Sanificare le parole

Nanni Moretti: «Le parole sono importanti»

In un momento in cui la duttilità delle parole diventa arma di difesa/ offesa o cortina di fumo dietro cui nascondersi, riflettere sul significato di queste (reale, presunto o attribuito) è importante, per impedire che se ne impongano significati (appunto) contingentati, in una dilagante ondata di lettura passiva, consumata dal bisogno compulsivo di dati e statistiche.

Così, accanto alla retorica bellica che oppone nemici ad eroi, untori a vittime, ecco i cari “congiunti” accompagnarsi con la minacciosa enfasi, portatrice di tafferugli e rivolte, di “assembramento”, senza tralasciare l’abuso inconsapevole (o irresponsabile?) della terminologia scientifica o dei forestierismi (“lockdown” sembra avere un’aria di responsabile ed agile sinteticità rispetto ad una più sofferta e martirizzata “autoreclusione”, “smart-working” viene accolto con una bonaria sfumatura di luminosa efficienza produttiva rispetto al ‘lavoro da casa’, declassato a sinonimo di scarsa attività, letti sfatti e cibo in scatola).
“Torniamo a com’era prima” vuol dire restaurare, tornare a qualcosa di già esistente e lavorare affinché sia in grado di essere come è sempre stato. È conservatorismo, permanenza nel passato, occlusione dell’orizzonte.
“Ripartire” è diverso: implica una sosta, un momento di stasi, di lavori in corso che comportino un cambiamento per un funzionamento migliorato, efficiente, un dinamismo propositivo volto ad una ripresa delle attività con più coscienza e (magari) sensibilità.
“Riapriamo” vuol dire togliere i lucchetti, alzare le saracinesche, spalancare porte e portoni su ambienti già conosciuti, togliendo un po’ di polvere ma lasciando che l’abituale quotidianità riprenda il sopravvento.
“Apriamo di nuovo” è differente, ha una sfumatura di novità – che sia miglioria nell’arredamento, nel sistema economico e politico, nelle relazioni tra esseri umani; è l’apertura di una finestra su un mondo d’aria fresca, che appare migliore non solo perché si è vissuto tanto tempo in uno spazio chiuso, ma perché si è effettivamente reso migliore l’ambiente in cui si è immersi.
“Libertà di spostamento” non equivale a “muoversi”: nel primo caso c’è una sottile, impercettibile sfumatura di urbanizzazione e meccanizzazione dei movimenti, unita ad un’insinuante e sottintesa tracotanza del sentirsi padroni della strada su cui si cammina (strada già tracciata, prescritta, impostata); si spostano i pendolari e le merci lungo le rotte del consumo, ci si sposta per motivi precisi da un punto A ad un punto B. Il secondo verbo invece denota sì dinamicità, ma in armonia con l’ambiente in cui si è immersi. Si muovono le gambe tracciando passi anche dove le strade non esistono, si muovono i pensieri nella mente, si muovono i corpi nella gioiosa anarchia della danza. Per ora ci si sposta e non ci si muove, ma è necessario tenere a mente le sfumature semantiche per poterlo fare con più coscienza in futuro.
“Conviviamo” con il virus vuol dire trovarsi in un ambiente comune, delimitato, secondo un contratto – tacito o scritto – in grado di regolare la vita comunitaria. Convivono gli studenti fuori sede, convivono le coppie di fatto, “Coesistiamo” con il virus abbraccia l’intera casistica degli organismi viventi su scala globale, legati da regole biologiche di inter-relazione, ponendo la vita di ciascuno come plausibile, possibile, paritaria. [Sara Sostini, ecoinformazioni]

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