SemmSumud, la realtà lariana che promuove il “gemellaggio popolare” tra Como e Nablus – cercando di supplire all’inazione delle istituzioni che pure dovrebbero aver a cuore una relazione ufficialmente avviata quasi 30 anni fa -, condivide le notizie che ha raccolto dal territorio della Cisgiordania grazie al continuo dialogo con le associazioni palestinesi che intervengono in loco.
Ecco la sintesi delle informazioni che arrivano direttamente dalla Palestina, nei giorni delle elezioni israeliane, che si riflettono in un ulteriore peggioramento della situazione nei territori palestinesi.
Ritorniamo a parlare di Palestina, con l’urgenza di chi vuole si smetta di fingere di non vedere, non sapere e soprattutto tacere su quanto sta accadendo.
Siamo estremamente allarmatə e preoccupatə per l’escalation di violenza dei coloni e delle forze armate israeliane contro comunità e villaggi palestinesi, per l’inaccettabile numero di vittime civili e per le palesi e continue violazioni del diritto internazionale a cui assistiamo da molto tempo e negli ultimi giorni in particolare in tutta la Cisgiordania occupata.
L’effetto-elezioni in Israele sta aggravando la situazione di apartheid e pulizia etnica. Anche la raccolta delle olive e in generale i prodotti dei campi sono oggetto di continui attacchi da parte dei coloni israeliani, con l’appoggio dell’esercito israeliano. Molti volontari internazionali, presenti per provare a fare interposizione non violenta, sono stati pure oggetto di questi attacchi e cinque italiane sono state espulse dal governo israeliano, senza che il nostro governo abbia protestato o meglio imposto sanzioni.
Come gruppo di cittadini e cittadine comasche impegnate in quello che abbiamo definito “gemellaggio popolare” con la città di Nablus in Cisgiordania (ricordiamo, gemellata ufficialmente dal 1998 con il Comune di Como, ma senza che questo abbia mai prodotto esiti positivi per i palestinesi) vogliamo dare voce a quanto di viene comunicato dalle associazioni con cui siamo in contatto diretto e che sosteniamo:
«Venerdì 23 ottobre 2026, le forze israeliane hanno condotto un’incursione militare nella città di Nablus, facendo irruzione in quartieri residenziali e perquisendo le abitazioni, diversi giovani palestinesi sono stati arrestati durante le operazioni. I soldati hanno inoltre perquisito case e danneggiato proprietà private, mentre la presenza militare e gli scontri hanno ostacolato la circolazione in diverse zone della città.
La situazione a Hebron è peggiorata in modo significativo a partire da venerdì 23 ottobre, in seguito a un attacco avvenuto nei pressi di un posto di blocco militare e nel quale sono rimasti uccisi due soldati israeliani. Le forze israeliane hanno successivamente avviato un’operazione militare su larga scala in tutto il governatorato di Hebron, imponendo una chiusura totale della città e delle aree circostanti.
L’operazione militare a Hebron ha comportato anche lo sfollamento forzato di famiglie palestinesi e la demolizione di edifici residenziali e commerciali. Il 23 ottobre, le forze israeliane hanno demolito un edificio residenziale che ospitava tre appartamenti a Hebron e hanno distrutto altre strutture nell’area di Farsh al-Hawa, tra cui locali commerciali e parte di un complesso industriale. Il 24 ottobre, l’agenzia di stampa palestinese WAFA ha riferito che circa 1.500 palestinesi sono stati costretti ad abbandonare le proprie abitazioni nelle zone di Deir Bahha e al-Jalda, con minacce di ulteriori sfollamenti forzati. Si stima che oltre 200 famiglie siano state costrette a lasciare le proprie case. Le forze israeliane sono entrate anche in abitazioni situate in altri quartieri, costringendo i residenti ad allontanarsi e trasformando alcune case in postazioni militari.
