Giada Negri e Nano Gianni

«Il tempo dedicato a una fiaba è, per definizione, un tempo speciale. Leggere e vivere assieme una storia fantastica è infatti un modo bellissimo per sintonizzare e rinforzare i legami fra adulti e bambini, e permette a tutti di entrare in relazione con le parti più profonde ed intime del nostro animo». Così si legge nella nota finale al racconto Nano Gianni e i granelli rossi, e credo non si possa definire in maniera migliore il potere – didattico e se vogliamo taumaturgico – delle fiabe: ne abbiamo parlato con l’illustratrice Giada Negri, che si è occupata di rappresentare il regno di Madia, teatro della storia.

Il racconto di Nano Gianni nasce dalla volontà di spiegare la situazione critica generata dall’epidemia di Covid-19 ai bambini, con parole a loro comprensibili, senza alterare la realtà degli accadimenti ma piuttosto declinandola in una dimensione a loro comprensibile ed accettabile.  Così Fabio Sbattella crea la storia di Nano Gianni e di come sia riuscito a risolvere il problema dei granelli rossi che affliggono il regno di Madia: una metafora riuscitissima della realtà attuale, in cui l’umanità intera si confronta con la portata del virus, con un lieto fine foriero di salutari speranze.
Come tutte le fiabe, anche le avventure di Nano Gianni ed il suo coniglio parlante, Vasilissa e re Berto sono decifrabili secondo diversi livelli di lettura, eppure ciò che vuole trasmettere è chiaro da qualsiasi prospettiva: da una situazione di crisi come può essere quella di una pandemia non si esce né bombardando, né nascondendosi dietro muri o negandone l’esistenza, ma cooperando insieme per salvaguardare la salute di tutti e dando alla scienza l’opportunità di ricercare una soluzione, dove possibile.
Un messaggio semplice, trasparente e pienamente condivisibile.

«L’immaginazione è una risorsa flessibile e potente, un linguaggio semplice che può avere effetti straordinari». La storia però non sarebbe così riuscita senza di disegni di Giada Negri, che con tratti morbidi e tinte pastello affresca in maniera deliziosa il regno di Madia, creando con una capacità che denota esperienza e passione personaggi immediatamente riconoscibili, sicuramente di facile memorizzazione per i bambini: la piuma sulla coroncina della principessa Vasilissa, i baffetti del colonnello Nicolao, la regalità di re Berto e il copricapo bislacco di Nano Gianni, il vestito del coniglio… Ciascuno di loro viene reso con un disegno elementare che non risulta primitivo, minimale o affettato quanto invece calzante e preciso, rivolgendosi ai più piccoli (e forse non solo a loro) con delle immagini chiare, calde e con quel granello di fantasia in grado di conquistare qualsiasi età.
Bastano poi forbici e cartoncino per restituir loro una vita di giochi ed attività ludiche, presenti nel libro e valore aggiunto di esso, insieme con le parole di Umberto Galimberti rivolte ai genitori. La fiaba entra quindi nella realtà inconsueta delle famiglie a casa, diventando spunto per momenti di condivisione e svago, riflessione e lavoro collettivo.

Perché forse è questo quello che conta, nel raccontare le storie: non alterarne l’attinenza con il reale, non nascondere gli aspetti più bui e terribili, ma renderli comprensibili, facendo della fantasia non solo strumento di onirica astrazione ma veicolo di accettazione della realtà.

[Nano Gianni e i granelli rossi – Una fiaba e tanti giochi ai tempi del coronavirus di Fabio Sbattella, illustrazioni di Giada Negri, Lettera ai genitori di Umberto Galimberti, progetto  e cura di Riccardo Bettiga e Gabriella Scaduto, Giunti editore, aprile 2020, pagg.  37, 8.54 euro in versione cartacea, 4.74 euro in versione digitale].

Intervista a Giada Negri

Con il suo tratto unico, in bilico tra onirismo e favole, Giada Negri conquista cuori di grandi e piccini. Sia che lavori per case editrici, grandi marchi o semplicemente per sé, le sue illustrazioni rispecchiano bene come si descrive: «Ora vivo di sogni in una casa incantata, convivo con i fantasmi e anche con le fate, parlo con la luna e chiedo consigli al lago». Ecco cosa racconta di sé, dei suoi poteri in grado di collegare la reale quotidianità con quella della fantasia e della nascita di Nano Gianni.

