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eQua 2026/ 8 maggio/ Reportage/ Disuguaglianze e anarco-capitalismo

Maso Notarianni, presidente di Arci Milano, accoglie e apre la quinta edizione 2026 di eQua, intitolata Click! Hackeriamo il capitalismo, presso la sala Kovac del Circolo Bellezza di Milano, a partire da una condivisione della storia di questo circolo, costruito tra la fine dell’800 dagli operari del quartiere milanese e destinato a ospitare le scuole dei figli. Divenuto sotto il fascismo casa del fascio, fu il secondo luogo liberato a Milano dalla Resistenza; poi sede del partito comunista che negli anni ’70 lo donò al Comune a patto che questo rimanesse uno spazio sociale. Infine affidato a Arci Milano. Nelle scorse edizioni si è ragionato sui mali del mondo, sui danni causati da un sistema elitario e capitalista e sulle disuguaglianze. Quest’anno si ragionerà su come superarle, sistema non più tollerabile, in quanto produttore di guerre e ricchezze smisurate nelle mani di pochissimi. Come espropriare queste ricchezze perché vengano ridistribuite?

A introduzione del primo panel, intitolato Disuguaglianze e anarco-capitalismo, Misha Maslennikov, Policy Advisor di Oxfam Italia, rivolge un invito ad avere consapevolezza della complessità che ci circonda, del fatto che viviamo in uno scenario mondiale caratterizzato da gravi tensioni. L’umanità si trova nella cosiddetta «policrisi», prendendo in prestito l’espressione coniata dal sociologo Edgar Morin, secondo cui la situazione globale odierna versa in uno stato di crisi multiple, queste di natura diversa, che, verificandosi simultaneamente e interagendo tra loro, amplificano l’impatto complessivo, pertanto superiore alle singole conseguenze. Gli impatti nefasti del cambiamento climatico, così come i passi indietro fatti a proposito della transizione ecologica, rivelano quanto sia pericolosa questa deriva. Le crisi pandemica ed energetica hanno investito il sistema economico, politico e sociale, acuendo i problemi sociali preesistenti, rivelando quanto scarsamente adeguate fossero le soluzione adottate in passato e consegnate al tempo presente. A qualunque dimensione si guardi, vediamo condizioni e modalità di cittadinanza svantaggiose, faglie sociali, dove vengono negate le possibilità di sviluppare le proprie possibilità e di convivere. Grave la normalizzazione delle disuguaglianze, considerate un fenomeno naturale e ineluttabile. Queste hanno prodotto un mutamento nella distribuzione di potere, e pertanto nella distribuzione economica: dalla finanzalizzazione dell’economia, la privatizzazione della sfera pubblica, l’istituzione di monopoli che indeboliscono il potere contrattuale dei lavoratori. Il potere pubblico si interessa sempre meno dei problemi che interessano i più poveri, dove l’accumulazione di ricchezza economica è spesso coincidente con coloro che detengono il potere politico e la proprietà dei social media. Vengono supportate narrazioni dove vengono allontanate alternative egualitarie in virtù dell’autoinganno meritocratico. La deriva autoritaria è anche italiana: dalla criminalizzazione del dissenso, alla corrosione del tessuto sociale a cui apparteniamo, in cui dovremmo riconoscere le prospettive altrui, nonché quella collettiva. Non meno importante il problema delle aree interne, dove il malcontento registrato non vede azioni di governo concrete che badino a soddisfare i bisogni di coloro che non gravitano nella cerchia già privilegiata dal sistema. Bisogna prevenire un’iniqua distribuzione di potere, adottando misure che rafforzino il capitale umano, così come la tutela della concorrenza e l’abbassamento delle barriere per l’accesso alla conoscenza. Una regolamentazione finanziaria a servizio delle economie reali. Politiche del lavoro che rafforzino la dimensione contrattuale lavorativa più debole, così come politiche pre-distributive. Uguaglianza va ottenuta nell’orbita del fisco, con misure per tassare i ricchi. Le torsioni liberali del nostro governo si ripercuotono sulla restrizione degli spazi civici e il silenziamento del dissenso. L’offerta politica dovrebbe essere invece quella capace di promuovere la dignità umana, valorizzare le conoscenze condivise e gli scenari per ridare speranze in un cambiamento possibile. Affinché non venga deluso il fermento di molti luoghi nel nostro paese.

Gli interventi, moderati da Massimo Cortesi, Presidente Arci Lombardia, hanno toccato molteplici temi. Stefano Arduini, direttore di Vita, ha illustrato l’obiettivo e la vocazione dell’organismo editoriale dove siedono 75 organizzazioni senza scopo di lucro, tra cui Arci. Queste ci aiutano a livello culturale sui territori a trattare il tema delle disuguaglianze. Dal punto di vista politico operano per avere un impatto reale, informando per cambiare. Convince del discorso intrapreso in apertura dei lavori della mattinata il fatto che la priorità venga data al ragionamento relativo le disuguaglianze e non tanto sulla povertà. La direzione è proprio questa: poter parlare di disuguaglianze al fine di creare una sensibilità comune, dove attualmente la politica non è in grado di intervenire. Questo per quanto detto da Misha, ovvero come nelle aree interne le istanze vengano raccolte ma mai soddisfatte. Dobbiamo sconfinare, facendo diventare importante tale tema perché entri a fare parte dell’agenda politica. Una sorta di critica viene mossa alla comunicazione esclusiva dell’edizione, per via del suo titolo a suo avviso escludente.

