“Agire”, participio presente di “guarire”

Il presente si afferma, per sua stessa definizione (che nella forma di participio implica movimento continuativo, lento ed inesorabile), schiacciando le rovine del passato. Ogni momento storico definito tale viene definito dall’impressione di una dinamica dialettica, il più delle volte per contrasto, sul tessuto pre-esistente.


La Storia si fa scegliendo di agire: che sia scompaginare le armonie cantando fuori dal coro o stando seduti e lasciando che la non-azione sia più forte di mille parole, comunque sempre di scelta di tratta.
Agire può implicare violenza (nelle parole, nei fatti), ribellione sostanziale, contrasti accesi e opposizione di forze.
Agire può implicare coesione, unità, fronte comune, resistenza.

Dopo il passato arriva il presente, e quando questo diventa passato il futuro arriva ad elaborare il processo dandogli una connotazione d’opinione (positiva o negativa che sia) per poi consegnarlo alla storia.
Nelle piazze d’America e nei borghi inglesi si abbattono statue e monumenti, nel mondo intero si ripensano e si cambiano nomi alle strade, nel tentativo di venire a patti con un passato colonialista, intriso di razzismo eurocentrico e tracotante: si agisce per cercare di far rimarginare quelle ferite, oramai gravide di ulcere e suppurazioni, cui non è mai stato permesso di guarire in maniera naturale. Si agisce spesso e volentieri in maniera violenta, usando la benzina al posto dell’acqua ossigenata per disinfettare le piaghe e renderle cicatrici che non dolgono più. Si agisce per superare il dolore, per ristabilirsi nella salute del corpo e nello spirito.

Le pratiche di damnatio memoriae ed iconoclastia affondano le proprie radici lontano, nei tumulti della Roma antica, poi imperiale ed infine bizantina: erano gli strumenti per affermare un nuovo potere, prima laico e poi religioso, per distaccarsi dal passato a colpi di punteruolo e martello e costruire nuovi, concreti presenti da poter venerare. Quei nomi graffiati via, quegli affreschi distrutti, quei manoscritti orfani di pagine sono anch’essi storia: nelle parti mancanti, negli omissis e nei graffiti oramai illeggibili ritroviamo manifestazioni programmatiche del nuovo che si andava affermando, interpretiamo i venti di cambiamento che soffiavano nel Mediterraneo, osserviamo il sincretismo con cui si venerano nuovi idoli al posto di quelli obsoleti, pagani.
Le due pratiche, comuni nel fine (distruttivo) non sono però generate dallo stesso contesto o esigenza, eppure entrambe risultano attuali: se la damnatio memoriae infatti consiste nella cancellazione del nome di una persona (prevalentemente di spicco politico, come quello di un imperatore) per eliminarne il ricordo, considerato negativo, dalla memoria collettiva, l’iconoclastia viene attuata per distruggere quelle immagini oggetto di culto, non attribuibile ad un manufatto. Le implicazioni generate dalle differenze intenzionali ed ideologiche delle due azioni, così come la loro attualità, meriteranno una ulteriore, diversa riflessione: in questo caso sono considerate testimoni di una volontà attiva (quindi “intenzionata ad agire”) di confronto/scontro con un passato ritenuto scomodo, contrario, ostile.

La voglia di cancellare per ricostruire passa attraverso i secoli, soffiando sulle braci della riforma luterana, nelle piazze bolsceviche, nei fasci di marmo abrasi con impellente sollievo da ponti ed edifici pubblici, nei pezzi del muro di Berlino che si staccano sotto i picconi di una Germania bisognosa di unità, nei nodi delle corde irachene che accompagnano la caduta delle statue di Saddam Hussein, arrivando come tempesta nelle strade di Minneapolis e Washington.
Si scalpellano via le effigi del suprematismo sudista e della tratta degli schiavi, si rovesciano le statue di Colombo, identificato come capostipite dei trucidatori di indigeni americani, in un furioso moto di rabbia, senso di rivalsa, voglia di uguaglianza che comporta il desiderio (legittimo) di lavar via lo sporco dei secoli, mondando il genere umano con detergenti che parlano di equiparazione e rivincita. Questo filtra nelle azioni politiche, nei programmi culturali e nella cultura popolare: lavare, sciacquare, sanificare, disinfettare con soluzioni a base di diritti, uguaglianza, pari opportunità.
Eppure, mentre una mano lava l’altra e tutte e due lavano il mondo, una domanda rimane incrostata sotto le unghie: cancellare il brutto vuol dire perderne anche un po’ la memoria? E perdere la memoria, condannarla, non comporta il rischio concreto che si ritorni a farsi male, non più consci del pericolo e delle sofferenze subite?
Se ai posteri spetterà l’ardua sentenza, a noi presenti spetta l’altrettanto arduo compito di registrare negli annali i cambiamenti, le metamorfosi in corso, prodigandoci nel fare in modo che le cicatrici che rimarranno sulla pelle millenaria del genere umano possano sì parlare del processo di guarigione, ma anche delle dolorose circostanze che le hanno provocate, ricordando il pericolo, per evitare che, complice un candeggiato oblio, torni a far male. [Sara Sostini, ecoinformazioni]

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