Didattica distante

Dopo oltre quaranta giorni di chiusura delle scuole e di sospensione delle lezioni per emergenza sanitaria, dopo aver praticato la didattica a distanza, dopo essermi confrontato con colleghi, studenti, amici e parenti, voglio condividere alcune riflessioni su questo periodo visto in base alla mia esperienza personale di insegnante in ruolo da 34 anni.

Le condizioni materiali di lavoro. Come sono cambiate

Ma lavori di più o di meno? Mi sono posto questa domanda quasi subito, confrontandomi con altre persone che, non facendo gli insegnanti, svolgono il cosiddetto telelavoro ( uso questo termine novecentesco che mi risulta più familiare) e si sono accorti di significativi aumenti del numero di ore lavorate. Ma quanto lavorava “prima” un insegnante come me? Il conteggio è quello fatto infinite volte parlando del lavoro sommerso (cioè svolto ma non completamente retribuito) degli insegnanti. E quindi non considerando le riunioni collegiali ( che sono riconosciute in modo forfettario , comunque retribuite e che nell’ emergenza si sono svolte in videoconferenza senza variazioni di impegno orario) Mediamente possiamo dire che per ogni ora di lezione , di cattedra, ci sia una pari quantità di tempo che si impiega per studiare e/o ristudiare ,per aggiornare le lezioni frontali, le attività di laboratorio, le esercitazioni in classe, le verifiche, per correggere e valutare gli elaborati scritti, per scrivere verbali di riunioni, relazioni sulle attività svolte e predisporre i programmi . Quindi alle 18 ore di lezione possiamo aggiungerne altrettante che a seconda dei singoli insegnanti si svolgevano vuoi a casa, a scuola, in viaggio, chi all’alba e chi a notte fonda. Qualche volta trovandosi libero tutto il pomeriggio e la sera, molto spesso facendo le nottate. Poiché , e non penso di essere il solo , ho fatto la scelta di inviare a casa dei miei studenti gli stessi materiali che avrei utilizzato insieme a loro in aula, ho dovuto presentarli in una ‘confezione’ che conteneva anche le ‘istruzioni ‘ per l’uso, le spiegazioni e gli stimoli che normalmente io ci metto in una lezione frontale o dialogata. Ho dovuto quindi ‘ riciclare ‘, io che insegno storia dell’arte in un liceo delle scienze umane, presentazioni riguardanti gli artisti e le opere messe in programma integrandole necessariamente con una parte scritta sostitutiva della mia persona. Ho dovuto lavorare parecchio per adattare schemi e appunti ad una lettura individuale e solitaria ma soprattutto per ‘tagliare’ i rimandi e i collegamenti che , a richiesta degli studenti, amo piazzare in mezzo alle lezioni ‘normali’, Ho dovuto ripensare (e non lo avevo mai fatto) a come avviare una comunicazione che ci sarà solo attraverso lo scambio in rete di lezioni /e di elaborati scritti. Ho quindi realizzato finora 12 presentazioni di circa venti slide ciascuna mettendoci circa 120 ore , quattro al giorno in sei settimane da cinque giorni lavorativi. Senza dubbio, facendo questo conteggio basato unicamente sulle ore prestate, in questi ultimi quaranta giorni sembrerebbe che io abbia lavorato per la scuola meno che in una situazione di “ normalità”. Ma il lavoro di un insegnante non è riducibile ai contenuti della sua disciplina e io adesso, al posto di andare a scuola sto facendo solo il redattore di un corso per corrispondenza. ( i più anziani si ricorderanno, e a me scappa da ridere, la famigerata “Scuola radio Elettra” di Torino). Va poi considerato il peso specifico di queste ore nelle condizioni in cui sono state impiegate: la segregazione forzata ha prodotto in tutti noi una diversa percezione dello scorrere del tempo, per me è stato il ripetersi , giorno dopo giorno , di una situazione da primo gennaio alle 9 di mattina ( magari vi sarà capitato di andare in giro a quell’ora in quel particolare giorno) Tempo vuoto, tempo sospeso, molto simile al “terrore di vacanze” di cui cantava Paolo Conte. Mi sono accorto anche ( e anche il resoconto giornaliero dell’iPad me lo conferma impietosamente ) di essere ‘ a scuola’ a tempo pieno non solo col pensiero ma con tutta la mia persona, il computer sempre acceso e di tanto intanto impagino o scrivo qualcosa.

