L’epidemia perfetta

Se chiedete a Google qual è il significato di “tempesta perfetta” (un modo di dire che si sente ripetere abbastanza spesso, non sempre a proposito), questa è la risposta: «Il termine tempesta perfetta è impiegato in meteorologia per descrivere un ipotetico uragano che colpisca esattamente l’area più vulnerabile di una regione, provocando il massimo danno possibile per un uragano di quella categoria».

Se provate a sostituire nella descrizione precedente alcuni termini, potete ottenere la seguente definizione: «Il termine epidemia perfetta è impiegato in … … per descrivere un’ipotetica epidemia che colpisca esattamente l’area più vulnerabile di una regione, provocando il massimo danno possibile per un’epidemia di quella categoria».

Il gioco retorico non è fine a se stesso. Descrive in modo abbastanza fedele, per quanto approssimato, quello a cui si sta assistendo da qualche settimana a questa parte.

Partiamo dal fondo (dalla frase «provocando il massimo danno possibile per un’epidemia di quella categoria»): dovrebbe essere evidente che l’epidemia covid-19 non è la peggiore epidemia della storia. Per quanto tragico, il bilancio è (fortunatamente) ancora molto lontano dalle stime (perché di stime approssimate sempre si tratta) riguardanti altre epidemie, più o meno recenti, più o meno storiche. Il paragone è corso, in questi giorni, più volte all’epidemia di spagnola, che si aggiunse negli anni tra 1918 e 1920 al disastro della prima guerra mondiale; secondo le stime più prudenti quell’influenza uccise almeno 17,4 milioni di persone. Per la peste del 1630, pure citatissima in questo periodo, non foss’altro che per la potenza evocativa delle pagine manzoniane, si calcola nella sola Italia settentrionale un totale di oltre 1 milioni di morti su una popolazione di poco più di 4 milioni. Le vittime del coronavirus Sars-Cov-2 sono attualmente conteggiate, al 25 aprile 2020, nel momento in cui alcune nazioni hanno probabilmente già raggiunto il cosiddetto picco, in circa 200 mila decessi in tutto il mondo. Non è dunque questo il punto. Il riferimento all’epidemia di una certa «categoria», per quanto possa sembrare stonato, è invece pertinente. Relativamente a questa «categoria», l’epidemia perfetta provoca «il massimo danno possibile». Su questo non abbiamo dubbi: questa epidemia ha colpito in modo pesantissimo, soprattutto in ambiti specifici, non solo in termini di quantità ma anche in termini di qualità.

Infatti, la definizione sopra richiamata precisa che la tempesta perfetta opera nell’«area più vulnerabile di una regione». Quindi è essenziale anche un ragionamento riferito al «contesto». Non si deve, naturalmente, cadere nell’errore di esaminare quell’«area» in termini puramente spaziali (ma anche ciò deve essere valutato con attenzione). Possiamo considerare le nazioni dell’Unione Europea o gli Stati Uniti d’America come aree particolarmente «vulnerabili»? Difficilmente metteremmo da parte la nostra presunzione occidentale per ammettere che, sì, ci siamo dimostrati clamorosamente impreparati e quindi vulnerabili… Ma nelle pieghe di quel frammento di definizione si annida la possibilità di una più profonda analisi: sono le aree più vulnerabili delle nostre regioni dove la malattia ha colpito di più; è così fuori luogo pensare alle Residenze per anziani, agli Ospedali, alle Comunità di persone fragili? E poi – col senno di poi, per carità, che non è mai elegante mettere in campo – si potrebbe pensare che in effetti alcune regioni specifiche dove la medicina territoriale è stata progressivamente depauperata e marginalizzata si sono rivelate oggettivamente vulnerabili a questo tipo di diffusione epidemica, anche se sono considerate regioni ricche, e quindi ritenute al riparo di un modo così umile di perire.

Bisognerebbe poi considerare anche altri elementi di vulnerabilità e approfondire il discorso su come l’epidemia perfetta ne abbia efficacemente sfruttato alcuni (se non proprio tutti): si dovrebbe riflettere sulle caratteristiche fondative della globalizzazione, sull’assoluta preminenza data negli ultimi tempi alla logistica, sullo scarso o del tutto assente aggiornamento delle regole del lavoro (sia di quello “vecchio” che di quello “nuovo”, evolutosi solo quel tanto che serve a migliorare lo sfruttamento). Anche tutte queste cose ha saputo sfruttare l’epidemia perfetta, se non per aumentare il bilancio di vittime a suo favore, sicuramente per ottenebrare le capacità di risposta (non foss’altro che inducendo a un’ulteriore presunzione di superiorità) e dunque – alla fine – riducendo la qualità della nostra stessa vita.

Resta da valutare l’incipit della definizione proposta, dove ho provocatoriamente lasciato dei puntini al posto della tipologia di approfondimento.

È facile dire che della tempesta perfetta si debba occupare la meteorologia… E dell’epidemia perfetta? «La medicina» risponderà la maggior parte dell’ipotetico pubblico a cui si potrebbe porre l’irrituale domanda.

Non sono d’accordo. Delle epidemie non si deve occupare solo il discorso medico, pena cadere in quegli errori con alcuni dei quali anche in questo caso (e in questo caso, forse, persino più che in altri) ci si è dovuti confrontare.

E allora è meglio proporre che dell’epidemia ci si occupi anche all’interno del discorso politico (e non solo come «potere esecutivo»), sociale, economico, e poi ancora – proprio per le indilazionabili esigenze di analisi del presente e progettazione del futuro – culturale, sociologico e, perché no?, storico (da quest’ambito, non a caso, sono venute alcune stimolanti rivisitazioni delle epidemie del passato).

Senza questo sforzo collettivo, multi- e inter- e trans-disciplinare, le epidemie perfette sono destinate a moltiplicarsi, esattamente come – grazie ai colpevoli cambiamenti climatici – si moltiplicano le tempeste perfette. Di una perfezione tutt’altro che istruttiva. [Fabio Cani, ecoinformazioni]

1 thought on “L’epidemia perfetta

  1. Vero è che della pandemia se ne debbano occupare le sfere politiche, sociali ed economiche, piuttosto che la Medicina. Ma anche osservato in questa prospettiva, il Covid-19 non appare che come il sintomo di un gigantesco malessere che affligge le aree più ricche ma paradossalmente rese più vulnerabili dal sistema socioeconomico (tossico) che le affligge. Si ritorna quindi inevitabilmente alla simmetria sanitaria. E allora mi si consenta di giocare immaginando una cura, anzi un rimedio – magari omeopatico – per sconfiggere definitivamente il coronavirus.

    Perché se per l’omeopatia (leggo su Wikipedia) il rimedio appropriato per una determinata malattia è la stessa sostanza che, in una persona sana, induce sintomi simili a quelli osservati nella persona malata, invece di tornare alla “normalità” (termine anche questo malato per definizione), per contrastare la pandemia basterebbe forse combatterla con le medesime conseguenze che ha provocato: decrescita economica, drastica riduzione della mobilità, forte contenimento degli orari lavorativi. Hai visto mai che funzioni? E della “cura” si avvantaggerebbe anche il nostro pianeta, che ormai ci siamo quasi definitivamente giocato.

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