Riconversione ecologica e sociale insieme

L’intervento Oltre il cancello con ritmi più lenti, relazioni più profonde e più dolci di Celeste Grossi per l’Arci a Buon lavoro, bell’ambiente, l’incontro con Gianna Fracassi, organizzato dall’Arci con la Cgil per Como futuribile il 25 settembre allo Spazio Gloria.

“Oltre il cancello con ritmi più lenti, relazioni più profonde e più dolci
Più di 25 anni fa il mio amico Alex Langer, ambientalista consapevole dell’intreccio tra crisi biofisica del pianeta e disuguaglianze, economiche e sociali diceva: “Ci sono alcune verità assai semplici da considerare: nel mondo industrializzato si produce, si consuma e si inquina troppo, si spreca troppa energia non rinnovabile, si lasciano troppi rifiuti non riassorbili senza ferite dalla natura, ci si sposta, si costruisce e si distrugge troppo (…). Accettare oggi la positiva necessità di una contrazione di quel “troppo” e di una ragionevole e graduale decrescita, e rilanciare, di fronte alla gravissima crisi, un’idea positiva di austerità come stile di vita compatibile con un benessere durevole e sostenibile, sarà possibile solo a patto che essa venga vissuta non come diminuzione, bensì come arricchimento di vitalità e di autodeterminazione.” E ancora: “Perché ci sia un futuro ecologicamente compatibile è necessaria una conversione ecologica della produzione, dei consumi, dell’organizzazione sociale, del territorio e della vita quotidiana. Bisogna riscoprire e praticare dei limiti: rallentare (i ritmi di crescita e di sfruttamento), abbassare (i tassi di inquinamento, di produzione, di consumo), attenuare (la nostra pressione verso la biosfera, ogni forma di violenza)”.

In tante e tanti continuiamo a dire che il nostro paese e il nostro territorio non vogliono e non possono tornare come erano prima. È urgente e necessario attivarsi per trasformarli in meglio, sperimentare politiche ad alto tasso di innovazione sociale, ambientale, tecnologica.

Le pandemie hanno sempre forzato l’umanità a rompere con il passato e a immaginare un mondo nuovo. Anche Arundhaty Roy ci invita a farlo. “Siamo di fronte ad un cancello, un portale, un passaggio da un mondo a quello successivo. Possiamo scegliere di attraversarlo, trascinandoci le carcasse dei nostri pregiudizi e del nostro odio, la nostra avarizia, i nostri dati bancari e gli ideali ormai morti, i fiumi e i cieli inquinati. Oppure possiamo attraversarlo alleggeriti, pronti a immaginare un nuovo mondo. E a lottare per esso”.

Questo vale per un’associazione di promozione sociale, come l’Arci, che continua a lottare perché la pandemia inneschi una presa di coscienza di massa del cambio d’era in corso, e ancor di più per il sindacato che dovrà trovare un ruolo non difensivo, ma conflittuale e coraggiosamente creativo.
Con il Recovery Plan abbiamo l’occasione per discutere seriamente non solo di come proteggerci dal virus, ma anche di salute nei luoghi di lavoro, di insostenibilità dell’inquinamento e dello spreco. La discussione non deve rimanere nel Consiglio dei ministri, in Parlamento, negli Enti Locali, tra le forze politiche. È necessario il coinvolgimento delle realtà sociali – dai sindacati alle associazioni ambientaliste, passando per il nostro mondo, quello del terzo settore. L’Italia ha bisogno di una vera e propria opera di “ricostruzione”, un ripensamento complessivo del sistema economico e degli strumenti di welfare. Una “ricostruzione” che non può avvenire in assenza di dialogo. Perché senza l’apporto di donne e uomini in carne e ossa, cittadini attivi nelle organizzazioni e nelle associazioni di promozione sociale, c’è il serio rischio che il Recovery Plan possa trasformarsi in una collezione di progetti e di piccole azioni di potenziamento degli strumenti già in campo.
Un rilancio “tout court” dell’economia, nella presunzione che sia essa e non la vita “il” bene primario, non è in grado di restituire il tempo rubato alla cura di sé, degli altri, del pianeta. La pandemia ci ha fatto comprendere che quel tempo è indispensabile.
Una consistente riduzione dell’orario a parità di salario è una risposta di giustizia sociale, ma anche un modo per ridistribuire lavoro in una fase in cui a parità di produzione il lavoro necessario si riduce. Ed è anche una risposta alla crisi ambientale.
Sottrarre tempo al circuito produzione – consumo, metterebbe in gioco le nostre energie per programmare la completa decarbonizzazione dell’economia, ridisegnare la mobilità ad uso collettivo, favorire attività di cura di sé, delle persone care e dell’ambiente – della biodiversità, dell’acqua, del suolo, del cibo – e soprattutto di cura delle relazioni, anch’esse bene comune che va nutrito di tempo per favorire la partecipazione democratica.
È questo il momento di restituire tempo a fini sociali per ridurre la divaricazione odierna tra lavoro ed esistenza, tra economia e vita; di avviare politiche sociali e di welfare che facciano i conti con le emergenze presenti, non solo quella sanitaria, ma anche quella ambientale, sociale, economica; di praticare e sostenere relazioni più profonde e ritmi più lenti che non sprechino ulteriormente le risorse naturali, non sacrifichino il diritto alla cura di sé e del pianeta.

La riconversione ecologica dell’economia e la riconversione sociale camminano insieme e camminano sulle nostre gambe. E allora andiamo oltre il cancello con ritmi più lenti, relazioni più profonde e più dolci”. [Celeste Grossi, Arci-ecoinformazioni]

Leggi anche l’articolo di Sara Sostini sull’incontro Buon lavoro, bell’ambiente.

Guarda i video di tutti gli interventi a Buon lavoro, bell’ambiente.

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