Le condizioni materiali di lavoro. L’ ipotesi B

L’alternativa sarebbe stata la video lezione. Ma è una possibilità che io ho subito scartato per motivi drammaturgici. Le relazioni fra le persone che stanno a scuola richiedono necessariamente la condivisione di uno spazio fisico e la prossimità dei corpi. Queste condizioni sono necessarie sia che si faccia lezione ex-cathedra , nel modo più tradizionale quindi, sia, soprattutto nel caso in cui si pratichino forme di didattica basate sull’interazione, sulla partecipazione e sul ‘ rovesciamento’ delle fasi dell’apprendimento. Pensavo a questo già prima dell’emergenza sanitaria, basandomi su due esperienze; la prima: avrete tutti visto, erano frequenti a notte fonda sulla Rai prima del passaggio al digitale terrestre , le lezioni di ‘RaiNettuno’ , i corsi universitari a distanza, dove autorevoli docenti erano impegnati nel non invidiabile compito di fare lezione all’unico occhio di una telecamera, senza alcun riscontro delle reazioni di altri esseri umani. Quelli più in difficoltà erano proprio loro: disperatamente soli e quasi intimoriti dal mezzo televisivo. La seconda: negli ultimi anni mi è capitato di utilizzare la videoconferenza per riunioni assembleari, e mi sono accorto che questa modalità , che funziona abbastanza bene “fra pari “ ha però la caratteristica di essere rigida e poco adatta al “batti e ribatti” così frequente a scuola. Cioè : se ognuno si iscrive a parlare, e tutti a turno parlano, va bene ; ma lo “ scusi prof. non ho capito” il “ci siamo persi” o lo “ spiegati meglio” diventano francamente ingestibili, stando almeno le attuali tecnologie. La videoconferenza favorisce il dibattito ordinato, ma inibisce la partecipazione dei più timidi/ meno motivati che spesso sono anche quelli che nel microfono e nell’ occhio elettronico trovano un ostacolo psicologico . Le testimonianze, soprattutto dei colleghi – non degli studenti ,a dire il vero, e vedremo subito il perché – parlano di un senso di estraniamento dovuto alla scarsissima interazione consentita dal mezzo, dipendente dalla difficoltà di vedere i ragazzi che spesso assistono stando al riparo del microfono e soprattutto della videocamera disattivati. Altra reazione sulla quale dovremmo riflettere tutti è appunto l’apprezzamento degli studenti verso la drastica riduzione della durata che si determina nelle video lezioni e la conseguente sintesi dei contenuti che, almeno nella scuola dove lavoro , abbiamo adottato per evitare di far stare gli studenti al computer più di quanto già non facciano. Le lezioni flash, insomma , piacciono, e si tratterebbe di capire come mai : qui accenno solo ad un altro spunto , che tratterò più avanti. La situazione di emergenza sta mettendo davanti a noi due questioni eterne : il “ programma da completare” e la necessità di saper tagliare. Infine, molti dei colleghi che fanno video lezioni mi dicono che dopo i dieci – quindici minuti di contenuti in formato compatto, si curano i rapporti, si smussano le difficoltà, e meno male, quasi che le difficoltà di connessione , rendendoci tutti più vulnerabili e insicuri, stimolino la nostra attenzione e la nostra cura verso gli altri.

