La maturità non è un esame

Cara maturità, so che potrebbe sembrare di cattivo gusto gioire della tua agonia. Ma in un momento così triste nel quale vedo morire tanti amici, uccisi dalla stessa logica di privatizzazione e di “eccellenza” che ti ha tenuto in vita fino a ora, supererò il politicamente corretto per dire che se crepi è un bene.

Ti conosco da tempo, direttamente da quando, cinquanta anni fa, una versione di greco inconcludentemente difficile mi salvò perché non solo io ignorante non riuscii a decifrarla, ma anche chi con passione e dedizione per cinque anni si era dedicato allo studio. Allora, come spesso accade con un misto di crudeltà e stupidità, fu scelto un testo che conteneva la frase «Mi siano testimoni i morti qui presenti» che oggi apparirebbe adeguata, ma che allora risultò incomprensibile. Nel resto del testo non c’erano morti e nulla faceva supporre l’ambientazione cimiteriale. Il mio 4, ingiustamente pari a quello dei giovani grecisti costretti alla resa, divenne un bel voto.

Quanti “morti” nella tua esecrabile storia. Quante intelligenze mortificate. Quanti avvilenti riti di una formazione fondata sull’esistenza di un canone rigido da acquisire acriticamente. Quanta corruzione, sia nella composizione delle commissioni – soprattutto in alcune scuole private – che nella opinabile attribuzione dei voti. Quanta distanza dalla Scuola della Repubblica che è innovazione. E quanti sforzi ammirevoli di generazioni di insegnanti impegnati nella missione impossibile di dare senso a un esame, nato per assicurare la validità dei titoli assegnati o venduti anche nelle scuole private e alimentato incessantemente dalla volontà  di negare il senso alla scuola pubblica, laica e plurale, lasciandole solo i “poco redditizi” allievi, resi difficili da condizioni di studio pensate per altri.

Ricordo che un insegnante poco intelligente, tanto da vedersi nei panni del giudice supremo, dopo aver ascoltato una brillante interrogazione su un argomento di chimica di un mio studente, molto appassionato e di straordinarie capacità scientifiche, probabilmente da lui non compresa, gli disse: «Sai qual è il tuo difetto? Dici cose giuste, ma sei troppo sintetico, dici l’essenziale». Una colpa gravissima che costò alcuni punti in meno all’allievo – fastidiosamente dotto, e che non aveva fatto teatro. E quello che con fare imperativo, da pubblico ministero, chiese a uno spaurito ragazzo: «Cosa c’è nel mare?». E alle naturali risposte del candidato sempre più sudato: l’acqua, il cloruro di sodio, i pesci, il plancton, le navi, le maree… contrappose da giudice implacabile la risposta: «Ma no, ci sono gli iceberg, come è possibile che non venga in mente? Non hai studiato vero?». E l’altro che dopo aver mostrato la fotografia di un quadro domandava alla candidata cosa vedesse, ma non ascoltava perché l’unica risposta giusta era la sua quella del “commissario” e con granitica idiozia pretendeva si punisse la candidata che, pur avendo argomentato le sue opinioni, aveva una lettura “sbagliata”, per una differente sensibilità.

Potrei continuare per molte pagine il bestiario degli esami di maturità che, da insegnante prima, e addirittura da presidente poi, ho avuto la sventura di subire per decenni, con fegato sanguinate per le ingiustizie, le mediocrità, le meschinità.

Potrei parlare del “commissario” che rubava le penne (a decine); della “commissaria” che tutti i giorni chiedeva a me, “membro interno” (terribile nome dell’insegnante della scuola che ha il compito di imbonire “i membri esterni”) un passaggio in auto e si faceva lasciare a Como, nei pressi di un albergo del centro dove affermava di risiedere. Seppi poi, che abitava da un amico e accumulava con l’albergo benefit per le vacanze della famiglia a spese dello stato; e ancora della presidente che voleva facessi tornare dalla Sicilia un vero insegnante (a differenza di lei) reo di aver omesso una delle 2.000 firme di uno degli infiniti documenti inutili, spesso inventati, da presentare alle “commissioni”; o del presidente che mi controllava ossessivamente mentre facevo le fotocopie del compito di matematica da distribuire ai tremanti candidati temendo che io, nel percorso dal piano terra al primo piano, lo risolvessi per poi farlo copiare agli allievi (mi è sempre rimasto il dubbio che l’ineffabile giudice, abissalmente ignorante, pensasse che la soluzione consistesse in una semplice somma); o della presidente che confessò con aria da consumata intellettuale che alla maturità voleva si dessero solo voti pari: «i dispari sono brutti»; o della commissaria che per avere la possibilità di un giorno libero era disponibile a millantare una grave malattia.

Potrei raccontare anche di tante altre piccole, grandi, ingiustizie come quella di ridurre il voto di una brillante allieva perché qualcuno avrebbe potuto pensare che un punteggio troppo alto dipendesse dal fatto che la candidata era figlia di un collega.

