Dal paternalismo burocratico alla fiducia in noi stessi

Il presidente del consiglio, Giuseppe Conte, mi pare abbia fatto un errore quasi pedagogico nella famosa conferenza stampa che ha annunciato questa benedetta fase due.


Quando nelle scuole si parte (si partiva) in gita scolastica si stabiliscono delle regole in parte nuove, non c’è più il set della classe a definire confini e comportamenti – sui quali pure si può e si deve anche “giocare”, ma si trasgredisce qualcosa che esiste e in parte dà misura. Fuori, tutto si confonde un po’. Una buona regola è fare patti chiari e onesti, contrattazioni che definiscono comportamenti condivisi. Molto sbagliato, secondo me, annunciare norme che poi non sei in grado di far rispettare. Tanto più che quasi sempre tutti sanno che non c’è nessuna possibilità di controllare: si fa finta di accettare ma è un po’ una farsa. Serve a chi detta le regole per salvarsi la coscienza – io l’avevo detto che non dovevate farlo – ma in realtà ti fa perdere molta autorità e soprattutto svaluta il tuo rapporto con gli studenti. Non li responsabilizza, tu non ti fidi di loro. Loro non si fideranno di te. Alla fine hai un mare di norme e nessun comportamento davvero condiviso.
Qui siamo all’opposto della gita, siamo alla autoreclusione, però in questa seconda fase rischia di saltare un vero accordo sulla condivisione dell’emergenza.

Per la verità non mi è dispiaciuto in questi mesi lo stile comunicativo di Conte. Complice, forse, il fatto che sono stato in contatto con persone – spesso giovani – che lo vivevano come un personaggio molto diverso dai tradizionali “politici”. Più tranquillo per certi versi, nel senso che non essendo “uomo di partito” sembrava meno interessato alla propaganda deteriore, a quella campagna elettorale permanente a cui ci siamo abituati negli ultimi anni. Probabilmente era ed è solo un modo più elegante di stare sulla scena, più sobrio ed equilibrato, però credo che abbia funzionato. Una sorta di disinvolto paternalismo, accettabile perché capace di una certa empatia. E quando faceva riferimento alla Costituzione dava l’impressione di sapere di cosa parlasse. Oggi Meloni e Salvini o Renzi che gridano al regime totalitario dell’uomo solo al comando e alla marginalizzazione del parlamento (che pure c’è) non è che brillino di credibilità.

E tuttavia adesso, in questa famosa fase due, qualcosa non va.
Lasciamo perdere le critiche che il governo ha ricevuto da destra. Le questioni legate alla chiusura delle aziende, al lavoro, al commercio o al turismo sono certo importanti, ma non possano fare dimenticare il rischio alto che rimane per lavoratrici e lavoratori, per i trasporti o per l’affollarsi nei luoghi delle città.
Le persone ancora muoiono, sole. Ancora i contagiati contagiano.
Allora la critica per i ritardi nella ripartenza dell’economia può essere feroce solo da parte di chi mette le ragioni della produzione e dei profitti al di sopra di quelle della salute, della tutela dei lavoratori, delle lavoratrici e delle loro famiglie. La Confindustria, Renzi e il resto della destra.

