Processo Veneto Fronte Skinheads/ Falsa partenza

Quando, il 28 novembre 2017, i fascisti di Veneto Fronte Skinheads si chiusero alle spalle la porta del Chiostrino Artificio, abbandonando il campo dopo aver interrotto una riunione di Como senza frontiere, fu chiaro a tutti noi che non si trattava di una “ragazzata” e, forse, nemmeno di una provocazione, ma di un atto politico di enorme gravità.

C’era in quell’atto tutta l’arroganza della destra, convinta di poter dettare a tutta la società e a tutta la politica la propria linea, rivolta – in particolare – a impedire che fosse praticata o anche solo sollecitata una qualsiasi giustizia (sociale, economica, ambientale): per questo il delirante foglietto distribuito e declamato nell’occasione si concludeva con lo slogan «basta invasione», da interpretare nel senso che fermare i migranti è la base per difendere la civiltà occidentale.

Da subito Como senza frontiere ha sottolineato la gravità politica di quell’atto, e non solo la sua violenza (per contrastare quest’ultima era bastato, fortunatamente, mantenere ben saldi i nervi e praticare la resistenza pacifica).

Prima ancora che nella successiva manifestazione nazionale del 9 dicembre, la risposta a questo atto di intimidazione più importante è consistita per noi nel moltiplicare gli sforzi per ottenere un deciso cambiamento non solo nelle modalità legislative e amministrative con cui si affronta il fenomeno delle migrazioni, ma anche nella cultura e nei comportamenti.

Viceversa, nelle istituzioni locali e nazionali, questa presa di coscienza è mancata, o è stata insufficiente: mancano ancora, a Como, i luoghi indispensabili per affrontare in modo civile i problemi di chi è considerato “straniero”, così come in Italia e in Europa manca ancora un quadro complessivo per sancire in modo irrevocabile i diritti di tutte le persone, migranti o native che siano.

Dopo tre anni, si è svolta questa mattina la prima udienza del processo contro i responsabili di quell’atto di “violenza privata aggravata in concorso” (tale è il reato contestato); ma si è trattato di una falsa partenza, poiché un difetto di notifica telematica del decreto di citazione ai legali degli imputati ha provocato un rinvio al 4 dicembre, quando probabilmente, dopo le verifiche del caso, si dovrà rinotificare il decreto di citazione regolarmente ai  tre legali degli imputati.

Resta il fatto che questo è un processo che non riguarda solo le tredici persone presenti quella sera, e che non riguarda nemmeno solo le organizzazioni (pur numerose) che fanno parte della rete di Como senza frontiere e che chiederanno di potersi costituire parte civile (Anpi, Arci, Cgil-Camera del Lavoro, Luminanda, Rifondazione comunista, Sinistra italiana hanno già dato incarico in questo senso all’avvocato che li rappresenta). È un processo che dovrebbe riguardare l’intera città (e addirittura, senza per questo darsi troppa importanza, l’intera società italiana), perché i diritti messi in discussione quella sera sono i diritti di tutti e tutte.

Il fatto che il Comune di Como, che pure è il proprietario dello stabile “invaso” dai fascisti, non abbia sentito (ancora) il bisogno di costituirsi parte civile, è molto grave e fa intravedere un atteggiamento di sostanziale ripiegamento nell’indifferenza e nell’acquiescenza verso i pericoli delle ideologie fasciste, vecchie o nuove che siano.

Certo, quella sera – per fortuna – di violenza fisica non ce n’è stata, ma non è vero che “non è successo niente”: l’offesa ai valori della democrazia e della Costituzione è stata grave. Riconoscerlo dovrebbe essere un impegno di tutti. [Fabio Cani, portavoce di Como senza frontiere]

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