Racconti/ La vita “un po’ monotona” di Luciana

La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla. [Gabriel Garcia Marquez].

Una sera dei giorni passati ho visto su Rai 5 Cavalleria rusticana rappresentata a Matera l’anno scorso: una meraviglia, girata nella città.

Ma io l’avevo già vista: in un’altra città, con altri attori, non cantanti, con un’ambientazione simile: la strada, ma con un altro finale. Turiddu moriva, certo, ma ad un certo punto si incontravano nella piazzetta la mamma di Turiddu, Santuzza e compar Alfio, non ricordo che cosa si raccontassero, ma alla fine si perdonavano a vicenda, si abbracciavano tutti e formavano una nuova famiglia.

Questa rappresentazione è avvenuta, a Milano, almeno settantacinque anni fa…

Comincio dal principio: sono nata alla fine del 1937, a Novara, dopo mia sorella Giulia; sono cresciuta, mio malgrado, ma per fortuna non cosciente, sotto il fascismo e non ho molti ricordi o li confondo: ero a Novara o a Milano? e quando?

Abitavo in un edificio della fine Ottocento in cui c’era lo scalone padronale, che noi bambini non dovevamo usare, le scale ai lati per i normali, io abitavo a piano terra, quindi non mi riguardava, un bel cortile, un giardino in cui non si poteva entrare e, al di là del giardino, il gioco delle bocce, con un “anti-campo” dove c’era un grande albicocco e un fico.

Il gioco delle bocce faceva parte dell’osteria della “Ninon”, al piano terra, dove c’era anche la mia casa, che, in camera da letto, aveva una finestra, in alto, che guardava la strada.

Quella finestra ha avuto un posto nella storia partigiana: ricordo che, quando era buio, qualcuno batteva i vetri della finestra e mia mamma andava ad aprire il portone; mi svegliavo anch’io, non potevo alzarmi, ma in qualche modo vedevo questi uomini, con gli scarponi, alcuni con i pantaloni corti, un fazzoletto al collo, che si radunavano nell’osteria della “Ninon”. Erano i partigiani, erano uomini che anni dopo avrei conosciuto, dei quali avrei ascoltato le storie, letto i libri.

Sin da piccola facevo avanti e indietro a e da Milano, in casa dei miei nonni materni, in un edificio dove c’era l’ascensore con le porte di ferro, che prendevo di nascosto. Viaggiavo sul vagone postale, perché il mio nonno era “ufficiale postale”, e lì vedevo gli scaffali che contenevano la posta e un impiegato che timbrava busta per busta; nella valigetta rossa, che mi accompagnava, c’era il riso, che mio nonno scambiava con altre cose. Non sempre c’era mio nonno, quindi ero affidata all’impiegato di turno, parlavo con tutti, abitudine che mi è rimasta per un po’, ma che ho perso.

Arrivavo alla stazione di Milano, al piano sotto, venivo accompagnata all’ascensore e su trovavo nonna o zia che mi recuperavano. Da lì, da quel sotterraneo sarebbero partiti i treni per i lager, ma io non lo sapevo, non ricordo di avere visto movimenti, penso avvenissero di notte.

Andare a Milano era una felicità, ricordo di essere andata all’asilo delle suore del Sacro Cuore, dove c’era suor Chiara o Grazia o un nome simile, che ci faceva parlare a voce bassa, non si doveva interrompere, ci portava nel giardino, in fondo al quale c’era una Madonna, si mangiava in una camera con tavolini per quattro, bisognava stare diritte e chi non lo faceva doveva mangiare con due libri sotto le ascelle, poi si usciva e si salutava la suora con un inchino. Poi, una volta fuori, io giocavo per strada.

Credo mi sia rimasto un po’ di quel “bon ton” che la suora mi ha insegnato.

Però sono andata all’asilo anche a Novara: che confusione di date e di luoghi!

Nel giugno 1940, quel “buon uomo” come lo chiamava la mia maestra, fascista fino al midollo, alla quale ho voluto molto bene, ha dichiarato guerra, ma io non mi ricordo bene quali furono i commenti a casa. Mamma e papà parlavano a bassa voce e tacevano quando c’eravamo noi bambine.

