Raffaele Mantegazza/ Se fossi presidente di una commissione di maturità

Un quadrimestre lontani dai banchi, mesi nei quali le scuole sono state chiuse, intere settimane senza quelle “migliaia di gambe e di occhiali di corsa sulle scale” di cui parlava Venditti. E ora, per migliaia di ragazzi, arriva il momento della chiusura: l’esame di maturità. Si potrà anche fare della facile ironia sull’affermazione per cui questo è l’ultimo rito iniziatico della nostra società, questo non cambia una virgola rispetto alle verità di questa affermazione.

Esame in presenza, esame a distanza, solo scritto, solo orale, tesina. Al di là delle scelte che verranno fatte questa è una grande possibilità di ripensare radicalmente l’esame di maturità, e a  partire da questo ripensamento di rivedere tutto il nostro rapporto con i ragazzi, colla didattica, con i saperi, con le cosiddette competenze di cui tanto si parla ma che alla fine non hanno avuto quel ruolo rivoluzionario che avrebbero potuto ricoprire all’interno della nostra scuola.

Forse dobbiamo cominciare a pensare che la scuola non insegna i contenuti, ma un rapporto con i contenuti; non insegna il sapere ma una relazione con il sapere; forse non insegna a qualcuno che impara, ma insegna a imparare, insegna non solo la passione ma anche il rigore con il quale una persona colta sa mettersi di fronte a qualunque oggetto culturale.

Se fossi il presidente di una commissione di maturità imposterei tutto l’esame di ogni ragazzo chiedendogli di fare un bilancio di questi mesi dal punto di vista della sua crescita culturale, di spiegare alla commissione come ha imparato determinati contenuti, come questi contenuti hanno lavorato su di lui come ragazzo e come adolescente in quarantena ; gli chiederei una connessione tra questo tipo di apprendimento legato all’emergenza e le storie di apprendimento dei precedenti quattro anni e mezzo. Gli chiederei di spiegarci qual è stato il salto di responsabilità costituito dal preparare la maturità non a contatto diretto con gli insegnanti, gli chiederei di dirmi se ha lavorato con i suoi compagni, se ha condiviso il sapere, se la classe è stata una comunità per imparare e per apprendere.  Gli chiederei di dirci come se è come l’italiano, la matematica, l’inglese, il diritto in questi mesi hanno reso meno ansiose le sue giornate, hanno portato un po’ di speranza nella paura nella disperazione, hanno illuminato di curiosità questa primavera da reclusi. Gli chiederei se sente di essere maturato non perché ha imparato qualche contenuto in più ma perché ha provato ad imparare a imparare, in modo diverso. Gli chiederei soprattutto che cosa se ne farà di queste conoscenze e del rapporto con la conoscenza che ha messo in piedi in questi mesi: che continui a studiare o che entri nel mondo del lavoro, gli chiederei quanto è diventato davvero adulto mettendosi a confronto, nella solitudine della sua cameretta, con tutto ciò che l’essere umano ha saputo inventare e creare in tanti millenni. Gli chiederei di provare a usare i contenuti e la cultura per dare l’addio alla sua scuola e a 5 anni così densi della sua vita. Gli chiederei se si è innamorato della cultura. Ù

E poi, a porte chiuse, chiederei a tutti i colleghi perché mai non abbiamo sempre fatto gli esami di maturità in questo modo, e perché mai abbiamo dovuto aspettare un virus per chiederci se i nostri ragazzi siano innamorati del sapere. Perché una scuola che si limita a vendere sapere, magare confezionato in pacchettini comodi da portare a casa, legati alle presunte libere scelte di ognuno, (“a me un bicchiere di matematica, al mio amico una confezione portatile di inglese”), è una scuola che è fallimentare fin dall’inizio. Chiediamo ai ragazzi il rigore, ma il rigore dell’innamorato, che si prende cura di sé per incontrare chi ama. Ci si può innamorare di una poesia, di un teorema, di un testo da tradurre come ci si innamora di una persona. Questo è l’amore maturo. Questa è la maturità. Questo l’esame di maturità dovrebbe essere. [Raffaele Mantegazza, Pedagogia generale e sociale Università Bicocca Milano, per ecoinformazioni]   

Per approfondire: di Raffele Mantegazza è disponibile l’e-book La scuola dopo il coronavirus Castelvecchi editore, 2,99 euro.

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