beretta, “Il viaggio di Vittorio”, Baldini Castaldi Dalai, pp 185, 2012, euro 15, tascabile 2013 euro 10

Stefano “S3KENO” Piccoli, “Guerrilla Radio. Vittorio Arrigoni, la possibile utopia”, Round Robin editrice, pp. 133, 2015, euro 15

«Io che non credo alla guerra, non voglio essere seppellito sotto nessuna bandiera. Semmai vorrei essere ricordato per i miei sogni. Dovessi un giorno morire – fra cent’anni – vorrei che sulla mia lapide fosse scritto quello che diceva Nelson Mandela: “Un vincitore è un sognatore che non ha mai smesso di sognare.”», così scriveva poco prima di morire Vittorio Arrigoni.

Per iniziativa di Alessandra Arrigoni e di Egidia Beretta, sorella e madre di Vittorio, fino alla mezzanotte di mercoledì 15 aprile 2020, si tiene l’evento facebook “Ricordando VIK 2020”: «15 aprile 2011 – 15 aprile 2020. 9 anni fa Vittorio Arrigoni, volontario ed attivista per i diritti umani, è stato ucciso a Gaza – Palestina. A 9 anni dal suo omicidio ricordiamolo insieme nelle nostre case: con una candela accesa, un disegno, una foto, musica, un bicchiere di vino o birra (come piaceva a lui) con un momento di silenzio o come volete voi, ogni gesto di vicinanza sarà da noi apprezzato. Grazie a tutti voi che in questi 9 anni non ci avete mai lasciate sole».

È da giorni che penso a Vittorio, a Egidia, a Alessandra, a tutte e tutti gli amici e compagni che dal 2012, nella domenica di aprile più vicina alla data della sua morte, incontro alla celebrazione che organizziamo a Bulciago per stringerci tutte e tutti in un abbraccio collettivo. Quell’abbraccio personale e collettivo quest’anno mi mancherà. Stasera metterò una kefia al balcone e mi siederò a guardare le stelle bevendo un bicchiere di vino.

Ricordo la sera del suo rapimento. Non ero a casa e l’ho saputo a telefono da un giornalista comasco che voleva un mio commento su quanto accaduto. La prima reazione è stata di incredulità. Sapevo quanto Vik fosse amato a Gaza. Non lo sentivo da quasi due anni, ma leggevo i suoi articoli e i suoi scritti quasi quotidianamente e mi sembrava che ci fossimo visti da poco. Perché Vik ogni giorno per anni e fino a quel giorno ci aveva raccontato la lotta per la sopravvivenza di due milioni di persone rinchiuse nell’assedio, bombardate, affamate, umiliate. Con immagini e parole, indipendenti vera, Vittorio ci forniva informazioni e emozioni sulla vita quotidiana. Mentre divulgavamo l’appello per la liberazione con le firme arrivate a valanga nella notte da ogni angolo di Italia sapemmo che Vittorio Arrigoni era stato ucciso a Gaza, a trentasei anni, poche ore dopo il suo sequestro.

Per rompere il silenzio che già dalla primavera avvolgeva Gaza, aveva scelto di restare all’inferno, insieme a chi dall’inferno non poteva andarsene, anche dopo la fine di “Piombo fuso” e la pubblicazione per manifestolibri di “Gaza. Restiamo umani”, il diario tenuto dal 27 dicembre 2008 al 22 gennaio 2009. Così scriveva sul suo blog Guerrilla radio: «Nonostante offerte allettanti come una tournee in giro per l’Italia con Noam Chomsky, ho deciso di rimanere all’inferno, qui a Gaza. Non esclusivamente perché comunque mi è molto difficile evacuare da questa prigione a cielo aperto (un portavoce del governo israeliano ha affermato: “è arrivato via mare, dovrà uscire dalla Striscia via mare”), ma soprattutto perché qui ancora c’è da fare, e molto, in difesa dei diritti umani violati su queste lande spesso dimenticate».

Vittorio aveva deciso di stare a Gaza con i suoi occhi testimoni e il suo corpo solidale, perché aveva visto il furto di terra, di acqua, la demolizione di case, la distruzione di coltivazioni e di barche di pescatori. Era stato anche ferito mentre li accompagnava a pescare cercando di proteggerli con il suo corpo dagli attacchi armati dell’esercito israeliano, proprio come Rachel Corrie, uccisa a Rafha perché aveva interposto il suo corpo tra un bulldozer e una casa. Vittorio aveva visto i malati di cancro rimandati indietro “per questioni di sicurezza” al valico di Eretz tra Gaza e Israele, aveva visto palestinesi trattati con disprezzo, picchiati, umiliati. Aveva visto la disperazione dei pescatori a cui veniva impedito di pescare e aveva visto la disperazione dei contadini abbracciati a un albero di olivo mentre un bulldozer glielo porta via. Aveva visto donne partorire dietro un masso per l’impossibilità di raggiungere un ospedale. Aveva visto la paura e il terrore negli occhi dei bambini e delle bambine e i loro corpi spezzati. Aveva visto morire neonati prematuri perché in ospedale mancava l’elettricità. Aveva conosciuto bambini e bambine che non hanno avuto altro che dolore da quando sono nati. Aveva sentito il freddo che penetra nelle ossa nelle notti gelide di Gaza senza riscaldamento, e senza luce. Aveva assistito durante Piombo fuso (dicembre 2008 – gennaio 2009) alla distruzione di migliaia di case e all’uccisione di più di tremila persone, tra cui centinaia di bambini che certo non tiravano razzi. «Restiamo umani», ci ripeteva Vittorio; a qualunque latitudine, facciamo parte della stessa comunità; ogni uomo, ogni donna, ogni piccolo di questo pianeta, ovunque nasca e viva, ha diritto alla vita e alla dignità. Gli stessi diritti che rivendichiamo per noi appartengono anche a tutti gli altri e le altre, senza eccezione alcuna.

Anche ora, come allora, siamo in pochi a guardare a Gaza, un buco nero nella cronaca e nella politica, una gigantesca macchia oscura nell’etica collettiva, impastata di indifferenza e di enormi complicità con l’orrore.

E dunque stanotte rileggerò il suo “Gaza. Restiamo umani” e l’intenso libro di sua madre, Egidia Beretta Arrigoni, “Il viaggio di Vittorio”, che racconta del figlio «perduto, ma così vivo come forse non lo è stato mai, che, come il seme che nella terra marcisce e muore, darà frutti rigogliosi.», sfoglierò le pagine del fumetto non-fiction di Stefano “S3KENO” Piccoli, “Guerrilla Radio. Vittorio Arrigoni, la possibile utopia”, e guarderò un po’ di foto che magari bagnerò con qualche lacrima.

Vittorio è morto ammazzato. La sua morte ha strappato il velo sulla Striscia e ha parlato e continua a parlare. Mi auguro che Vittorio possa continuare a parlare davvero a tutti, anche ora che non c’è più. A seminare ancora l’insopportabilità dell’ingiustizia, delle doppie misure, dell’ipocrisia in cui viviamo immersi.

Restiamo umani per lui, Vittorio Arrigoni, giusto, appassionato, umano. [Celeste Grossi, ecoinformazioni, Arcibook Lombardia]

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