Emmanuel Conte, Assessore al Bilancio, Demanio e Piano straordinario Casa, ha raccontato come abbia iniziato il proprio mandato durante la pandemia, durante la quale il Covid è riuscita in una certa misura a hackerato il capitalismo, mandandolo in parte in cortocircuito. Spiega come nelle grandi città emergono prima le disuguaglianze, questo è anche il caso di Milano. Il lavoro necessario verte in direzione della costruzione di un meccanismo utile per intervenire e riequilibrare, realizzando un welfare nuovo con il quale trovare le risorse e nel quale tassare i ricchi. Il tasso di urbanizzazione è cresciuto in maniera esponenziale nelle grandi città, e il tema dell’abitare, l’accesso a una casa dignitosa, è ciò che più si iscrive nelle disuguaglianze.

A seguire è intervenuta Lella Brambilla, Arci Servizio Civile Lombardia, la quale si è rivolta ai ragazzi e alle ragazze del servizio civile, che ogni anno contribuiscono alla realizzazione di molti significati sociali, da loro acquisiti. Il dato di quest’anno è interessante, con sole 140 posizioni aperte in Lombardia, sono pervenute 325 candidature di cui 80 domande per l’estero, per il quale ci sono solo 10 posti. Il servizio civile è diventato un luogo di formazione importante secondo il quale giovani in attesa di decidere cosa fare della propria vita scelgono di dedicare un anno per gli altri, per dei contesti diversi dal quotidiano inteso come strettamente e canonicamente familiare. Nel mondo che osserviamo e viviamo, un tema imprescindibile è quello secondo cui la sicurezza e il benessere non debbano essere affrontati tramite l’uso e l’investimento nelle armi. Vi è il desiderio di fare questa esperienza, e tuttavia non si è sempre attrezzati, perché bisognosi di essere sostenuti in quanto portatori di grandi fragilità, paure, queste palpabili ogni singolo giorno. Si ha l’onere di formare i luoghi dove i giovani vengono accolti. Fondamentale è fare formazione con loro. Questo cambia il ruolo degli OLP in previsione dell’accoglienza di questi/e giovani. Dal Ministero arriva la richiesta di una formazione professionalizzante e tuttavia questo è un luogo che investe nell’esperienza di vita, più che nella formazione lavorativa in senso canonico, dei servizio civilisti. Il tema del post servizio è politico; si ha dunque il compito di dare prospettive e continuità.

Tiziana Scalco, Presidente Auser Lombardia, riprende quanto detto da Lella, in relazione alle molteplici fasce della popolazione a cui i giovani, grazie anche al servizio civile, rivolgono particolare attenzione. Parlare oggi di disuguaglianze vuol dire parlare di tenuta democratica, economica e di coesione sociale di un paese. L’invecchiamento demografico rivela che ci troviamo in un punto epocale, dove è necessario avviare un diverso tipo di dibattito e di osservazione, mentre la politica continua a non curarsi di questo dato. Auser e altre associazioni si occupano di trattare questo tema profondamente umano, quello del volontariato, per sostenere le fragilità della comunità: come stare dentro il sistema della fragilità creando il senso stesso della comunità. Una fetta di questa vive in solitudine e povertà; vi è poi una parte che investe nell’intergenerazionalità, investendo nello stare assieme e nella cultura condivisa. Nasce dunque un desiderio di stare con gli altri. Auser è un tassello di una grande rete che, nel tentativo di hackerare il capitalismo, veicola interessi collettivi anziché individuali. Il sistema deve poter cambiare rotta. Conclude che la reiterazione dell’esercizio di potere bellico e suprematista rivela quanto sia necessario tornare alla lotta femminista.