Un giorno, mentre si giocava nel grande cortile, è arrivato il figlio della nonna Carlotta (che non era mia nonna), Annibale, con la mantella verde e il cappello da alpino con la penna bianca, era ufficiale, mi ha preso in braccio ed abbiamo saltato la corda insieme. Lui è morto in Albania, non si sa dove, non si sa dove sia sepolto; quando ho conosciuto gli albanesi ho chiesto loro di aiutarmi a cercare dove trovarlo, ma non siamo riusciti, l’Albania non aveva elenchi.

Non so dire come si vivesse, si viveva e basta: era normale non avere lo zucchero, andare a prendere il latte con il pentolino dalla signora Lucia che ci dava la “giunta”, sentire le sirene, scendere nel rifugio. Quando non c’era latte dalla signora Lucia, io e mia sorella Giulia si andava ad Agognate, una frazione fuori Novara, a piedi, con il secchiellino, in cascina; allora si faceva venire “la panna”, che la mamma raccoglieva per fare il burro.

Il rifugio di Novara era più bello, era una grande camera, a fianco della cantina, c’era luce, un grande divano, alcune sedie, era allegro: quello di Milano era più brutto, piccolo, buio, stretto, non mi piaceva, stavo meglio fuori.

Ero a Milano quando, per la prima volta, hanno mitragliato la stazione: dalla finestra di casa si vedevano gli archi, il fuoco che usciva da non so dove dagli aerei, un spettacolo affascinante, le sirene urlavano, mio nonno che mi diceva di muovermi, io neanche per sogno, quindi battuta. Ero a Novara quando un aereo a quota molta bassa ha sorvolato la mia casa per bombardare meglio il boschetto, dove c’era il quinto magazzino in cui c’erano gli approvvigionamenti di qualsiasi tipo dell’aeroporto militare di Cameri (dove adesso assemblano gli F35, tanto per dire). Ero a Milano quando Giampiero e Giampaolo, figli della “zia” maria un giorno sono scomparsi e io sono rimasta senza i miei “principi”. Ero a Novara quando è iniziata la guerra partigiana, ma anche quando è finita la guerra e ho visto passare i carri armati con gli americani (per la verità erano australiani, che ho conosciuto perché frequentavano l’osteria della “Ninon”). Il giorno prima, in una via laterale, avevano ucciso un tedesco. Chiaro che noi bambini, sentito il colpo, siamo corsi a vedere: era giovane, aveva i capelli biondi. Ero a Milano quando sono passati i camion con i partigiani ed io ho riconosciuto Giampaolo e la zia Maria non voleva crederci, perché erano passati molti mesi e come mi sarei potuta ricordare, invece era lui, che, arrivato nella piazzetta dove poi sarebbe arrivato il carro di tespi con il suo teatro, è sceso, io gli sono corsa incontro e lui mi ha preso in braccio al volo. Ricordo la scena: avevo un paio di ciabattine e ne ho persa una.

A Novara si giocava nel grande cortile di casa o, ma poco poco, sul marciapiede, perché abitavo in una via di grande comunicazione, quella che andava a Torino; a Milano giocavo per strada, la mia via Taramelli non è quella di adesso, non passava quasi nessuno, il traffico era in via Pola, viale Zara, via Sondrio. Ero vicina anche a via delle Abbadesse, una via di cattiva fama, ogni tanto c’era un accoltellamento; non avevamo il permesso di andarvi, ma noi lo facevamo lo stesso, con curiosità e un po’ di timore; non mi ricordo ci fossero le suore nel convento, ora c’è un ristorante; di fronte al convento c’era una chiesa, con un prete che lanciava anatemi contro i comunisti; non mi piaceva, urlava, si sbracciava e da lì io sono diventata comunista, avrò avuto dieci anni.

La mia nonna era una donna molto religiosa, la mattina andava a messa, il pomeriggio alla benedizione, alla quale partecipavo anch’io, ma con spirito diverso: mi annoiavo, salivo e scendevo dai banchi, tanto non c’era nessuno. Ma non nella chiesa dei Salesiani: lì bisognava pagare la sedia, mi pare 20 centesimi e c’era sempre qualcuno che controllava. Ho conosciuto e ho giocato in molte chiese di Milano, in cui ho mangiato anche molte merende; la nonna era previdente.