Per la verità mi convincono poco anche certe critiche della sinistra che parla di una affermazione dell’ideologia anticamente reazionaria di dio patria e famiglia. Oppure lavora consuma crepa. Con in più il disciplinamento nei comportamenti personali, la compressione delle libertà individuali da parte di uno stato forte, quasi dispotico – seppure di un dispotismo che si dice illuminato dalla scienza (forse ancora più grave). Secondo me, per dirla con Marx, non è “la logica specifica dell’oggetto specifico”.
Certo è sacrosanta la critica al privilegio accordato all’industria, che riapre anche nelle zone più a rischio (e in grande misura non ha mai chiuso), in nome della produzione e competitività italiana. Così pure la denuncia dei rischi insiti nell’abuso dei dpcm, che scavalcano il parlamento non ricorrendo neppure al decreto legge: pratiche giustificate dall’esigenza di garantire il diritto alla salute ma permesse dalla Costituzione solo con precisi limiti. Si rischia di aprire un sentiero che poi può diventare una autostrada per mezzi pesanti. Però se si ritiene che occorreva più cautela con le aziende, più rispetto per la salute delle lavoratrici e dei lavoratori, più controllo da parte di stato e sindacati, allora vuol dire che il rischio è ancora alto e questo dovrebbe giustificare anche prudenza sociale e limitazioni delle libertà personali.
In certe prese di posizione mi pare ci sia la tentazione di ricondurre la riflessione su terreni e in schemi che già conosciamo: l’autoritarismo da stato etico liberticida, l’invenzione dello stato d’eccezione come paradigma normale del potere, la denuncia del governo che detta perfino “la morale dei costumi”, il rifiuto dei leader paternalistici che governano via televisione. Intendiamoci, tutto importante, però troppo nitido il ragionamento, troppo strutturato il quadro rappresentato, troppo coerente l’ideologia denunciata. A me pare più frammentato, confuso e pasticciato il mondo in cui viviamo. In un certo senso il governo di “Giuseppi” non ha questa statura. E lui non è Orban.
Peraltro sono altrettanto confuse e frammentate le soggettività sociali e politiche. In Italia in particolare. Nemmeno l’ombra di una alternativa di sinistra a questo governo. Per la verità nemmeno l’ombra di una sinistra.
In questa specie di emergenza universale – tempi e spazi desertificati, volti mascherati, il futuro sospeso in attesa di vaccino – forse l’unica cosa che rappresenta una specie di alternativa se non politico-istituzionale perlomeno culturale, di politicità diffusa, sta nel fatto che (almeno in parte, almeno all’inizio) la società civile è tornata a essere società politica. Polis. Tessuto di relazioni solidali. Forse qui potrebbero anche crescere degli anticorpi capaci di deviare il discorso del potere in una sorta di “comunità d’eccezione” che sappia esistere intensamente e fare anche da sola. Magari provare addirittura a ripensare e riprendersi lo stato.
Perché le povertà esplodono, le persone non sanno come gestire lavoro, reddito, figlie e figli, i trasporti pubblici devono ripartire con costi più alti e incassi più bassi, il sistema sanitario va ricostruito. Può rimediare solo la collettività con le sue istituzioni e le sue risorse, con l’espansione e la cura della sfera pubblica. Uno stato, certo, che dovrebbe essere quello della Costituzione, cioè che dovremmo essere noi. L’altra faccia dell’opera di sostegno reciproco che la società può organizzare autonomamente con reti di aiuto, volontariato, mutualismo. Quello che chiediamo all’Europa – grossomodo trasferimenti di ricchezza senza debito – dovremmo chiederlo anche al nostro interno, agli strati sociali che hanno maggiori risorse e soffrono meno nella crisi. Reddito di cittadinanza, sistema fiscale progressivo, patrimoniale, redistribuzione del reddito. Non per una antica questione di classe ma proprio per essere “comunità politica” – non fasulla, di sangue, suolo, frontiere nazionali, ma di apertura a se stessi e al mondo. Al rapporto con l’altro che ci fa essere quello che siamo. Moltitudine leopardianamente fragile.

Però il governo ha proprio sbagliato sul terreno comunicativo. Pedagogico. Con una gestione della crisi retoricamente “paterna” e però insieme burocratica, così vicina così lontana: prescrittiva e confusa.
In gita scolastica Conte sarebbe stato un disastro.
Prima ha fatto appello al senso di appartenenza collettiva delle italiane e degli italiani – ma senza parlare dei vecchi nelle RSA né dei giovani – poi è passato a dettare regole dettagliate su un sacco di roba, ma dalla definizione e applicazione tragicamente imprecise. A volte quasi ridicole. Più un messaggio di prudenza, richiamo alla cautela e all’attenzione, che delle vere regole. Ma allora bisognava dirlo che di questo si trattava, sarebbe stato un gesto di coraggio e fiducia. Potete incontrarvi con i familiari ma non fare party di famiglia, il party essendo lo spettro che si aggira oggi per l’Italia. Quand’è che un incontro fra persone diventa un party, quando si beve e si ride, quando siamo più di 15, come per i funerali? Boh… I famigerati congiunti che diventano affetti stabili, poi amici veri, magari certificati.
Il punto è che non si possono travestire da norme delle raccomandazioni che in sostanza si affidano al buon senso e alla responsabilità dei cittadini. Che senso ha l’autocertificazione se si può andare in un sacco di posti e nessuno potrà mai controllare quello che scrivi. Se va bene è una strage di carta, sa va male l’arbitrio della polizia che ti capita per strada.
Alla fine, se quello che si voleva dire è che bisogna limitare al minimo gli incontri con altre persone perché non siamo fuori dal pericolo per la salute di tutti, molto più corretto ed emotivamente efficace, richiamarsi esplicitamente alla responsabilità verso se stessi e gli altri delle donne e degli uomini in carne e ossa. Come delle ragazze e dei ragazzi in gita scolastica. “Questa è la situazione, siamo tutti responsabili di come vanno le cose e di come andranno, proviamo a fidarci di noi stessi”.
Dire che l’emergenza c’è ancora e occorre cautela e rispetto, ma che ci si fida gli uni degli altri. Che si conta sul senso di responsabilità delle cittadine e dei cittadini – che è sempre l’altra faccia della libertà personale. Trasgredire, tradire noi stessi, sarebbe più difficile.
E quella fiducia direbbe qualcosa di quello che siamo e vogliamo essere. [Andrea Bagni per ecoinformazioni]

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