Arte/ Black wave al Museo della seta

In tempi calamitosi come questi intitolare una mostra “Black wave” (onda nera) potrebbe evocare cattivi auspici: l’onda nera in questione, viceversa, è un’onda culturale (una vague non solo nouvelle, tanto per non limitarci alle assonanze anglofone), che non travolge, ma nutre e vivifica.

Fuori di metafora: l’onda si riferisce sia a un movimento culturale di “recupero” in chiave assolutamente attuale di elementi dell’africanità che cresce negli ultimi anni in area statunitense ma solo, ma anche – crediamo – agli effetti finali /l’“onda lunga”) di un’iniziativa didattica che ha avuto luogo al CIAS Formazione professionale di Como a partire da due corsi per acconciatori in cui sono stati coinvolti anche i giovani richiedenti protezione internazionale della Cooperativa Intesa Sociale.

In breve: da un progetto didattico si è inevitabilmente passati a un processo di contaminazione culturale e poi a un progetto di comunicazione, perché il percorso fatto – di grande ricchezza – non poteva limitarsi a coinvolgere “pochi” soggetti professionalmente interessati.

Quindi: il ritorno dello stile afro nella moda e nella cultura occidentale è stato il viatico di un «percorso antropologico di cultura della moda» (ma forse, più semplicemente, si potrebbe dire «di cultura» tout court), che ha coinvolto prima le acconciature, poi la moda e infine (ma non è detto che sia la “fine”) la cultura visiva.

Intorno a questo lungo percorso si sono ritrovate scuole (il CIAS, appunto, e il Setificio), una cooperativa (Cooperativa Intesa Sociale), docenti (Francesca Gamba, che della mostra è ispiratrice prima ancora che curatrice, e parecchie altre), studenti (nativi e migranti), un fotografo (Carlo Pozzoni, che ha incarnato il ruolo di comunicatore pubblico, visto che le sfilate previste non avevano potuto svolgersi per le inclementi condizioni meteo) e un museo (il Museo della Seta, sede dell’esposizione).

Così, oggi e fino al 30 dicembre, nella sede di via Castelnuovo, è possibile “scoprire”, in mezzo ai macchinari della filiera serica, un cospicuo gruppo di immagini che ritraggono le acconciature realizzate (ma anche gli abiti e, soprattutto, le persone): fotografie che sono “usate” per raccontare un progetto di cultura (gli scatti originali di Carlo Pozzoni, infatti, sono stati “post prodotti” da ragazzi e ragazze del Setificio) e per ispirare un possibile destino post globale della filiera tessile (l’allestimento distribuito nel Museo è quasi sempre efficace e convincente, e anzi anticipatore di possibili sintesi creative future).

Una “buona pratica” con “begli esiti” che merita una visione non superficiale.

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

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