Mi piaceva anche andare al cimitero monumentale, mia nonna si sedeva su una panchina e lavorava a maglia, io giocavo fra quelle tombe mastodontiche, quelle statue piangenti.

Poi c’era lo zoo, a porta Venezia; lì, mi accompagnava il nonno. Nella fontana, che mi pare ci sia ancora, ci sono caduta almeno due volte per rincorrere la mia specie di barca.

Ero a Milano, quando, andando in una chiesa che non ricordo, sono passata con la nonna da piazzale Loreto, c’era molta gente, la nonna non si è fermata, ma non so dire se perché fossero stati uccisi dei partigiani o dopo la morte del “buon uomo”.

In fondo a via Taramelli, al di là di via Pola, c’era una piazzetta (adesso c’è un centro direzionale) in cui si fermava il carro di tespi ed ogni sera c’era spettacolo, che noi bambini vedevamo gratis perché stavamo al di fuori della cinta di sedie che il carro di tespi metteva.

Lì ho visto Cavalleria rusticana, La figlia di Iorio, commedie e tragedie di cui non ho mai visto la fine, perché ad una certa ora bisognava tornare a casa.

Durante il giorno suonava il grammofono e una delle canzoni che ho imparato e che ricordo ancora bene è Sola me ne vo per la città…. Come mi piace! Oppure si andava a giocare in viale Zara, sulle macerie riportate dalle case distrutte, ci si divertiva salendo e scendendo dalle montagnole di mattoni e di cemento di quella città di cui rivedo ancora la distruzione. Ho ancora nella mente le case bombardate.

Da via Taramelli si andava in centro a piedi, il 4 non sempre passava e poi bisognava risparmiare il costo dei biglietti e il 31 non andava in centro, costeggiando quella parte della città che adesso si chiama “isola”, dove ci sono quei mega palazzi-grattacielo. Il 31 andava alla Bicocca dove i nonni avevano una famiglia amica che abitava lì; da piazzale Lagosta si andava lungo viale Zara e il viale, dopo due fermate, diventava campagna, ricordo che c’era un campo in cui si coltivava l’anguria; andare alla Bicocca era come andare fuori porta.

E poi c’era la Rinascente… con i banchi di legno e le commesse con il grembiule nero, ma non abbiamo mai comperato nulla, già allora i prezzi erano alti, tenuto conto che di soldi non ne giravano molti, anzi.

In via Taramelli c’era la signora Bambina (che aveva il negozio di frutta e verdura), la panetteria, la latteria con i suoi gradini, la portiera nell’ammezzato, che faceva finta di non vedere che si giocava sotto il portone.

A casa mia lavorava solo mio papà, eravamo in cinque e mia sorella Anna era sempre malata, ma era una bella casa, allegra, con pochissimi soldi. Mio papà lavorava alla Edison e, per non perdere il lavoro, si era dovuto iscrivere al partito fascista; ma, lavorando in una di quelle aziende “di pubblica utilità”, aveva il permesso di uscire, anche con il coprifuoco, non aveva molti problemi a girare per la città e questo è stato molto utile quando arrivavano i partigiani di notte e passavano a mio padre ordini che lui doveva trasmettere, a qualunque ora. Studiandoli a memoria, guai avere biglietti o indirizzi. Papà poteva avvicinarsi anche alla Casa del fascio, sede della polizia, dei fascisti, il luogo dove avvenivano le torture; non capivo perché la mamma, passando davanti a quel luogo, mi faceva correre. Papà contava anche quanti “perugini” fossero in giro e dove, potendo girare per la città. La mamma mi ha poi raccontato che i “perugini” erano i peggiori fascisti e torturatori.

Adesso c’è la questura, ma allora era come la “villa triste” di milano, a volte erano presenti due famosi attori di cinema, Luisa Ferida e Osvaldo Valenti, così si diceva a Novara. Sono stati fucilati e non credo lo abbiano fatto solo per dire “meno due”, erano fascisti convinti. Naturalmente queste persone sono state riabilitate (!!!), ma mia mamma diceva: «la voce del popolo è la voce di dio», quindi qualche cosa di vero c’era.