Disegnare ha sempre fatto parte della tua vita oppure è qualcosa che è arrivato con la crescita? I primi ricordi che ho del disegno risalgono ai tempi dell’asilo, ho iniziato a disegnare da molto piccola e non ho mai smesso. Mi piaceva in particolare disegnare figure femminili sognanti a cui spesso abbinavo stelle o conchiglie. Nonostante negli anni abbia lavorato molto per sviluppare delle competenze tecniche che mi permettessero di tendere verso una libertà espressiva, i soggetti che raffiguro non sono molto diversi da quelli che rappresentavo da bambina.
Per me il disegno è sempre stato un modo di esprimere quello che vivevo, di chiarirmi le idee e di viaggiare con la fantasia. Se ho un foglio davanti io devo disegnare. Sento quella necessità che Reiner Maria Rilke descrive nitidamente nelle “Lettere a un giovane poeta”: senza l’arte io non potrei esistere.

Il tratto di un artista subisce una fisiologica evoluzione nel corso del tempo. Come si è evoluto il tuo modo di illustrare? Se parliamo di illustrazione nel senso classico del termine, cioè di disegni che si realizzano per accompagnare le immagini di un libro, la mia evoluzione in questi termini è stata prima di tutto interiore. Il primo libro che ho illustrato è stato il frutto del mio sentire: dopo aver letto il libro, mi sono lasciata trasportare liberamente da quello che mi ha ispirato fino a creare delle opere quasi astratte. Partendo da questo estremo, sono arrivata a raggiungere una sempre maggior fedeltà al testo che illustro. Credo sia importante raggiungere un equilibro tra quella che è la fantasia dell’illustratore e il libro che si sta illustrando. Io, ad esempio, sono molto legata ai libri di Rebecca Dautremer nei quali le immagini raccontano divinamente il testo ma aggiungono anche molto altro creando in chi le guarda la possibilità di viaggiare dentro al disegno.
Dal punto di vista tecnico, invece, i miei disegni si sono trasformati nel senso che quando ho iniziato a lavorare come illustratrice lavoravo a mano con varie tecniche ma soprattutto con colori acrilici. Ora, invece, lavoro quasi esclusivamente in digitale. Il motivo di questo cambiamento è stato dettato da esigenze pratiche: lavorando in digitale si ha la possibilità di lavorare in più breve tempo soprattutto sulle eventuali correzioni delle tavole ma, una volta che mi sono aperta all’universo digitale, sono rimasta incantata dalle sue svariate possibilità arrivando fino al punto di iniziare a sperimentare delle commistioni tra fotografia e illustrazione.

Parlando ancora di ‘tratto’, il tuo è immediatamente riconoscibile e si sposa alla perfezione con la narrativa dell’infanzia; guardando le tue illustrazioni mi sono venuti in mente il mio ‘caro’ Richard Scarry e Beatrix Potter, entrambi diventati iconici per il loro modo di parlare ai più piccoli attraverso i loro disegni. Nel tuo caso, quanto disegni d’istinto e quanto invece c’è di ragionato (in termini di resa figurativa, simbologia, etc.) nei tuoi lavori? Mi fa piacere che tu citi Richard Scarry e Beatrix Potter che sono due delle ragioni per cui ora faccio questo lavoro. Da piccola ho fatto viaggi straordinari nei loro libri e se qualcosa di loro si percepisce nei miei disegni ne sono più che onorata.
Generalmente io lavoro d’istinto e seguo il flusso di quello che mi scorre dentro durante il processo creativo. Però, mentre in opere d’arte più libere posso seguire questa libertà dall’inizio alla fine della creazione, nei lavori come alcuni libri illustrati per l’infanzia cerco di immedesimarmi nei bambini che guarderanno il libro e allora mi muovo in uno spazio creativo che è riferito al loro mondo per come lo immagino io. 

