In occasione della Lake Como Creativity Week, gli studenti di Sistema Moda e del Liceo Artistico del Setificio hanno realizzato abiti-scultura, accessori e collage che saranno esposti in vari spazi di Como dall’11 al 17 marzo.
«Siamo esposti come all’obbligazione morale determinata da vincoli legali e tecnici che ci invita ad occuparti dei rifiuti. La narrazione mediale ci incalza a maneggiarli, riciclarli e smaltirli. Tutte pratiche quotidiane che istituiscono un confronto tra noi e i rifiuti, un rapporto costante, una sorta di intimacy. Ma al tempo stesso c’è come un ricordo ancestrale che viene da epoche passate quando l’essere umano tendeva a separarsi dai rifiuti, a tenere i rifiuti ben separati dalla sfera della sua vita quotidiana attraverso pratiche di eliminazione e espulsione, a non vedere la periferia dal centro. Ma oggi il waste è incredibilmente visibile ed è anche parte del dibattito pubblico. Non può essere più nascosto, cancellato o rimosso dalla nostra quotidianità. E troppo spesso questi rifiuti si ammassano proprio in quelle periferie, sia in quelle delle metropoli che in quelle del sud globale, che sono come lo sfondo di disagio impercepito su cui si staglia il comfort percepito nei nostri centri. Le statistiche mondiali mostrano che i paesi che più detengono più ricchezza o che la accrescono rapidamente sono anche quelli che più inquinano. Non sorprende.
Il filosofo Michel Serres a proposito di Parigi – capitale di uno dei centri del mondo – osservava che immagini volgari, manifesti aggressivi, illuminazioni abbacinanti, nauseanti narrazioni pubblicitarie sommergono le periferie, mentre verso l’ovest residenziale della città regna la calma, c’è il verde e la pubblicità scompare. Chi abita nei quartieri eleganti, cioè i proprietari dei loghi e delle marche e i capi della comunicazione e del marketing, non deve e non vuole convivere con quelle aberrazioni che loro stessi hanno immesso nel pianeta e soprattutto nelle sue periferie. Non sono gas e fossili avvelenano Gaia, ma anche questi segni facili e infimi macchiano il paesaggio.
Molti artisti modernisti e postmodernisti, da Picasso a Conner, da Cornell a Oldenburg, da Tinguely a Matta-Clark, da Schwitters a Hirshhorn, attraverso le strategie del collage operano un répechage di materiali bassi, found objects spesso deteriorati e consumati, oggetti della cultura di massa, oggetti “periferici” che sfuggono allo sguardo distratto di chi è abituato a consumare e gettare via i rifiuti, oggetti marginali come quei margini del mondo che sono tali per l’indifferenza dei molti centri, il cui benessere è spesso correlato alla povertà delle periferie. Gli artisti recuperando la dimensione dimenticata, potenziale e perfino sensuale di quegli oggetti, investendo di passione e energia oggetti che appaiono abbandonati e banali e che diventano appassionati, offrono un modello per proporre e promuovere nuove epistemologie per convivere insieme in un mondo sempre più in bilico, in cui siamo tutti – sia al centro che in periferia, sia umani che nonumani – egualmente imbarcati.
Uno dei più grandi storici del Novecento, Fernand Braudel, ci ha spiegato come il capitalismo si sviluppi intorno a un centro e come attorno a questo si collochino delle aree intermedie e infine delle zone periferiche che nella mappa della divisione del lavoro che caratterizza l’economia-mondo si trovano in una posizione subordinata e dipendente.
Per una volta in questo progetto che recupera e riutilizza materiali di scarto o immagini di luoghi ai margini, la periferia è al centro». [Toni D’Angela]
I curatori sono Nicola di Virgilio e Roberta del Romano per la sezione di Moda. Giuseppe Vigliotti, Gabriele Massaro e Antonella Corbisiero per il Liceo artistico.