Emergenza sanitaria e diritti nella scuola italiana (fondata sul volontariato)

Nella scuola italiana si va avanti grazie allo spirito missionario di noi docenti che, anche in questo caso, non abbiamo aspettato le direttive del MIUR per muoverci e per far fronte all’emergenza. È lo stesso spirito che tante volte mi è capitato di criticare litigando con i miei colleghi che per il “bene dei ragazzi” lavoravano , fuori orario e a titolo gratuito o pagati una miseria e non concepivano che si potesse rivendicare la retribuzione di questo impegno. L’invito della ministra Azzolina , che ci stimola a lavorare con maggiore impegno da qui alla fine dell’anno, suona fuori luogo perché tutto il possibile si sta già facendo e perché un terzo delle famiglie italiane non ha un p.c. o un tablet e questo dato di fatto rende lettera morta per molti allievi l’obbligatorietà della didattica a distanza. L’obbligatorietà ripropone un’ antica discriminazione nell’accesso al diritto allo studio, la penalizzazione dei più poveri e/o di chi risiede in zone non raggiunte dalle reti di comunicazione. Gli insegnanti, specialmente quelli che lavorano nella scuola primaria e secondaria di primo grado, ma anche i parenti degli alunni, sanno che in questi giorni quella che è mancata, specialmente ai più piccoli, non sono le materie e i compiti, ma la relazione affettiva ed educativa con compagni ed insegnanti; più che le nozioni, sono mancate le persone che, si sa, non sono così facilmente sostituibili. Ma la ministra, che è stata nella scuola per pochi anni, queste cose non le riconosce e anzi si permette di mettere il bavaglio ai dirigenti scolastici, rei di avanzare dubbi e perplessità sui provvedimenti governativi , che non potranno fare dichiarazioni in merito alla stampa. Le pratiche della didattica a distanza hanno prodotto alcuni fatti che rischiano di diventare pericolosi precedenti, oltre al silenzio imposto ai dirigenti scolastici che abbiamo citato sopra abbiamo questi altri due fattori da considerare a. Con il telelavoro nasce un nuovo tipo di profilo professionale che sfugge ad ogni classificazione e non è previsto contrattualmente: il “teleinsegnante”, raggiungibile in rete e disponibile al di là di ogni impedimento fisico…. non vorrei svegliare il “can che dorme “ ma mi preparo, prepariamoci, alla didattica a distanza come obbligo per il docente anche in caso di sua assenza per malattia, la sua reperibilità fuori da scuola dovuta e non facoltativa, l’abolizione di ogni limite di orario… premessa per arrivare al professor C1P8 di George Lucas . b. Con la didattica a distanza prendono forma in modo del tutto nuovo, questioni antiche quali la privacy e la sorveglianza sugli studenti e i loro diritti/doveri presenti nel patto formativo che ogni scuola adotta. Ci sarà da immaginare nuove regole adatte anche alle situazioni di emergenza come questa, ci sarà da dire la propria e io allora dico la mia. – La scuola è chiusa! Non possiamo estendere alla didattica a distanza quello che vale in situazioni ordinarie. Quello che uno studente fa a casa sua , durante una video conferenza, non ci deve riguardare perché, appunto , lo sta facendo a casa sua. Limitiamo i nostri doveri di sorveglianza entro i limiti del buon senso. “ Il grande fratello “ della TV lasciamolo ad altri. – Non sogniamoci neanche di sanzioni disciplinari e penalizzazioni varie per chi non è connesso – Adottiamo con fantasia e intelligenza tutte le soluzioni che abbiamo a disposizione per mantenere la relazione umana e la comunicazione, dalla video chat giù giù fino alla posta ordinaria e al recapito di mano in mano (con guanti). Scherzi a parte ci sono in ballo questioni politiche e sindacali di portata enorme e , visti i tempi che viviamo, bisognerà vigilare per non farsi cogliere impreparati.