Giada Negri – Ho incontrato Dalì a Cadaqués

Quali sono i lavori cui sei più affezionata? Parlando di pubblicazioni editoriali, sicuramente ai miei primi libretti su un personaggio che avevo inventato per dare voce a dei sentimenti di estraniazione che vivevo ogni volta che mi spostavo da Como a Milano e lì, in anticipo sui tempi, vedevo una certa meccanizzazione delle attività quotidiane ed un isolamento sociale delle persone nella folla. Il personaggio si chiamava Anonimuomo ed è stato una delle mie prime pubblicazioni che poi hanno avviato la mia carriera.
Pensando, invece, alle mie opere, direi che quella a cui sono più affezionata è “Ho incontrato Dalì a Cadaqués” in quanto ha segnato una svolta artistica. Dopo un viaggio a Cadaqués e la visita alla residenza estiva di Salvador Dalì, quando sono tornata in Italia è successa una magia. Ho iniziato a disegnare in modo del tutto rinnovato e sono riuscita a trovare la giusta formula per miscelare illustrazione e fotografia in un connubio che ricercavo da anni.

Come nasce l’idea di Nano Gianni ed i granelli rossi, favola-metafora della situazione attuale? Tu e Fabio Sbattella avete lavorato in tandem nella costruzione del regno di Madia, oppure su livelli separati (prima il testo e poi le immagini o viceversa)? L’idea di creare un libro che potesse aiutare i bambini e i loro genitori ad affrontare la fase difficile che si stava prospettando è nata in parallelo. Una della prime notti in cui si iniziava ad intuire che la situazione stava diventando seria, non riuscivo a prendere sonno e mi sono chiesta come avrei potuto fare, con il mio lavoro, a rendermi utile in qualche modo per quello che stava accadendo. Così ho avuto l’idea di un libro per bambini pensando anche ad un’interessante intervista in cui avevo ascoltato Umberto Galimberti parlare della sua interpretazione della situazione.
Così ho contattato Riccardo Bettiga e Gabriella Scaduto, i curatori del libro, che avevano avuto un’idea simile e che hanno prontamente coinvolto Fabio Sbattella per la creazione della storia.
In seguito, Fabio ha ideato la storia studiandola attentamente con l’aiuto di altri esperti e coinvolgendo anche i bambini nell’ideazione di alcuni aspetti della fiaba e, successivamente io ho creato le illustrazioni.

I personaggi della favola

Qual è il tuo personaggio preferito della fiaba, e perché? Il mio personaggio preferito è Nano Gianni perché, mentre Fabio stava scrivendo la fiaba ha chiesto anche a me di intervistare mio figlio, che ha cinque anni, circa la sua visione del virus. Lui mi ha detto che il virus sarebbe stato sconfitto da un Brüt del Carnevale di Schignano e per questo Nano Gianni è vestito come un Brüt. La delicatezza di questa visione infantile e, al tempo stesso, la sua potenza mi hanno commossa.

«L’immaginazione è una risorsa flessibile e potente, un linguaggio semplice che può avere effetti straordinari». Questa frase, estratta dal testo presente subito dopo la fine della fiaba di Nano Gianni, trovo si adatti perfettamente sia al tuo modo di rendere le immagini, sia al valore di esse nel processo di assimilazione della realtà da parte dei bambini. Quando, secondo te, un illustratore riesce davvero in questo processo? Credo che ci riesca quando arriva al cuore dei bambini e questo avviene quando pensa e guarda il mondo con i loro occhi. Spesso i bambini si lasciano trasportare da libri per motivi incomprensibili secondo gli adulti. Questi spesso sono i libri più riusciti perché vanno al di là di ogni logica razionale e seguono i desideri del bambino interiore che ogni illustratore per l’infanzia coltiva dentro di sé.

Il regno di Madia

Quanto è importante la narrazione favolistica in un momento come quello attuale ed in che modo può aiutare i più piccoli a vivere e convivere con essa? Credo che le fiabe siano fondamentali nella vita dei bambini in generale e, in momenti drammatici come questo lo diventano ancora di più in quanto aiutano a simbolizzare, ad elaborare l’indicibile, quello che non può essere spiegato ad un bambino come un elenco di avvenimenti. L’utilizzo di una storia traslata nel tempo e nello spazio aiuta a narrare in modo delicato la potenza di quello che stiamo attraversando. Inoltre, la fiaba rievoca degli archetipi fondamentali che risuonano, a livello inconscio, in ogni bambino che la ascolta.

In che modo il tuo lavoro si lega con il racconto ‘in prima persona’ (da parte di genitori, parenti, insegnanti) della fiaba? Nel mio lavoro di illustrazione della fiaba ho cercato di seguire il testo inserendo anche dei dettagli paralleli che potessero servire da spunto per chi narrerà la storia ai bambini per soffermarsi sulle immagini. [Sara Sostini, ecoinformazioni]

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