
Una decente ecologia della discussione consiglierebbe una certa sobrietà non solo nei toni ma anche nella frequenza degli interventi. Tanto più che la rubrica degli argomenti – e delle emozioni – espressi dopo la conclusione della crisi di governo non sembra presentare vuoti così vistosi da richiedere integrazioni decisive.
C’è tuttavia un obbligo rimasto finora inevaso che sento – con tutta la modestia di cui sono capace – di assolvere: quello dei ringraziamenti ad alcuni dei protagonisti della svolta politica di questi giorni.
- Grazie anzitutto al milione e quattrocentomila elettori che, un anno e mezzo fa, decisero coraggiosamente di scegliere Leu, sfidando la retorica del “voto utile” e non curandosi dell’anatema verso gli “scissionisti”, con una decisione che scavalcava anche i limiti della proposta: una certa improvvisazione, l’evidente verticismo delle candidature, la divaricazione strategica sottaciuta tra le diverse componenti dell’alleanza elettorale. Si deve a loro se il proposito fondamentale di garantire la presenza in parlamento di una pattuglia di rappresentanti di una sinistra diversa dal Pd allora “renziano” si è potuto realizzare. E se oggi, dopo mesi di silenzi dei media, di ostracismi nel campo del centrosinistra e di accuse ingenerose di avere provocato la sconfitta del Pd, quella piccola forza, scampata di poco alle forche caudine del quorum, è diventata l’ago della bilancia e il baricentro politico della nuova maggioranza di governo. A dimostrazione del affatto che, in una democrazia parlamentare, il “voto utile” è per lo più un espediente propagandistico e che anche le forze minori possono svolgere un ruolo importante nella definizione degli equilibri parlamentari. Sbaglia chi sostiene che l’apporto dei parlamentari di Leu -e la scelta di attribuire al segretario di ArticoloUno un importante ministero nel nuovo governo- derivi unicamente dalla necessità di garantire a Conte i numeri in Senato. In realtà, escludere questa parte della sinistra dalla nuova combinazione di governo sarebbe stato del tutto insensato: è la stessa che per prima – molto prima dell’ascesa di Salvini – aveva indicato il pericolo di una rovinosa deriva di destra nel Paese e la corruzione dello spirito pubblico in atto, che aveva sollecitato un’iniziativa che evitasse la saldatura tra M5s e Lega mentre altri si trastullavano con i pop corn, che ha mantenuto un atteggiamento teso a distinguere tra le radici culturali e le posizioni dei due partner di governo, e che, in occasione della crisi, si è spesa per evitare le elezioni anticipate e ha indicato la strada che poi è stata effettivamente percorsa. Non per spirito polemico ma per amore della verità, se si avvolge il nastro degli ultimi diciotto mesi, ci si rende conto facilmente che, a tenere questa linea di condotta siamo stati i soli. Salvo, ovviamente, manifestare – dopo valanghe di insulti (“cialtroni”), difese acritiche di scelte insostenibili come unico argomento contro il governo, campagne per minacciare scissioni nel caso di un dialogo con il M5s (#senzadime, difficile dimenticare), cambiare radicalmente opinione, lodevolmente anche se, da parte di qualcuno, in modo piuttosto strumentale.
- Grazie alle donne e agli uomini che, negli ultimi mesi, sono “scesi in campo” per manifestare la loro opposizione al governo e le loro preoccupazioni per le pulsioni autoritarie di Salvini. Si è trattato di un fronte vasto, protagonista di una miriade di gesti di “resistenza civile”, dai sindacati al’ Anp, dall’Arci al movimento delle donne, nel quale – bisogna riconoscerlo- questa volta ha svolto un ruolo decisivo il mondo cattolico, da Famiglia Cristiana ad Avvenire, dalle Caritas diocesane a numerosi ordini religiosi, non escluse le monache di clausura. Poi ci sono stati i cittadini scesi in strada per contestare le “adunate oceaniche” salviniane in ogni piazza d’Italia. Guai a sottovalutare l’apporto della mobilitazione “dal basso”, che è stata invece decisiva per spezzare il clima plebiscitario che si andava diffondendo nel Paese, mostrando l’esistenza di un’area vasta di dissenso che ha contribuito a impedire l’identificazione tra il capo e il popolo, il centro di ogni populismo. Un contributo prezioso, indispensabile in una società come quella italiana in cui la diffusione del consenso spesso ha l’andamento di una valanga, segue i meccanismi del contagio, si sostanzia dell’idea che “se tutti gli altri la pensano così, allora anch’io…”. E invece, grazie ai movimenti, si è capito che “ non tutti…”, e la dinamica plebiscitaria, rafforzata da un uso arrogante del potere, ha subito un duro colpo. Grazie.
- Grazie ai gruppi parlamentari di Leu, diciamolo, alla loro tenuta e alla coerenza delle loro scelte. E grazie alle personalità e ai partiti che vi sono rappresentati. La crisi di governo ha prodotto ciò che mesi di discussioni, di contrasti e di frustrazioni (come quelle conseguenti al voto europeo e all’indebolimento organizzativo) non erano stati in grado di realizzare. La sinistra a sinistra del Pd si è assunta il merito – e ha mostrato il coraggio – di trasformare la resistenza, l’opposizione, in una proposta di alternativa. Si è lasciata alle spalle qualsiasi forma di settarismo, non si è sottratta alle proprie responsabilità, non solo per impedire un aggravamento della crisi democratica ma anche per essere parte di un coraggioso esperimento di governo. Certo, non siamo fuori dal tunnel e c’è ancora un sacco di strada da fare. Abbiamo capito, però, che dobbiamo partire da qui. [Emilio Russo]