Vittorio Agnoletto, di Medicina Democratica, con esempi calzanti ha riportato a uno scenario globale. Nel 2010 un gruppo di medici ha condotto una ricerca, poi pubblicata, sulla differenza di attesa di vita per bambini nati nel quartiere più povero di Glasgow, e di quelli nati nel quartiere più ricco della medesima città. Tale differenza è di 28 anni. Altra ricerca, questa volta condotta da ATS a Milano, che si è concentrata su quale fosse l’elemento più difficile per l’accesso ai servizi sanitari, rivelando questo non fosse il reddito economico, ma il livello culturale. Questi sono i cosiddetti determinati sociali. Il sistema di cure dipende dal portafoglio e non risponde più al diritto universale sancito dall’Art. 3 della nostra Costituzione, al secondo comma. Stiamo assistendo esattamente all’opposto. Il primo indicatore è l’attesa di vita: la nostra è tra le più alte al mondo per via di un servizio sanitario tra i migliori al mondo. Se guardiamo invece a quanti siano i giorni di assenza di malattia degli over 65, ci rendiamo conto quanto si viva male, in quanto tante persone non riescono a curarsi. La condizione degli anziani che non riescono a curarsi si ripercuote sulla famiglia, sulle donne in particolare, le quali si fanno spesso carico della cura familiare. A livello globale la nostra salute è nelle mani di una decina di big pharma, ovvero in mani private. Quali le prospettive? è stata avanzata la proposta per un’azienda pubblica farmaceutica europea. Sarebbe sufficiente che l’UE fornisse fondi equiparabili a quelli forniti all’azienda europea spaziale. Se il privato fa profitti sulla nostra malattia, il pubblico lavora sulla nostra salute, e quando il sistema si rivela efficiente riesce a spendere meno e addirittura a guadagnare. Sarebbe necessario unificare le 21 regioni attorno a obiettivi comuni, parlando anche a chi non si occupa di sanità, per avere una piattaforma pronta per il prossimo futuro. Altrimenti tra 20 anni, noi avremo 2 tipi di popolazione: una numericamente limitata che tranquillamente supererà i 100 anni potendosi permettere le spese delle cure, e la gran parte che vivrà invece molto meno.

Come ultimo intervento, Valentina Cappelletti, della segreteria CGIL Lombardia, ha voluto evidenziare alcuni concetti chiave. Valentina condivide sia necessario combattere il catastrofismo, che è coerente con il concetto di ineluttabilità del peggioramento e della stasi, questa una condizione psicologica dalla quale dover uscire è difficile. Bisognerebbe porsi in una prospettiva diversa dall’evitare di cadere, investendo nella nostra agentività umana. Questo per un’organizzazione sindacale vuole dire ri-politicizzare il nostro lavoro, rimettersi nella prospettiva in cui organizzare i lavoratori e le lavoratrici costituisce l’esigenza, per rimettere nelle loro mani il potere di cambiare il posto in cui loro stessi operano e lavorano. Per fare questa cosa c’è bisogno di un’attenzione particolare, affinché si lavori alla restituzione di potere tramite 2 diversi modi. Uno è corporativo, l’altro anti-corporativo. Ciascuno di noi ha un potere che deriva dalla posizione nella quale lavora. Pertanto, è necessario assumere una prospettiva che preveda l’unificazione di posizioni di lavoro di chi ha più o meno potere. Nella condizione non-corporativa lavorare dal punto di vista sindacale è pertanto difficile. Urgente e necessario lavorare in chiave solidale. Cosa vuol dire ri-politicizzare? Pretendere delle cose dallo stato, dal pubblico. Il bisogno di restituire potere alla dimensione pubblica, contendendo il potere alla dimensione privatista. Il nemico della prospettiva pre-distributiva è la corporazione, mentre il limite della prospettiva distributiva è che le risorse siano date e immodificabili. Immaginare che il pubblico possa recuperare efficacia di intervento in una situazione di difficoltà, ereditate e nuove, a invarianza di risorse a disposizione è impossibile, in quanto queste devono aumentare. Dobbiamo occuparci dei ricchi, guardando alle disuguaglianze non solo verso il basso, ma verso l’alto. La produzione della ricchezza è aumentata, tuttavia non tassata, dove la pressione fiscale diminuisce. Perché questa è vista negativamente? Perché non può aumentare? La madre delle campagne distributive è quella fiscale. Vi è il già menzionato tema della casa: un sistema ora in cortocircuito in tante città italiane e specie della Lombardia. Si è pensato di poterlo risolvere affidandosi a soluzioni di welfare occupazionale, ma questa misura non gira adeguatamente perché vi è un meccanismo distorsivo terrificante all’origine. Se l’affitto della lavoratrice è intermediato dal suo datore di lavoro, quanto sarà disposta ad affidarsi al sindacato e a lottare per un miglioramento delle condizioni di lavoro, proprio di quel contesto lavorativo in mano a coloro che detengono il suo diritto all’abitare, coloro in potere di recidere i contratti di lavoro e di affitto in un solo colpo?

A chiusura di questo primo panel, Misha riprende gli interventi precedenti, sottolineando ancora una volta come sia molto importante rivolgersi alle disuguaglianze come tema reale e prioritario. Il titolo dell’edizione rivela come l’hackeraggio del capitalismo e dei suoi software sia un modo per scovare i meccanismi iniqui, affinché vengano aumentate le frizioni democratiche nel tentativo di scardinare tale sistema malato. I bisogni di spesa ovunque sono enormi, diffidiamo dunque di coloro che rivendicano scelte esclusive di riduzione della pressione fiscale. è necessario riequilibrare il prelievo, facendo pagare qualcuno di più, tassando i multimilionari.

Presto su ecoinformazioni i video degli interventi del primo panel della mattinata dell’8 maggio. [Giulia Rho, ecoinformazioni]

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