Durante la guerra il cibo era contato, tanto a Novara che a Milano, non avevamo soldi per comperare a borsa nera, ma io non ho mai sofferto, non ho mai pensato ci potesse essere qualche cosa di diverso. Per me era normale mangiare una mela divisa in quattro, bere il latte con il sale, anziché con lo zucchero, mettere sandali fatti con stoffa grigia e la suola di cartone, anche d’inverno; le calze le faceva la nonna con della lana che recuperava da vecchie maglie. Io invidiavo quelle bambine che potevano portare le calze lunghe con l’elastico che le tratteneva; a papà davano la divisa, pantaloni, giacca e cappotto blu, da cui la mamma riusciva ad ottenere qualche indumento per noi; era una buona sarta, la mamma.

Ricordo però che a casa della “zia” Maria, una signora che abitava con la famiglia a Milano, una volta ho visto un salame ed ero tutta emozionata, l’ho riferito alla nonna e lei mi ha detto di non dire niente.

Si viveva così, un po’ chiusi, un po’ attenti; io no, io giravo in tutti gli appartamenti, conoscevo tutti, mia nonna non sapeva mai a casa di chi fossi, doveva fare girare la voce per cercarmi. Anche a Novara giravo in tutte le case, pare fossi una bambina simpatica ed educata e mia mamma non mi cercava, andava in mezzo al cortile e urlava “Luciana”.

Ho incominciato a capire dopo la fine della guerra, ormai ero più grandina e poi vedevo alcune differenze; nell’osteria della Ninon si cucinava carne, tagliavano salami, c’era il pane bianco, noi no, si andava a comperare con la tessera, mia mamma andava a “spigolare” con altre donne. Partivano il mattino presto per raggiungere i campi dove era già avvenuto il raccolto e raccoglievano le spighe del grano lasciate sul terreno, per poi portarle al mulino per ottenere la farina; allora la mamma faceva la torta, senza burro, senza zucchero, mi pare si usasse lo strutto, ma era una torta! e il pane bianco.

D’inverno, si andava a scuola portando un pezzo di legna per la stufa, altrimenti era un gelo. Perché nevicava molto, la neve superava le ginocchia, una volta in classe, si toglievano le scarpe bagnate, non abbiamo mai pensato potessimo essere accompagnate, si andava a piedi, sempre.

Avevo una maestra fascista, ma non ricordo parlasse della politica di allora; a turno facevamo la capo-classe, si usciva dalla classe in fila, si scendevano le scale, ci si fermava nell’atrio, la maestra diceva “saluto al duce” e la capo-classe doveva fare il saluto fascista. Io non lo facevo, ma non so perché, io, con la testa, ero già fuori prima che la maestra chiedesse il saluto. Non me ricordo. È stata mia mamma che anni dopo me lo ha raccontato, perché la maestra l’aveva chiamata e lei era molto imbarazzata, non sapeva cosa rispondere, come giustificarmi. La mia mamma non sapeva che nella sua famiglia stava crescendo una pecora rossa.

La mia famiglia era molto cattolica e osservante, per tradizione: mio nonno materno faceva parte di una famiglia di “fittavoli”, stavano economicamente bene, un figlio era medico, uno era prete e mio nonno contabile. Delle tre figlie una si era sposata e due vivevano la vita delle ragazze di buona famiglia: insegnavano il catechismo, il ricamo, non cucinavano, non pulivano, ma badavano alle galline. Mai capito.

La famiglia della mia nonna mi era più simpatica, benché non conoscessi nessuno: era povera, la mamma di mia nonna era morta quando lei aveva 16 anni, la nonna coltivava i gelsi, lavorava in campagna. Era piccola e molto bella, ballava bene e non sapeva leggere, ma sapeva lavorare. Mio nonno se ne è infatuato e l’ha sposata, contro il parere della famiglia. Io ho adorato la mia nonna e di mio nonno non ho un ricordo molto affettuoso.