Le ipotesi per un futuro che non sarà più come prima. ( insegnamenti tratti dall’esperienza dell’isolamento sociale)

L’emergenza sanitaria ha prodotto anche utili indicazioni, la prima, la più importante, è che la lezione frontale, già da anni oggetto di considerazioni critiche e sostituita da tentativi sperimentali più o meno radicali, si è mostrata del tutto inadeguata nelle nuove condizioni. L’insegnante che spiega a parole e gli studenti che ascoltano sono oggi, per causa di forza maggiore, una pratica abbandonata un po’ da tutti. Provo a passare sbrigativamente in rassegna alcune possibilità, solo in parte nuove. Bisogna fare di necessità virtù e ribaltare, come ci dicono da anni i colleghi sostenitori dell ‘ flipped lesson’ i tempi e i ruoli tradizionali. I materiali vengono forniti PRIMA del lavoro in aula, durante il quale il docente fa da guida e da facilitatore per studenti già “ esperti” . Bisogna dare spazio all’imparare facendo. È il metodo della bottega che si usava al Bauhaus , che dà per scontati errori lungo la strada, e tempi di apprendimento diversi da persona a persona, ma anche accetta soluzioni non previste in anticipo. Si procede per imitazione del lavoro del maestro ma il risultato dello studente non deve necessariamente esserne la copia esatta e non viene valutato per la somiglianza rispetto al modello esemplare proposto dal docente. Bisogna adottare il metodo dei tutorial che di recente utilizziamo per tutto , dalla cucina alla sostituzione dei tergicristalli, ma che, i più vecchi lo ricorderanno certo, era impiegato dalla RAI nei primi anni ‘60, con le lezioni di alfabetizzazione del maestro Alberto Manzi e della sua “ Non è mai troppo tardi”. Con tutte le legittime perplessità che si possono avere in proposito, questi metodi hanno il pregio , secondo me, di mettere al centro l’esperienza e la sua reiterazione sistematica. Infine parliamo di questioni generali. L’emergenza sanitaria ha imposto a tutti, in tutti i campi, una seria riflessione sul significato della parola “essenziale”. I tempi di lavoro, di riposo, per le relazioni umane sono stati sottoposti ad una verifica anche da chi, fra di noi , li aveva sempre accettati senza metterli in discussione quasi fossero una condanna del destino o un dato di fatto “naturale”. Su questa riflessione, per motivi di spazio, faccio solo due esempi relativi alla scuola, Spesso noi insegnanti misuriamo la qualità del nostro lavoro in base alla quantità di argomenti che proponiamo agli studenti e al “ grado di avanzamento dei programmi”. Lo stop improvviso ci dice in modo inequivocabile che quello é un falso problema. Lo stop improvviso ci dice che forse il primo vero obiettivo per noi docenti è – scusate se banalizzo – non fare odiare la nostra disciplina, mentre il secondo è quello di accendere nei nostri alunni la curiosità, il terzo é quello di indicare loro tante strade da percorrere, e questi obiettivi si raggiungono – o non si raggiungono – a prescindere dalla quantità di argomenti trattati. A proposito di strade , ancora uno spunto polemico, rivolto ad alcuni miei colleghi. Nel mese di gennaio, parlando dei Pcto (per i non addetti, Percorsi per le Competenze Trasversali e per l’Orientamento – il nuovo nome dell’Alternanza Scuola – Lavoro) avete deciso – io ho votato contro con tutte le mie forze- che fra le finalità delle esperienze condotte dagli studenti a contatto con realtà di lavoro esterne, ci fosse anche quella di avere sviluppato ‘ competenze imprenditoriali’ (sic!). Bene , in mezzo a questo disastro della pandemia, e visti i disastri combinati dagli imprenditori che hanno trasformato la sanità lombarda in un affare lucroso, del tutto inadatto però ad arginare l’emergenza, io vi dico che, per il bene degli studenti e quello di tutta l’umanità sarebbe stato meglio puntare – come io ho inutilmente proposto – sullo sviluppo di “capacità di auto-determinare in modo solidale e condiviso il ritmo delle attività “e su “Competenze di condivisione e di cooperazione” delle quali abbiamo oggi più che mai un disperato bisogno. O sbaglio? [Gigi Tavecchio per ecoinformazioni]

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