Nemmeno l’argomento della “difesa delle radici”, a ben vedere, ha senso. La gente che attraversa il confine quotidianamente – senza nemmeno pesare sul costoso sistema elvetico di welfare privato, che si trova al limite del collasso – capisce il dialetto dei ticinesi e parla, generalmente meglio dei ticinesi, l’italiano. Per lo più, vengono da scuole e da università, obbiettivamente, migliori di quelle ticinesi. Nessuno di loro propone di costruire moschee; non praticano la poligamia e le donne non portano il chador. E quanto alla “sicurezza”, nessuno può sospettare che nascondano altre armi se non i cacciaviti e le brugole. E poi, basta scorrere gli elenchi telefonici per capire che, anche se spesso se ne vergognano un po’, i nomi più ricorrenti sono gli stessi che si troverebbero negli elenchi delle province lombarde.
Certo, c’è un problema di dumping salariale, che pesa sui lavoratori svizzeri soprattutto da quando i costi delle case e della sanità hanno preso a correre. Ma questo, obbiettivamente, è un problema loro. Un problema di politica interna, e per usare una vecchia gloriosa espressione, di “giustizia sociale”. Ma questo è difficile da capire. Sì, perché, in Svizzera come altrove, il populismo ha potuto attecchire solo perché le classi dirigenti hanno saputo compiere il capolavoro di nascondere le cause reali della crisi nella crescita degli squilibri sociali occultandole, deviando la loro percezione verso il rancore nei confronti dell’”altro”, dell’ “invasore” (e della “politica”). Una brutta dinamica che anche i settori più avvertiti della società elvetica non sono riusciti a contenere, finendo anzi per svolgere il ruolo degli apprendisti stregoni e trovandosi ora a dover fronteggiare l’irritazione dell’Europa comunitaria e le possibili ritorsioni sul piano economico. Un autogol clamoroso per un Paese che dipende, nel suo interscambio commerciale, dall’area dell’Euro per il 60% e che ha potuto crescere solo grazie all’apporto continuo di manodopera straniera.
E’ probabile ora che le autorità politiche cerchino di attenuare l’impatto del referendum, così come è possibileche molti degli elettori, soddisfatti per la loro performance domenicale, si acconcino ad accettare un ridimensionamento delle sue conseguenze. Soprattutto perché è gente abituata a fare i conti con il portafogli. Resta però, soprattutto per una regione di confine come il Ticino, la ferita di un voto che ha, innegabilmente, il sapore di una presa di distanza di tipo antropologico. Non sono lontani, del resto, i tempi in cui la Lega dei ticinesi parlava dell’Italia come di “uno Stato fallito” e anche le ironie sulla possibile annessione della Lombardia non fanno ridere più di tanto. In contrasto con le loro tradizioni – vale la pena di sottolinearlo -, i ticinesi negli anni recenti hanno abbracciato una sorta di calvinismo dei poveri che pretende di dispensare lezioni e di classificare gli italiani sulla base di categorie morali. Rivendicando, per la verità, presunte “virtù” il cui fondamento appare piuttosto dubbio. Così, per esempio, hanno finito per autoassolversi, scaricando le colpe sule auto dei frontalieri, per un sistema della mobilità collassato a causa di scelte urbanistiche sconsiderate, come la proliferazione di zone commerciali nelle aree di confine e il sorgere disordinato di capannoni industriali. Senza avere mai saputo predisporre un sistema di trasporto pubblico al servizio di chi lavora in Ticino. Parallelamente alla hybris anti-italiana, si è fatta strada una sorta di omologazione nei confronti della Germania che però ignora le differenze esistenti. Perché i tedeschi, quelli della Mitbestimmung e del rigore finanziario, hanno costruito la loro forza sul lavoro, sulla tecnica, sulla manifattura, su solidi accordi con i lavoratori. Non sul drenaggio di capitali, puliti e meno puliti, da tutta Europa. In fondo, è proprio nella soggezione del mondo politico nei confronti delle banche, oltre che nel sistema consociativo delle istituzioni elvetiche, che si possono trovare le ragioni di questa deriva. Così come in una pratica sindacale debole e programmaticamente orientata verso “la pace sociale”. Quando invece anche per una società di mercato che non sia disposta a virare verso la xenofobia e a scaricare le sue tensioni all’esterno isolandosi dal mondo della globalizzazione, la realtà del conflitto, di una dialettica ordinata ma plurale, è un elemento vitale. [Emilio Russo per ecoinformazioni]