Dal matrimonio sono nati: mio zio Ettore, mia mamma, mia zia Celsa ed è scoppiata la prima guerra mondiale; il nonno è partito e, dopo la sconfitta di Caporetto, l’hanno dato per disertore: non lo trovavano più. Allora la nonna ha accettato qualsiasi lavoro, perché non arrivava più la “paga” del nonno: ha fatto la postina, allevava le galline e andava a vendere le uova nella piazza di Novara, piazza delle Erbe, forse la più bella piazza di Novara.

Poi il nonno è tornato, dopo più di un anno di prigionia in Austria. È stato assunto alle poste, a Milano e si è trasferito, ecco perché io sono stata per tanti anni a Milano.

A un certo punto, dopo l’inverno, arrivavano le mondine, in genere dall’Emilia. La campagna novarese era costituita da risaie. Ci sono anche adesso, ma sono molto meno e sono tristi, non ci sono persone, le cascine sono vuote, alcune abbandonate. Era una festa: passavano sul corso Torino carretti tirati da cavalloni, per andare a prenderle alla stazione e poi ritornavano carichi di ragazze che parlavano ad alta voce, ridevano, cantavano. Per tutta settimana non si vedevano, fino al sabato sera, quando arrivavano a Novara sul carretto per andare al cinema o a ballare. Poi partivano e arrivava l’estate, col caldo e le zanzare e io andavo in vacanza: a Milano, la mia città del cuore.

Sono poi trascorsi anni senza significato, se non quello di frequentare le scuole superiori, io e poche altre ragazze, in genere le ragazze, dopo la quinta elementare, andavano ad imparare a fare la sarta o la parrucchiera; il lavoro, il matrimonio, il figlio.

Ho avuto la fortuna di conoscere quelle persone che, più o meno tutte, erano venute dalla Ninon in quelle notti, di nascosto, ho ascoltato le loro vicende, le ho quasi vissute, perché avvenute in valli e luoghi che io conosco bene: Valsesia e Val d’Ossola.

Del mio matrimonio ho certamente molti ricordi, ma preferisco ricordare le serate trascorse con gli uomini e le donne che avevano vissuto la Resistenza; io ascoltavo incantata, affascinata, non riuscivo neppure a fare domande. Ho conosciuto Moscatelli, Gastone, Bermani, personaggi della storia novarese e non, comandanti partigiani e poi diventati scrittori. Poi il ’68, le liti con il marito, insomma, tutto quello che è capitato a molte donne come me, perché eravamo più avanti dei nostri mariti, che si incazzavano da morire, quando cercavamo di parlare con loro, di fare capire loro che ci eravamo svegliate, non per fare la guerra, ma per avere quei diritti che ci spettavano. Io, già, avevo avuto la difficoltà di avere un’istruzione superiore a quella di mio marito e la mia predilezione per la lettura gli dava molto fastidio.

Sono sopravvissuta fino al 1980, quando ho chiesto la separazione: ho rinunciato a tutto, pur di essere libera e lo sono diventata, ma con quali sacrifici: la libertà e l’indipendenza sono per me grandi conquiste, soprattutto perché le ho pagate.

Sono venuta a Como, dove ho trovato lavoro, casa, ma tanta tristezza, chiusura, mancanza d’aria, così un giorno ho lasciato tutto e sono andata a Londra, dove sono rimasta un anno, ma poi sono dovuta tornare e sono andata a lavorare nella mia città: Milano, per questo il ritorno è stato meno doloroso.

Sono stata bene a Londra, ospite pagante di una famiglia londinese, lei insegnante di inglese, lui ingegnere, con cui avevo instaurato un buon rapporto. Pensavo di conoscere un po’ la lingua, invece, niente; ho frequentato una scuola per tre mesi, a tempo pieno, poi, a casa, avevo due ottimi insegnanti. Ho auto occasione di visitare tutte le carceri di Londra, perché andavo a trovare i ragazzi incarcerati, poi ho trovato un lavoro in un negozio di scarpe italiane, in Oxford street; salivo e scendevo dalla metropolitana, giravo dappertutto, anche in periferia. Ho frequentato luoghi insoliti, per una turista, ho visto un’umanità diversa, con comportamenti originali; bello.

