Centri sociali ed anarchia contro i crimini pandemici

Non solo Duomo. Milano, Sabato 20 Maggio, ha visto manifestazioni anche sotto il palazzo della regione e lungo via Padova.
In zona Gioia si è tenuto il presidio Vogliamo giustizia!, organizzato da centri sociali e brigate di solidarietà contro la malagestione lombarda della pandemia; da piazzale Loreto è invece partito il corteo anarchico Non vogliamo tornare alla normalità, contro la restaurazione dello stato sfruttatore, la polizia razzista e assassina e le morti in carcere.

Mentre sotto la cattedrale gotica i partecipanti ascoltavano gli interventi contro Gallera e Fontana, davanti alla sede della regione venivano elencate le atrocità politiche della terribile coppia, con annessi numeri relativi le morti e i contagiati che ne sono conseguiti.
Dopo che sulla strada è apparsa la scritta “Cacciamoli”, il presidio del palazzo di regione si è mosso in corteo per circondare l’edificio, simbolo della priorità di interessi economici e caccia ai consensi, di cui hanno fatto le spese milioni di persone.


Il presidente e l’assessore alla sanità della regione sono i volti di una politica di crisi fallimentare e che, passato il peggio, volta le spalle alle macerie economiche e sociali che ha creato. Personaggi con tali responsabilità non possono continuare a detenere il potere, e le loro colpe devono essere scontate almeno con le dimissioni.


È solo grazie ad entità volontarie come le brigate di solidarietà che la situazione non è collassata del tutto, ma l’azione spontanea di quartiere non può e non deve essere abbandonata a gestire la catastrofe economica che il covid ha generato.
La manifestazione, nonostante la concomitanza con la propria analoga “istituzionale” in Duomo, ha visto almeno duemila persone partecipare. Questo numero, in sé non enorme, è comunque un riconoscimento allo sforzo che le brigate solidali hanno prodotto e stanno producendo per aiutare tutte quelle persone abbandonate dallo stato in questi tempi bui.

Intanto, gli anarchici si sono mossi lungo via Padova.
La scelta del luogo non è casuale: sono tantissime infatti le persone di origine straniera che popolano questo corso e che non solo sono state lasciate a sé stesse in tempo di pandemia, ma spesso sono anche state costrette al lavoro, ad esempio come riders, rischiando la salute propria e dei propri cari.
Gli oltre cinquecento partecipanti hanno scandito i cori di repertorio che, sebbene molto espliciti in termini di violenza, centrano alcune questioni evidenti e problematiche di questo precario presente.

Ci sfruttano, ci sfrattano, ci danno polizia: è questa la loro democrazia!

Fuori tutti dalle galere! Nessuno dentro, solo macerie!

I morti in Lombardia gridano vendetta! Confindustria, che tu sia maledetta!

Quello che il mondo sta rischiando, secondo i manifestanti, è una restaurazione dello stato di cose precedente la pandemia: una realtà fatta cioè di sfruttamento dei più deboli, respingimenti in frontiera e abbandoni in mare, ma anche di devastazione della terra ed oppressione dei popoli.
La responsabilità della regione e degli interessi di enti come Confindustria sono evidenti per quanto riguarda la Lombardia, ma è il sistema globale che appare non funzionante e non garantista delle libertà fondamentali dell’individuo.
È contro questa prospettiva che i dimostranti sono scesi in strada, consapevoli che gli indizi dell’insostenibilità del sistema sono già evidenti e che non c’è più tempo per chiudere gli occhi di fronte ad essi.

Conclusesi le manifestazioni, quello che viene spontaneo chiedersi è il senso di una tripartizione di iniziative come quella di questo 20 giugno.
Si può capire il rifiuto delle istanze anarchiche, notoriamente poco apprezzate dalle sinistre moderate. Viene però da chiedersi cosa abbia impedito a due manifestazioni sostanzialmente uguali nei contenuti, quella dei centri sociali e quella più istituzionale, di confluire in un unico presidio-corteo.
Se si decide invece di ritenere le brigate di solidarietà più vicine alle frange estremiste che alle sigle associazioniste, di nuovo risultano poco chiare le ragioni della separazione.

Ciò che resta del sabato milanese, però, è la conferma della tensione politica che serpeggia in questo momento di ripresa-restaurazione.
Dopo gli oltre diecimila scesi in piazza in memoria di George Floyd, ancora una volta il capoluogo lombardo ha risposto presente, sebbene in forma non unitaria.
L’iniziativa in Duomo ha goduto della fama e del consenso di cui diffusamente godono i suoi promotori, gli anarchici hanno portato forse i contenuti di maggior prospettiva, mentre agli organizzatori del presidio in Gioia va riconosciuto il merito di saper ormai continuativamente attrarre partecipanti giovani e non sempre già politicamente schierati.
Finché l’azione non diventerà unitaria sembra difficile arrivare a un cambiamento concreto, ma sembra che a livello italiano sia Milano ad essere designata a diventare fortezza della lotta politica.

[Pietro Caresana, ecoinformazioni]

Vai all’articolo con foto e video della manifestazione del 20 giugno in Piazza Duomo a Milano.

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