4 novembre/ La guerra si perde sempre

Il 4 novembre 1918 fu sancita la fine della prima guerra mondiale, una guerra che ha causato 16 milioni di vittime in tutto il mondo tra cui 660.000 soldati italiani. Ad esse andrebbero aggiunti i milioni di morti causati in due anni dalla pandemia “spagnola”, diffusa soprattutto tra i soldati e da questi ai civili. Morti offuscati, nonostante l’entità del fenomeno dalla devastazione della guerra.

E dunque il 4 novembre è un giorno da ricordare, come anniversario della fine di una “orrenda carneficina”, del “suicidio dell’Europa civile”, dell’“inutile strage” (Papa Benedetto XV). È giusto ricordare i ragazzini mandati a morire e ad ammazzare.

Invece, in Italia continuiamo a celebrare le forze armate, anche i generali come Luigi Cadorna, comandante in capo dell’esercito italiano fino al novembre del 1917, uno dei maggiori responsabili della carneficina e di centinaia di fucilazioni di soldati che si erano rifiutati di partecipare ai massacri o che avevano disobbedito agli ordini criminali di chi li aveva mandati al macello. A Cadorna è intitolata una via in ogni città italiana, anche a Como. In quella via passiamo senza pensare che quell’uomo che celebriamo è lo stesso che si è reso responsabile di numerosi episodi di decimazione dei suoi stessi soldati. “… ricordo che non vi è altro mezzo idoneo a reprimere il reato collettivo che quello dell’immediata fucilazione dei maggiori responsabili e allorché l’accertamento personale dei responsabili non è possibile rimane il dovere e il diritto dei comandanti di estrarre a sorte tra gli indiziati alcuni militari e di punirli con la morte…”. Così Luigi Cadorna scrisse in un telegramma del 1 novembre 1916.

Il 4 novembre noi dell’Arci vogliamo piuttosto ricordare i giovani fucilati durante la prima guerra mondiale, tutte le vittime di quella e di tutte le guerre per restituire loro dignità e memoria, la riteniamo un’azione di giustizia riparativa. E ci sembrerebbe un atto di giustizia reintitolare via Cadorna a un soldato comasco condannato a morte per il suo coraggio di disobbedire. Oppure intitolarla a Gianni Rodari che continua a dirci che «Ci sono cose da fare ogni giorno: / lavarsi, studiare, giocare/ preparare la tavola, /a mezzogiorno. / Ci sono cose da fare di notte: /chiudere gli occhi, dormire, / avere sogni da sognare, / orecchie per sentire. / Ci sono cose da non fare mai, / né di giorno né di notte / né per mare né per terra: / per esempio, LA GUERRA». [Celeste Grossi, Arci, coordinatrice del Gruppo regionale Diritti umani, pace, disarmo, politiche internazionali]

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