
«L’unica certezza è il cambiamento. Poveri noi se non riusciamo ad arricchirci con il cambiamento; ogni persona viva ne è la testimonianza. L’amore giovanile è come un vulcano, alla mia età assomiglia solo ad una dolce abitudine…è cambiato l’amore? No, siamo cambiati noi stessi. […] Non lottiamo per noi stessi, ma per l’umanità. Come diceva Mandela, lottiamo per liberare i nostri figli, ma anche per liberare gli oppressori. […] Non mi piace la globalizzazione, come non mi piacciono le mie rughe, come non mi piacciono i miei capelli bianchi, ma nessuna delle tre si può discutere. Possiamo però educare le mani, perché le mani pensano». Solo alcuni estratti da un’intervista gestita in maniera discutibile, senza spazio per chiacchierare con il pubblico, senza troppa cognizione di causa (“Mugica, riguardo quel presidente statunitense che non ricordo che diceva che l’America Latina è il loro cortile di casa…”). Ma viene difficile dedicare più righe alla critica, non è il caso. Sono le sue analisi politiche, e le conseguenze che portano, a muovere i visi e a trasportare applausi più e meno consapevoli. L’ex guerrigliero del Movimiento de liberaciòn nacionàl tupamaros, con le ferite degli spari, di quasi tredici anni di carcere ferreo spianate dal suo sguardo meditativo, continua a rispondere a quel militare aguzzino che gli chiedeva sprezzante: «Ditemi, quanti di voi diventeranno ministri?». Lo fa serenamente, rivolgendosi all’aguzzino dei latinos tutti, alla vigilia delle elezioni che rendono più chiaro che mai il vero volto della cultura statunitense: «Gli imperatori cinesi costruirono, o meglio, mandarono a costruire la grande muraglia, l’opera colossale che ancora oggi si può osservare dallo spazio. Questo perché temevano le invasioni mongole. I Mongoli non furono arrestati da questo prodigio della tecnica, conquistarono l’impero cinese e imposero imperatori mongoli. Ma, alla fine, il popolo cinese li assorbi culturalmente. A cosa serviva la grande muraglia? Nel 2035 il primo paese per numero di parlanti spagnoli saranno gli Stati Uniti, con un’alta percentuale di afroamericani. Non siamo più il parco di casa, gli Stati Uniti avranno un’anima globale».
E a questo punto non si parla più di utopia, perché: «Ai nostri tempi le migrazioni erano un tango, la malinconia che ti lega alle terre abbandonate; ho ancora una pentola in casa portata dalla mia nonna italiana. Rispetto alla storia dell’umanità, rispetto ai miei tempi in cui non esistevano i grafici numerici, il flusso migratorio che sta vivendo l’Europa è una piccolezza! L’immigrazione è sempre una ricchezza per il paese ricevente, lo ha intuito quella signora un po’ conservatrice al capo della Germania, e sempre un dolore per chi lascia il proprio paese. Volete una soluzione? Un piano Marshall in Africa».
A questo punto si parla di filosofia per vivere dal basso, da riprendere parola per parola dai video degli incontri su internet, senza il mio filtro. Si parla di quanto puoi tagliare le ore di lavoro dei dipendenti pubblici, da presidente, ma di come in un mondo del consumo queste persone cercheranno lavori sostitutivi, per “produrre e consumare” di più. A questo punto si parla di pianificazione, si parla di utopia: «Un tempo fui guerrigliero. Quando dovevo riempire il mio zaino volevo metterci dentro di tutto, ma poi lo zaino pesava, e si deve sempre avere la possibilità di camminare». [Stefano Zanella, ecoinformazioni]