Milano non era Londra, ma si respirava un po’ di quell’aria e a me bastava, perché rivivevo i miei ricordi. Per anni ho fatto la pendolare dei treni della nord: ogni viaggio era un’avventura, capitava sempre qualche cosa, oltre al troppo caldo o al troppo freddo, o le porte chiuse con le corde o le fermate in mezzo ai campi.

E poi la pensione e la vita in una città che, alla fine, non conoscevo e di cui non conosco ancora adesso i dintorni. Ho avuto la fortuna di conoscere, non ricordo come e perché, persone con le quali ho vissuto alcune delle esperienze più ricche della mia vita: “ecoinformazioni” un giornale on line (io, che non conoscevo le mille possibilità di un computer), e fotocopiato e assemblato a mano, ogni settimana. Da “Setalmoda”, la sede del giornale che ci era stata messa a disposizione da una persona splendida, Paolo Portoghese, sono passate diverse persone, più o meno interessanti, il trascinatore è sempre stato, e lo è ancora, Gianpaolo Rosso (mi raccomando la n).

È venuto anche Garib, un ragazzo tunisino, che ci era stato raccomandato da Paolo; un ragazzo simpatico con il quale lavoravo ogni giorno; allora ero più giovane e indossavo con disinvoltura e tranquillamente mini gonne e mini vestiti. Garib mi faceva notare che non era corretto e io ribattevo che non mi importava nulla: ero una donna libera, indipendente e contestavo con calore il Corano, gli facevo domande scomode alle quali rispondeva ridendo. In più io non avevo uomini (marito o fratelli), per cui era impensabile potessi prendere decisioni e muovermi e viaggiare da sola.

Chissà quale sofferenza per lui vedermi e sentirmi, ma credo lo abbia fatto per la grandezza del suo dio. Tempo dopo, è stato arrestato e accusato di terrorismo, un fanatico religioso, facente parte di non ricordo più di quale organizzazione islamica.

Mi domando come io possa essere ancora viva.

Poi la nascita del movimento politico “La rete”, con Grazia Villa in prima fila: è stato un periodo di vita molto vivace, molto interessante, a fianco di persone splendide, di cui conservo un ricordo dolce e melanconico, ma mio.

Finisce il periodo di “La rete” e nasce “Paco”, movimento politico cittadino nel quale ho creduto e che ho seguito con amore: abbiamo fatto dimostrazioni sempre con molta fantasia contro decisioni prese dal consiglio comunale, di destra, decisioni che si sono dimostrate inutili e dispendiose.

E così invecchiavo in una città vecchia, dove tutto si è fermato, no, scusate c’è la città dei balocchi e un fiorire di hotel lussuosi, ristoranti, gelaterie, bar, pizzerie, ma non c’è nulla per il turismo e per i comaschi, anche, specialmente la sera.

Nell’anno 1999 il parroco di Ponte Chiasso è stato ucciso a coltellate da un marocchino; erano già arrivati i libanesi e gli albanesi, ma non me ne ero accorta, della migrazione non me ne ero mai interessata. Quando Severino Proserpio mi ha chiesto se fossi d’accordo nell’aiutarlo, io avevo risposto affermativamente, forse più per cortesia che per convinzione e mi ha letteralmente scaraventata al centro di accoglienza di Sagnino, dove stavano arrivando i kosovari. Sono stati mesi di lenzuola, letti da preparare, chiamate notturne, ricevimento di persone che arrivavano cariche di pacchi, spaventate, con le quali non sapevo come comunicare, per fortuna c’erano i minori albanesi.

Erano molti, abbiamo messo materassi anche nella palestra vicina; una mamma, che non aveva più latte, dava da mangiare le banane alla sua bambina di pochi mesi, avevamo bisogno di pannolini, abbiamo insegnato come usarli. Molti di loro avevano figli, mariti, fratelli, sorelle in paesi europei e, allora non c’era il trattato di Dublino, quindi è stato possibile il ricongiungimento senza problemi, neppure da parte della Svizzera. Anzi, dalla Svizzera passavano le persone che poi raggiungevano la Germania, la Francia, l’Inghilterra; in Svizzera rimaneva chi aveva lì i parenti.

