Ines, la memoria di una vita

«Tanto tu torni sempre»: questa frase riferita alla Ines bambina di cui la mamma non si preoccupava delle ripetute scappatelle racconta una vita. Racconta, per tutti e tutte noi che l’abbiamo conosciuta, Ines Figini nel suo vissuto più vero. Scelta come titolo della sua bella intervista pubblicata nel 2012, la frase richiama ovviamente il suo ritorno dai lager, ma richiama anche immediatamente il suo modo leggero e intenso di raccontare, la sua istintiva capacità di “tornare sempre” al centro delle cose.

Abbiamo conosciuto per prima la Ines “pubblica”, la Ines che racconta la sua drammatica vicenda di deportata per aver partecipato agli scioperi contro la guerra e il fascismo del marzo 1944. In quella mattina del 6 marzo 1944, lei, giovane dipendente della grande Tintoria Comense (nasce il 15 luglio del 1922), di fronte alla repressione fascista, sente di non poter stare zitta, di non potere accettare che la violenza si abbatta solo sulle vittime già designate, esponenti di quella parte di società comasca che ha già maturata la consapevolezza della lotta contro il fascismo. E quindi “esce dal silenzio”, prende la parola e chiede che le conseguenze riguardino «o tutti o nessuno». Le conseguenze saranno ovvie: insieme ai “colpevoli” già designati ai lager in Germania verrà mandata anche lei.

Per quelle parole, per quel gesto, per quella ribellione, Ines è – per tutte e tutti noi – l’immagine più viva della Resistenza civile, della gente comune che, ancor prima di aver maturato una coscienza politica, decide di stare nella lotta contro il fascismo e il nazismo.

Ma non è giusto limitare una lunga vita come quella di Ines a solo quel gesto e a quella sofferenza di mesi, fino alla liberazione dopo la fine della guerra, ulteriormente procrastinata dalla malattia contratta nelle baracche.

C’è un altro frammento nel racconto della vita di Ines, che ho sentito raccontare da lei tante volte e che mi è rimasto particolarmente impresso.

Quando, al ritorno dal lager e dalla malattia, ancora debilitata da quel lungo periodo tragico, percorre a piedi la salita di via Tommaso Grossi per ritornare finalmente a casa, senza che ancora abbia avuto la possibilità di annunciarsi, Ines ricorda che alcuni passanti, vedendola, si chiedono a mezza voce “Ma è la Ines o non è la Ines?”.

Ecco, Ines a un certo punto ha voluto tornare a “essere la Ines”, e ci ha gratificato – dopo non pochi anni di silenzio – delle sue esperienze e dei suoi ricordi (magari qualcuno incerto, magari qualche altro teso a gratificarci più di quanto non meritassimo).

E, da lì, abbiamo imparato a conoscere anche la Ines privata, quella che abita nella case della Comense (la fabbrica che non ha mai abbandonato), quella che percorre instancabilmente, col suo zainetto, le strade della città (negli ultimi tempi, prima del ricovero, anche con le stampelle, per aiutarsi), la Ines che si ricorda di noi, e che – alla faccia dei tanti suoi anni – sa chiederti la cosa giusta.

Ines Figini con Rosalinda Zariati, Como, 25 aprile 2015

È anche questa la Ines che ricordiamo: è la stessa Ines che sa parlare ai ragazzi e alle ragazze, la stessa Ines che è presente tutti gli anni, finché ha potuto, al ricordo degli scioperi del marzo 1944, davanti a quella lapide su cui il suo nome per fortuna non c’è.

Crediamo però che il suo nome sia scritto, e non da oggi, sul «monumento» che il camerata Kesselring, e non solo lui, pretendeva – come ha scritto Piero Calamandrei – «da noi italiani».

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

Oltre ai video presentati nell’edizione odierna di Arci Como web TV, numerosi altri articoli e video dedicati a Ines Figini sono presenti nell’archivio di ecoinformazioni.

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