
Molti storici come Giovanni De Luna e Paul Anthony Ginsborg, attenti alle vicende della repubblica italiana nata il 2 giugno 1946, ritengono che l’amnistia di quello stesso anno abbia infatti permesso ai fascisti «… non solo di uscire dal carcere, ma di occupare gli scranni di un parlamento ottenuto con il sangue dei partigiani» (pag.9): nel 1960 tutti i Questori e quasi tutti i Prefetti provenivano da carriere svolte all’interno del regime.
Le duecentotrentanove pagine edite da Milieu edizioni sono una storia di storie, sono il racconto di una vicenda locale, quella della 52ª brigata Garibaldi, che ha incontrato la grande storia quando il 27 aprile 1945 ventotto partigiani hanno fermato a Dongo la colonna di duecento nazisti che scortava Mussolini in fuga dall’Italia. Allo stesso tempo è un romanzo storico che narra le vicende di giovani partigiani che hanno creduto in un mondo più giusto, mettendosi in gioco, e che non si sono riconosciuti nel paese che stava muovendo i suoi primi passi. Resta ovviamente da considerare la difficoltà del ritorno alla “vita civile”, dopo anni di montagna, di scontri, di lotte, di vita dura, una fatica esistenziale che è stata studiata sui reduci della spedizione dei mille, sui soldati della prima guerra mondiale. Questi uomini e queste donne hanno fanno fatica a ritrovare un ruolo nella morsa tra riproduzione della vita quotidiana e ideali, ma anche facendo la tara della sindrome da stress, come viene chiamata dai medici, rimane il punto: il futuro che si stava costruendo non riconosceva il passato e una parte consistente d’Italia cominciava a considerare scomode le radici profonde di un “noi” collettivo che aveva lottato per la libertà.
Diversi ragionamenti usciti nel dibattito, sugli anni settanta, sulla lotta armata, sul rapimento Moro, sulla crescita delle lotte e sulla fase del riflusso del movimento, meriterebbero momenti di approfondimento per non cadere in letture troppo affrettate; d’altro canto le versioni ufficiali parlano di anni di piombo e una seria ricostruzione storica, oltre la memorialistica, è ancora rara.
L’autore racconta i suoi incontri con molti dei protagonisti delle vicende partigiane della resistenza lariana e ricorda la sua impressione che lo fece riflettere: quella di trovarsi di fronte a chi aveva vinto la guerra, ma che invece della gioia esprimeva l’amaro di una sconfitta ideale ed esistenziale. Il libro è bello, intenso, amaro, soprattutto quando tratteggia le figure di questi partigiani che si sentono, in fondo, traditi dalla storia.
In un mondo di ciechi non si riconosce il passato e non si vede il futuro, ma soltanto l’apparenza di un eterno presente. [Marco Lorenzini, ecoinformazioni]
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