C’erano due sistemi per raggiungere la Svizzera: pagare i passatori o andare con me, gratuitamente e regolarmente, dopo avere contattato i parenti, alcuni dei quali venivano a Chiasso a incontrare i loro familiari. Non mi amavano i passatori, tutti albanesi, si mettevano di fianco al cancello e mi guardavano minacciosi quando uscivo con la macchina carica di bagagli e di persone. Ho ricevuto minacce anche pesanti e telefonate notturne.

Dopo le lungaggini burocratiche in dogana, se ne andavano, molti piangevano, molti mi hanno fatto regali. Le donne mi hanno inondata di centrini fatti con l’uncinetto.

Era un accordo che aveva preso padre Cock, un sacerdote svizzero, con la polizia di frontiera e con Berna, attraverso la Caritas svizzera.

I kosovari se ne sono andati e sono arrivati i curdi, che già erano stati ascoltati dalla commissione nazionale, per cui tutti avevano la protezione.

Mi sono accorta che lavorare con i migranti non poteva essere solo distribuire abiti, lenzuola, cibo, non conoscevo il problema a fondo, anzi per niente, che c’era un motivo per cui lasciavano il loro paese ed un altro perché venissero accettati dall’Italia e come e perché.

Ho “scoperto” la dichiarazione dei diritti dell’uomo e ne ho fatto il mio vangelo.

Ho incominciato con i corsi dello sprar, poi con i corsi aperti in tutta Italia, prendevo appunti, cercavo su internet, stampavo leggi e circolari e non capivo niente, leggevo con il dizionario vicino per capire il significato delle parole, facevo l’analisi logica per districare le frasi, poi chiamavo Grazia. Ai corsi ho conosciuto persone che non avrei mai pensato di incontrare: giuristi, avvocati, costituzionalisti, funzionari del ministero, funzionari di polizia di tutta Italia: Como non ha mai partecipato. Ho sfacciatamente approfittato di tutti, alcuni li ho persi per strada, con altri ho mantenuto i rapporti; poi ho incontrato Asgi e mi sono iscritta. Dal punto di vista giuridico, ma anche legislativo, Asgi è la mia guida, ancora oggi.

Il centro di Sagnino è stato chiuso, ci hanno trasferito a Tavernola, gli ospiti sono cambiati, le situazioni molto diverse, le ragioni della fuga causate da disordini dei paesi di cui parlavano anche i giornali europei.

Quante storie ho ascoltato, quante ne ho scritte, quali barbarie ho scoperto, quante persone ho incontrato, tutte uguali e tutte diverse, quanti regali ho ricevuto!

C’era un’unica commissione, quella nazionale, c’era qualche funzionario della questura di Como un po’ particolare, ma lo scavalcavo tranquillamente: avevo contatti con l’Acnur (Unhcr), con il Ministero dell’Interno, con la commissione nazionale. Quanti viaggi a Roma, quante notti passate in treno (allora c’erano ancora i vagoni letto – frecciarossa non esisteva), sempre con i miei soldi.

Poi sono state istituite le commissioni territoriali (con la legge 189 del 2002), quindi ho incominciato ad andare a Milano: tutti, tutti gli ospiti del centro in cui lavoravo, sono stati accompagnati in commissione, avevo un ottimo rapporto con due operatori coi quali scambiavo le mie conoscenze, che mi sostituivano quando era il caso (es quando ero in Senegal).

Quante storie! di quante terribili vicende sono venuta a conoscenza,

Sono stata in Senegal, con Severino Proserpio dapprima e con Nutriaid dopo: sei mesi in Italia, sei mesi in Senegal. Al centro Giovanni Quadroni di Severino arrivavano molte ragazze che si fermavano per una quindicina di giorni, per vivere un’esperienza, dicevano, e alla fine il loro commento era: questa esperienza mi ha cambiato la vita. A me no, non ha cambiato niente, probabilmente sono impermeabile: ho partecipato alla vita del centro, anche in Nutriaid, ho lavorato con serietà, ma sono rimasta io, senza stravolgimenti.