E alle tante meschinità va aggiunta anche la retorica insopportabile del senso “politico” e “educativo” della maturità che si coglie nelle stupidaggini – spesso dovute non a norme, ma a tradizione tramandate, così incancrenite da diventare comandamenti: 1. durante gli scritti non si può andare in bagno prima di due ore; 2. chi ha finito non può andarsene prima della fine del coprifuoco (esercitazione per l’odierna quarantena?); 3. se i quesiti elaborati dal ministero (da una commissione di burocrati “saggi”, della cui saggezza nessuno ha prove) sono sbagliati (capita spesso) devono essere svolti ugualmente; 4. va usata solo la penna nera, non blu. 5. l’identificazione degli studenti, nonostante siano ovviamente noti ai loro insegnanti, deve avvenire più volte e devono essere minuziosamente annotati i dati dei documenti 6. le tracce dei quesiti non possono essere portate all’esterno, 7. il voto deve emergere da complessi calcoli, da somme esatte di valori fantasiosi, per dare la percezione che esso sia oggettivo; 8 il primato è dell’esame: anni di lavoro con decine di insegnanti possono determinare giudizi fallaci, invece il giudizio di dio emerso da risposte a pochi quesiti (in parte sbagliati o insensati), in pochi minuti è giusto; 9. va usata una gamma ampia di voti; 10 almeno uno per commissione va bocciato; 11va espresso un numero, un ordine, anche sbagliato, ma tutti e tutte devono essere messi nella propria casella, in modo che non si spensi che la scuola è per chi studia, è per le aziende che devono sapere quanto vale ciascuno (tutte, ovviamente, anche le più antiquate quel numero lo ignorano). 12. tutti i commissari devono partecipare al rito della valutazione collegiale, anche coloro che non capiscono neppure le domande: non conta la competenza, conta la determinazione con cui si interviene nella discussione in grado talora di rompere la mortale monotonia dei riti cartacei. Più volte mi è capitato di ascoltare chiarissimi colleghi affermare che senza una certa conoscenza fondamentale, il candidato non potesse vivere, poco importa per il giudice oltranzista conoscere la risposta esatta al quiz imposto, a gentile richiesta mi è capitato di sentire la comica e serena affermazione: «Ma io sono di un’altra materia!».

Mi fermo per non sentirmi male. Ancora adesso, pensionato da anni, mi sento a disagio per le assurdità che non sono stato in grado di contrastare nella mia lunga “carriera” scolastica. Anche se io mi sono assolto, sono ugualmente coinvolto.

Sono stato insegnante e persino collaboratore di diversi presidi. So bene che la scuola vera non è tutta così, che gli insegnanti insegnano, lavorano, stimolano, gratificano, valutano (nel senso vero del termine, dare valore), fanno crescere ragazze e ragazzi, talora li salvano persino da derive pericolose. Non sono strumenti di misura, ma fari, non impartiscono algoritmi ma generano idee. So bene che le scuole sono stracolme di intelligenze da entrambi i lati delle cattedre, che ci sono dirigenti (pochi ma ci sono) che non si comportano come manager falliti, ma sanno essere enzimi della formazione.

Ma la maturità è l’opposto di questa bella scuola e da sempre tenta di ridurla a strumento di omologazione.

Per capire quanto grande è la follia della maturità, basta osservare come in un settore fortemente caratterizzato da una predominate presenza femminile (ovvio si guadagna meno) i presidenti (dotati dalle norme di poteri indiscutibili) degli esami di maturità (ultimo anello di una gerarchia da svelare a ragazze e ragazzi) sono in massima parte maschi. Si tratta infatti di un rito intimamente patriarcale che impone metodi e atteggiamenti inquisitori, processuali. La sceneggiatura della maturità non è quella di un evento culturale, come dovrebbe essere.

Ma che hanno fatto di male i docenti decenti e gli studenti per avere alla fine dei percorsi di studio cerimoniali insostenibilmente autoritari e inutili? Si dirà in tutte le società ci sono occasioni formali, riti di iniziazione all’età adulta. Certo, ma la scelta di mantenere l’esame di maturità ha da molti decenni superato il limite dell’indecenza e, con l’inclusione del delirio Invalsi, l’insulto alla cultura e alla formazione è diventato davvero intollerabile.

La scuola è il luogo dove la società educa se stessa. È lo spazio pubblico delle relazioni. È territorio di promozione individuale e collettiva. Il suo compito è la formazione di cittadine e cittadini attivi e critici. Non è la scuola che deve mettere in ordine i talenti (presunti, certamente bizzarramente misurati) di ragazzi e ragazze.

No la maturità è il simbolo della meritrocazia ingiusta e ebete, autoritaria e inesorabilmente classista. Le persone, anche quelle giovani, sono persone, non serbatoi da riempire. E gli insegnanti non possono esseri ridotti a misuratori delle poche variabili che possano essere quantificate, facendo finta che siano “valori”. No non è possibile. Molto meglio invece fare scuola e augurarsi che l’infezione in corso che toglie il respiro e la vita a tanti possa almeno decretare la morte di una procedura arcaica e insensata, autoritaria, maschilista e iniqua che toglie il respiro alla cultura, alla creatività, all’innovazione. Crepa! [Gianpaolo Rosso, ecoinformazioni]

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