Ex post/ Prospettive di un dopo invivibile

Stare a casa è diventato l’imperativo categorico del 2020: il Covid-19 si diffonde in tutto il mondo, alcune vite sono a rischio, meglio non lanciarsi in sconsiderati atti di omicidio-suicidio virale. Seduti sul proprio divano a casa (mica vi chiedono di andare in guerra!) un buon passatempo è sicuramente immaginare il dopo. Purtroppo, il poi rischia di essere il definitivo trionfo del neoliberismo.

I più ottimisti, usciti dall’emergenza, probabilmente si aspetteranno che il collasso sanitario che sta rovinando la vita di tutti coloro che non sta uccidendo porti a una grossa riflessione sulle politiche economiche, sul rapporto tra pubblico e privato e sui classici temi della giustizia sociale.
Questo ha senso alla luce di una concezione marxista della società, laddove la sovrastruttura economica, dei modi e dei rapporti di produzione, condiziona tutti gli altri aspetti socio-politici.
Purtroppo, dalla corrente situazione di prigionia forzata, il neoliberismo e il turbocapitalismo potrebbero uscire più in forma che mai, al grido di: vi abbiamo salvato la vita.

L’unico motivo per cui oggi possiamo tollerare docilmente di vederci privata qualsiasi libertà e di essere fantocci inermi in mano al primo governo che, in quanto governo, ci priva di qualunque diritto, è perché qualcuno ci ha fornito i dispositivi per sopperire al carcere.

L’idea della gabbia dorata è piuttosto calzante: non viviamo la socialità, ma abbiamo la radio e la televisione ad intrattenerci; possiamo vedere le facce dei nostri cari tramite applicazioni di videochiamata; abbiamo nel porno un buon sostituto alle pratiche sessuali (che peraltro in questo periodo è anche reso gratuito, grazie alla campagna Stayhomehub); persino la maggior parte degli sport, con i dovuti software o attraverso i social, possono essere giocati o praticati in casa; persino moltissime professioni e la vita studentesca possono essere riprodotti telematicamente e a rigorosa distanza di un metro (o più).
Non è illogico affermare che questi mezzi non sono certo frutto dell’ingegno della classe operaia, quanto prodotto della società della conoscenza, tipica della postmodernità e quindi classificabile come lavoro immateriale (cfr. Gorz).

Alla luce di tutto questo e del fatto che il pensiero neoliberista inteso stavolta sul piano filosofico-politico ha già creato classi sociali sacrificabili per rendere alla popolazione piccolo-borghese una vita a-sociale, perché il dopo dovrebbe sembrarci una frontiera rassicurante?
Un futuro dove stare attenti per mesi se non anni a quanto vicini siamo al nostro simile più vicino, bardati di guanti e mascherina e pieni di diffidenza perché il prossimo tuo potrebbe anche essere l’assassino tuo (e qui ci sono grosse responsabilità nella narrazione che della pandemia hanno dato i media, soprattutto italiani) è davvero una dimensione auspicabile? Così più desiderabile che restare nell’asocialità?

Perché disconoscere in nome di una concezione vetusta e obsoleta, propria della Modernità, i meriti di un sistema postmoderno, quello del capitalismo liquido? Esso, grazie alle sue terribili meccaniche, è riuscito a farci soffrire meno del normale la negazione della nostra natura, quella di animali sociali.
Non si può proseguire una critica se non si hanno alternative, e la classe politica alternativista dovrebbe farsi un grosso esame di coscienza, prima di additare qualcun altro di questa situazione. A ogni negazione della libertà si può sempre dire di no, e non abbiamo capito che dopo anni di slogan come “Sono persone, non numeri” siamo finiti noi ad essere come loro (le persone migranti), e cioè privati di quel diritto che il neoliberismo conferisce come prioritario alle merci: la libertà di movimento.
In compenso, la nostra vita in quarantena è totalmente schiava del consumo, non possiamo uscire se non per ragioni essenziali e cioè per fare la spesa e comprare mascherine e disinfettanti. Consumare, cioè, esattamente come beni di consumo, soprattutto culturale, ci circondano nella nostra vita quotidiana; basta fare un elenco dei dispositivi con cui si viene a contatto in una giornata di queste per accorgersene.

Inserirsi nelle pieghe del sistema armati de Il Capitale e cercando di rivoluzionare il sistema senza passare attraverso la dimensione culturale potrebbe ora come ora portarci ad un collasso totale, schiacciati dal capitalismo e dalla nostra incapacità di porre limite a battaglie inutili.
Serve, forse, percorrere un’altra strada, imparare ad utilizzare le armi del nemico a proprio vantaggio e partire dalla dimensione culturale e comunicativa per ricreare eventualmente situazioni di attrito.
In poche parole: non distruggere il telefono che abbiamo in mano, ma fargli trasmettere messaggi attraenti come quelli del neoliberismo, ma più giusti. [Pietro Caresana, ecoinformazioni]

5 thoughts on “Ex post/ Prospettive di un dopo invivibile

  1. Conclusione molto interessante, sarebbe utile aprire un dibattito più approfondito sulla questione. E’ a-storico combattere contro un’economia capitalista di cui ognuno di noi, anche il più dissidente, è comunque ingranaggio. La chiave, a parere mio, sta nell’inserire i valori propri della cultura socialista, prima fra tutti la tutela dei diritti dei lavoratori e dello Stato Sociale, nel meccanismo capitalista ormai consolidato. Il capitalismo etico sarà pure un’utopia, ma comunque meno utopica dell’annientamento dell’intero sistema.

