Come sono uscito dall’inferno

Il martire mancato – come sono uscito dall’inferno del fanatismo e Ho rifiutato il paradiso per non uccidere sono testi scritti da Walimohammad Atai, nato in Afghanistan nel 1996 che da sempre si è occupato di diritti umani. Fuggito dalla sua terra in precoce età oggi è mediatore linguistico e studia scienze politiche presso l’Università di Pavia. Nella serata del 19 febbraio, all’Arci Mirabello, Wali, con il supporto della moglie Homaira, ci ha fatto assaporare la sua cultura con piatti tipici raccontando l’amarezza del suo vissuto e di quello che, ahimè, vivono molti altri e altre. Il tutto è stato realizzato grazie alle letture sceniche sonorizzate del trio Stream of.

Un’atroce testimonianza

«Il “viaggio” per l’Italia è stato molto difficile. Essendo stato difensore dei diritti umani da sempre, i talebani mi cercavano, volevano catturarmi e uccidermi e, grazie all’aiuto di mia nonna che insisteva a farmi scappare, finalmente una notte, travestito con i vestiti di mia sorella, sono fuggito.
Ricordo che pronunciava sempre queste parole: “vai via, qua la morte è certa per te, come hanno ucciso tuo padre uccideranno te”. Voleva che fuggissi dalla morte, perché lì la mia vita sarebbe tramontata con un semplice sparo.

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Un amico di mia nonna mi aiutò ad andare a Jalababad (capitale della mia provincia) e da lì mi portarono a Kabul poi a Herat, dove tentai molte volte di mettermi sotto a un camion per entrare illegalmente in Iran. Ciò era difficilissimo, perché ogni volta che il mezzo si avvicinava alla dogana vi era un controllo molto rigido, durante il quale mi trovavano sempre.

Avevo 14 anni e finalmente ero riuscito a entrare in Iran a Sefid Sang.
I trafficanti mi portarono a Tehran dove la polizia mi incarcerò per sette mesi, perché non sapevo parlare la loro lingua. Mi accusarono di essere una spia per gli americani, in quanto parlavo inglese (lingua che mi aveva insegnato mia nonna). L’avvocato in carcere mi disse di confessare di essere una spia, poiché lui avrebbe guadagnato molti soldi dallo stato. Mia nonna, invece, che riuscivo a sentire una volta a settimana, mi consigliò di non farlo altrimenti da lì non sarei mai uscito. Mi punirono duramente e dopo sette mesi capirono che non ero una spia e così mi liberarono.

Una volta assolto, mi sono trovato in strada a vendere del pane. Malgrado ciò non riuscivo ad avere soldi sufficienti per arrivare in Turchia, quindi ho contratto un debito con i trafficati per partire. Dopo essere arrivato in Turchia ho lavorato per i trafficanti in una fabbrica di magliette fino al momento in cui sono scappato con un altro ragazzo minore afghano. Arrivati al confine con la Grecia, trovammo il fiume Evros che collega i due stati. Lo attraversammo con il gommone e rischiai di morire affogato.

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Arrivati a Patrasso, molti camion in partenza per la bramata Europa “ci attendevano”. Tentai molte volte di aggrapparmi a un tir, anche se in realtà non avevamo la certezza di arrivare i n Italia, dato che alcuni camion potevano andare in Turchia. Dopo numerosi tentativi il momento così tanto atteso si presentò. Mi agganciai sotto a un tir e dopo 23 ore arrivai sfinito in territorio italiano e, quando l’autista si fermò in autostrada, scappai velocemente. La polizia, avvisata della mia presenza, mi prese, mi mise le manette e mi portò a Lecce dove successivamente fui portato in una comunità per minori. Lì è iniziato il mio percorso di studi che mi ha portato oggi a essere laureato in scienze della mediazione linguistica. Grande soddisfazione per mia nonna che mi ha sempre insegnato l’importanza dell’istruzione.»

Oggi in Afghanistan regna il regime terroristico dei talebani supportato e riportato al potere dai cosiddetti paesi “democratici e portatori della democrazia”. I talebani sono nemici dell’umanità, sono nemici della nuova generazione afghana, si concentrano esclusivamente sull’uccisione degli afghani nazionalisti, professori universitari, attivisti, medici. In questi mesi hanno formato un governo in cui le donne sono escluse ed emarginate dalla vita quotidiana e non possono contribuire in alcun modo allo sviluppo socio-economico del paese. Le università sono ancora chiuse e la nuova generazione viene invitata quotidianamente ad istruirsi presso le madrasa (scuole coraniche wahabite) e le università religiose gestite direttamente dai mullah che lavorano per i servizi segreti pakistani.

Sono tornate le esecuzioni capitali, i cadaveri esposti nelle piazze, le frustrate ai giornalisti, le intimidazioni a chi fino a ieri svolgeva un ruolo nella società afghana. Bisogna continuare a parlare dell’Afghanistan per tenere accesi i riflettori sul dramma che la sua popolazione soprattutto quella femminile sta vivendo.

Da metà agosto con il ritorno dei talebani voluto dai loro padroni per le donne sono tornate in vigore regole e punizioni assurde come il divieto di uscire di casa se non accompagnate da un tutore maschio, obbligo di indossare il burqa, ma soprattutto non hanno il diritto al lavoro né all’istruzione. Vengono picchiate e maltrattate, soffrono e pagano il prezzo più alto delle guerre per procura da decenni.

L’Afghanistan è considerato uno dei paesi peggiori in cui essere donna. [Somia El Hariry, ecoinformazioni]

Letture sceniche sonorizzate trio Stream Of
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