Certo, non è stato facile incontrare un’altra realtà, capirla, accettare altre abitudini, vivere in un villaggio, io, europea, con le mie abitudini, rituali europei, per cui ogni tanto dovevo andare a Dakar per “respirare”, per godere di quelle abitudini che avevo in casa mia. Io sono una borghese e ne sono felice, ma non mi ritraggo quando devo mettere le mani nella merda.

Dakar è una città caotica, dove si trovano mercati all’aperto in ogni dove, ma, per andare nel grande mercato, tu, bianca, devi essere accompagnata: mi piaceva tutta, la parte con gli edifici della colonizzazione e la periferia, dove le strade erano di sabbia. Quando non ne potevo più di non aver acqua o elettricità me ne andavo a Dakar in un albergo in cui trovavo la mia civiltà occidentale.

Poi la vecchiaia si è fatta sentire: problemi di salute, impossibilità di usare la macchina, impossibilità di continuare il lavoro nel centro, ormai lontano e irraggiungibile. Non è stato facile accettare di limitare i movimenti, non è stato facile convivere con il cancro che si rigenera come l’araba fenice, non sono caduta in depressione perché la rabbia era, ed è, tanta.

E arriviamo all’estate del 2016: la stazione, gli eritrei, i somali, gli etiopi, ma anche nigeriani, africani del Sahel, una moltitudine di volontari e ragazzi, giovani che erano dappertutto a qualsiasi ora.

Era il 10 luglio, quando sono andata a vedere in stazione e ho finito di vedere il 20 settembre. Un turbinio di ragazzi neri, bianchi, volontari giovani e vecchi (come me), giornalisti, televisioni, interviste, siamo finiti sugli schermi di mezza Europa. Ma la tragedia rimaneva senza sbocco, almeno per quanto riguardava le istituzioni; è dovuta venire un’associazione svizzera a portare il cibo e così ho conosciuto Lisa Bosia e Nicole, con le quali ho lavorato fino alla fine. Raccoglievo dati e notizie per passarle a loro, che pensavano a contattare i parenti che risedevano in Svizzera per il ricongiungimento o per inviare minori per essere accolti.

C’è stata l’esperienza del centro della Cri in via Regina Teodolinda, certamente non positiva, un luogo chiuso, in cui le informazioni non passavano, pareva di lavorare in una società segreta, formata da gruppi. Non ero ben vista, ero troppo curiosa, parlavo con i ragazzi, li cercavo, me li sono portati dietro allo sportello. Poi mi hanno allontanata, alla fine dell’anno, ma, nel frattempo è nata l’iniziativa dell’Osservatorio giuridico, dapprima malvista e commentata ironicamente da alcune persone del centro di via Regina.

Non è stato facile adattarmi a questo lavoro; ero abituata a lavorare nei centri, dove i colloqui avvenivano in un ufficio riservato, conoscevo la vita dell’ospite dall’entrata all’uscita. Qui ho trovato storie già vissute, giudicate, di persone ormai fuori dalle accoglienze, con espulsioni, verbali di reati che non avevo mai visto; un’umanità di richiedenti protezione internazionale molto diversa da quella che avevo conosciuto.

È vero, ogni migrazione è forzata, ma la forzatura a volte è veramente senza fondamenta, l’ho visto lavorando con l’osservatorio. I richiedenti protezione sono cambiati, per la maggior parte sono persone senza istruzione, analfabete, con storie che non hanno nulla a che fare con la convenzione di Ginevra; i nostri avvocati devono arrampicarsi sui vetri per costruire dei ricorsi almeno leggibili.

Ora, mentre sto scrivendo, stiamo vivendo un periodo molto difficile, quasi tutti chiusi in casa a causa di un virus molto contagioso, ormai diffuso in tutto il mondo; ci sono molti morti, per lo più persone anziane. Sta crollando anche l’economia, penso che molte persone perderanno il lavoro, molte piccole attività chiuderanno; sono in casa anch’io, non sono angosciata, non serve a nulla.

Fino ad oggi la mia vita è stata questa, un po’ monotona, un po’ uguale a quella di tante altre persone, un po’ diversa da altre, non ho rimorsi, forse qualche rimpianto. [Luciana carnevale, ecoinformazioni]

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