Le restrizioni al movimento si sono intensificate anche in tutta la Cisgiordania. A Nablus e nelle aree circostanti, la chiusura dei posti di blocco e degli accessi a città e villaggi ha ostacolato gli spostamenti quotidiani e limitato l’accesso a scuole, università, strutture sanitarie e luoghi di lavoro. A Hebron, la chiusura totale ha ulteriormente isolato le zone residenziali e le comunità limitrofe. Tali restrizioni hanno esercitato un’ulteriore pressione sulle famiglie, hanno compromesso le attività commerciali, aumentato le difficoltà di trasporto e ritardato l’accesso a servizi essenziali. Tra le persone colpite da queste misure vi sono pazienti che necessitano di cure mediche, lavoratori, studenti e chiunque dipenda da spostamenti quotidiani.
Gli attacchi da parte dei coloni rappresentano un’ulteriore grave preoccupazione per le comunità palestinesi, in particolare nei villaggi attorno a Nablus e in altre zone della Cisgiordania. Le aggressioni contro abitazioni, veicoli e proprietà agricole minacciano la sicurezza dei civili e danneggiano i beni privati. Durante la stagione della raccolta delle olive, gli agricoltori incontrano inoltre difficoltà nell’accedere ai propri terreni e nel raccogliere i prodotti della loro terra. Tali episodi mettono a rischio i mezzi di sostentamento delle famiglie che dipendono dall’agricoltura e contribuiscono ad accrescere l’insicurezza economica nelle comunità rurali.
L’esposizione a operazioni militari, gli sfollamenti forzati e la distruzione delle abitazioni possono accrescere il disagio psicologico e minare il senso di sicurezza e stabilità delle famiglie. Donne, anziani, persone con disabilità e individui affetti da malattie croniche possono trovarsi ad affrontare ulteriori difficoltà quando l’accesso all’assistenza sanitaria, a un riparo e ad altri servizi essenziali viene limitato. Le famiglie sfollate, inoltre, si trovano a dover far fronte a bisogni immediati, quali alloggi sicuri, cibo, acqua, indumenti e altri beni di prima necessità.
Nel complesso, la situazione a Nablus, a Hebron e in tutta la Cisgiordania rimane imprevedibile. Le operazioni militari, gli sfollamenti forzati, le demolizioni, gli attacchi dei coloni e le restrizioni ai movimenti continuano a esercitare una pressione significativa sulle comunità palestinesi. Gli sviluppi a Hebron destano particolare preoccupazione date l’entità degli sfollamenti, la chiusura di intere aree e la distruzione di proprietà residenziali e commerciali. Il continuo monitoraggio degli eventi e l’accesso a informazioni attendibili sono essenziali mentre la situazione evolve e le sue conseguenze umanitarie continuano a incidere notevolmente sulla vita quotidiana dei palestinesi.»
Ribadiamo che questi episodi non vanno intesi come fatti isolati ma come tasselli di un più ampio progetto, preciso, deliberato e sistematico, ovvero della colonizzazione sionista dell’intera Cisgiordania: l’appropriazione da parte dello Stato di Israele della terra palestinese mediante una brutale occupazione militare, l’imposizione di un regime di apartheid, la pulizia etnica dei suoi abitanti, in spregio al diritto internazionale e con la complicità degli stati occidentali, che continuano a fare affari con la compravendita di armi e logistica a scopo bellico. Ricordiamo che l’ONU ha richiesto ad Israele lo smantellamento degli insediamenti illegali entro settembre 2025, ma l’espansione continua. Oxfam Italia ha promosso lo scorso 20 ottobre l’iniziativa “Dall’economia di occupazione all’economia di liberazione”, con una coalizione di oltre 20 organizzazioni promotrici della campagna “Stop al commercio con gli insediamenti illegali”, e relativa proposta di legge in discussione al Parlamento (vedi sito Oxfam Italia per sostenere con la tua firma).
Anche per questo saremo in piazza venerdì 30 ottobre a Como, in largo Miglio, dalle ore 17 contro le spese militari e il caro-vita, in appoggio allo sciopero internazionale dei lavoratori dei porti contro i traffici di armi e per rilanciare l’embargo totale contro lo stato di Israele. Palestina libera tuttȜ! [SemmSumud]