  2. Intanto grazie per aver commentato.
    Concordo con la tua idea sulla realizzabilità dei diversi obbiettivi, ma sono un po’ scettico sul fatto che il capitalismo, per come finora si è sviluppato e strutturato, possa essere modificabile.
    Vorrei la tua opinione però su questo: e se eticizzare il capitalismo non fosse già di per sé distruggere il sistema?
    Intendo dire, un capitalismo che rispetta valori etici probabilmente è un sistema che modifica i rapporti di produzione in modo da ridurre quantomeno lo sfruttamento del lavoro astratto, se capisco cosa intendi.
    Non è già di per sé un elemento antisistemico?
    Altra domanda: attraverso quali canali pensi possa svilupparsi questa eticizzazione?

  3. Queste sono le grandi domande a cui personalmente non credo di poter dare risposta, almeno non da sola, ma che spero si stiano ponendo quanto meno i rappresentanti politici della sinistra moderata (e, da esterna, non vedo nessuno che lo stia facendo, per il momento). Quello a cui sto pensando è l’abbandono del concetto marxista di ”rivoluzione”, abbandono che in un certo senso è già avvenuto per la stragrande maggioranza dei pensatori ma che, almeno nella prima parte del tuo articolo (mi permetto di darti del tu), così come in tanti ambienti, specialmente quelli studenteschi, non sembra ancora accettato del tutto. Come da te ben inteso, credo che il primo passo sia modificare i rapporti di produzione, questo per tutelare in primis i diritti dei lavoratori e quanto ne consegue (banalmente, il divario salariale tra uomini e donne, lo sfruttamento dei bambini, etc), ma pensando anche al consumo delle risorse naturali, quindi al cambiamento climatico. Tutto questo discorso può essere portato avanti attraverso innumerevoli percorsi dialettici: possiamo ancora sperare nella collettivizzazione dei mezzi di produzione, ma la storia dovrebbe insegnarci che forse questa strada non è davvero percorribile senza importanti rinunce (la libera concorrenza, la libertà di pensiero e di iniziativa economica – valori per altro costituzionalmente tutelati in Italia – per arrivare allo stile di vita a cui difficilmente qualcuno saprebbe e vorrebbe rinunciare). Per quanto riguarda i canali, ancora una volta io posso offrire il mio pensiero e le mie speranze: io credo che l’integrazione europea ed internazionale possa davvero essere la via per prendere coscienza dei limiti del capitalismo per come lo conosciamo, nonché per modificare radicalmente i rapporti di produzione, e non solo nel nostro Paese. Credo che in un mondo globalizzato come quello in cui viviamo non sia possibile prescindere da ciò.
    Insomma, io non credo che la strada sia andare contro il sistema capitalistico, ma sono certa che sia assolutamente necessario e prioritario inserirsi nel sistema per poterlo radicalmente modificare, e che per inserirsi nel sistema sia necessario fare storia, filosofia, politica all’interno dei partiti, delle istituzioni nazionali e soprattutto delle istituzioni europee. Non credo di poter aggiungere altro perché, nonostante sia nata nel ’99, non me la cavo troppo con i discorsi online e anzi detesto non sapere con chi sto parlando, ma ti sono grata per aver aperto uno spazio di discussione come questo e soprattutto per aver scritto di questo argomento: come ho già detto, per prima cosa è fondamentale parlarne e parlarne bene, con l’appoggio della storia e della filosofia possibilmente.

    1. Allora facciamo così, rinviamo eventualmente a un confronto di persona questo dibattito.
      Ti do comunque un’ultima risposta, dato che tu sei stata tanto gentile da proseguire il discorso.

      Penso che sia giusto, come tu dici, inserirsi nelle pieghe del sistema con un portato filosofico e storico di un certo tipo.
      Di fronte a un inserimento “culturale” nel sistema credo però che solo una sia la conclusione a cui si può arrivare: il sistema non è sostenibile.
      In questo, se ho ben capito, mi discosto un po’ da te, nel senso che mi pare di capire che invece tu a livello sistemico trovi che il capitalismo possa non dover essere distrutto.
      Io sono in disaccordo dal punto di vista teorico, ma d’accordo dal punto di vista pratico.
      Credo cioè che la via auspicabile sarebbe quella di un’operazione culturale che porti a una ricostruzione economica antifinanziaria e che redistribuisca i surplus economici dei potenti ai fini di creare una società più giusta.
      Mi rendo conto però che il modo di pensare delle persone sia estremamente difficile da plasmare in questo senso, e quindi mi accontenterei, ed è la posizione che porto nell’articolo, di utilizzare alcuni mezzi propri della produzione consumistico-capitalista in senso alternativo.
      Fondamentalmente, parlo di creare un cortocircuito di contenuti che, in maniera più soft, passi attraverso il capitalismo per rendere consapevoli i suoi utenti riguardo le sue contraddizioni.
      Utopico tanto quanto, dirai tu, e purtroppo dovrò darti ragione, temo. Anche per via della resistenza a queste pratiche che gli stessi ambienti di lotta dimostrano (ti risparmio gli esempi).

      In conclusione, ti suggerisco il libro che cito nell’articolo, che potrebbe darti spunti interessanti, se hai tempo e voglia di leggerlo.
      È un testo che dobbiamo portare a un esame di estetica in università, si chiama L’Immateriale, scritto da Gorz, edito da Bollati Boringhieri.

      Non ti auguro buona quarantena perché è un provvedimento biofascista, quindi ti augurerò buona resistenza e mi auguro di potermi confrontare con te di persona, prima o poi.

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