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30 anni di Meeting antirazzista

La trentesima edizione del Meeting internazionale antirazzista si è tenuta, come di consueto al Parco della Cecinella di Cecina Mare (Li). Il tradizionale appuntamento con il Mia, dedicato ai temi dell’antirazzismo promossa da Arcp Toscana, con il patrocinio e il contributo della Regione Toscana, del Comune di Cecina e del Cesvot si è svolto dal 10 all 13 settembre.

Le tante proposte contenute nel programma della manifestazione sono state concentrate intorno a tre pilastri fondamentali: formazione degli operatori, nuove generazioni e intercultura. 

Martedì 10 settembre

La manifestazione quest’anno ha compiuto trent’anni, ed è proprio sui 30 lunghi anni di vita del MIA che si è fatto il punto durante la prima serata di martedì 10 settembre. 

A raccontare mutamenti ed evoluzioni del MIA Mauro Bini, presidente ASC Bassa Val di Cecina, “inventore” del festival; Lia Burgalassi, Sindaca di Cecina; Pape Diaw, rappresentante della comunità senegalese; Claudio Marabotti, sindaco di Rosignano marittimo; Simone Ferretti, Presidente di ARCI Toscana; Sandra Scarpellini, sindaca di Castagneto Carducci e Presidente della Provincia di Livorno; Alessandro Masoni, Presidente ARCI di Cecina; Francesco Gazzetti, consigliere regionale per il PD; Lucia Valori, Assessora del comune di Cecina; Alfio Baldi, ex presidente ARCI Livorno e Filippo Miraglia, Responsabile tavolo asilo ARCI nazionale.

Interessante l’excursus storico di Mauro Bini e Pape Diaw che hanno riflettuto sull’importanza del territorio che ospita da 30 anni il festival, la regione Toscana, dove il dibattito sul tema dell’accoglienza è presente sin dagli anni ‘90 – il primo centro di accoglienza fu aperto a Rosignano nel 1987.

L’antenato del MIA altro non era che un incontro tra delegazioni di giovani provenienti da tutta Europa, che insieme agli ospiti senegalesi del centro si riunivano al campeggio Le Tamerici per combinare socialità, divertimento a una discussione seria su immigrazione, pace, sviluppo. Insomma, inter-agire, ovvero mettere in inter-azione diverse realtà, generando contaminazione di buone pratiche, che negli anni hanno lasciato il segno sul territorio e di cui oggi abbiamo bisogno, più che mai.

Le buone pratiche non bastano, servono finanziamenti, che una volta arrivavano dalla quasi totalità dei comuni della provincia di Livorno, insieme ad una reale disponibilità all’ascolto, ha ricordato Sandra Serpellini, mentre oggi la partecipazione si è rarefatta e i comuni preferiscono finanziare iniziative più “popolari”, aggiunge Lucia Valori.

Importante è dunque continuare a coltivare le buone esperienze – come quelle degli sportelli immigrazione – e partecipare a momenti di confronto continuando a rappresentare in modo chiaro la visione del mondo che contraddistingue il MIA e chi lo abita, riassunta essenzialmente in quell’anti-razzista.

A seguire, gli Assalti Frontali hanno portato sul palco il loro rap militante, a quasi 35 anni dal loro esordio.

“Andate nelle scuole, formate i collettivi

Organizzate la rivolta finchè siete vivi”

(Cattivi maestri, 2011)

Mercoledì 11 settembre

La seconda giornata di meeting si è aperta con due fondamentali incontri di formazione, la prima indirizzata principalmente ad operatori d’accoglienza sulla presa in carico integrata di minori stranieri non accompagnati e neomaggiorenni. La seconda, sull’approccio di genere nella cooperazione allo sviluppo.

Presentazione: Silvia Stilli, direttrice ARCS

Introduzione metodologica, indicatori, politiche e reti: Serena Fiorletta, vicepresidente AIDOS

Progettazione, approccio di genere e linee guida Arcs: Silvia Stilli

Casi studio e laboratorio: Celeste Grossi, coordinatrice Commissione Politiche di Genere Arci Nazionale e Francesca Santucci, Commissione Nazionale Politiche di Genere Arci.

Formazioni a parte, la seconda giornata del festival è stata interamente dedicata al Progetto ECG Generazione Cooperazione.

Durante la mattinata, si è tenuto l’incontro Il ruolo della comunicazione nell’azione umanitaria: i media e il punto di vista delle organizzazioni con Alice Pistolesi, giornalista dell’Atlante delle guerre e Martina Martelloni, Content producer per INTERSOS.

Alice Pistolesi ha introdotto la riflessione a partire dalla crescente sproporzione nei conflitti odierni tra vittime civili e vittime militari, che se alla fine della Prima Guerra Mondiale era di 1/10, nel 2024 è arrivata a 9/10.

Questi dati portano naturalmente al diritto internazionale che, in quanto consuetudinario, non può essere imposto agli Stati, che rimangono sovrani e si continuano a macchiare di terribili crimini di guerra: tortura e trattamenti inumani, stupri, attacchi alla popolazione civile su scuole, ospedali, deportazione e spostamento dei civili (Palestina), presa di ostaggi, impiego dei bambini soldato (molto diffusa in Congo, Repubblica Centrafricana, Nigeria), attacchi mirati alle sedi delle organizzazioni umanitarie. 

In un quadro drammatico come questo, in cui l’aiuto umanitario deve poter trapelare ovunque, sono ancora più gravi le costanti minacce alle agenzie umanitarie, alle prese in tutto il mondo con una carenza di finanziamenti – tagliati da 57 a 19 miliardi nel 2024 – proprio nel momento in cui i bisogni umanitari sono in fortissimo aumento.

Inoltre, con l’insorgere di nuove crisi (in Etiopia, Ucraina, Sudan, Gaza)  ha spiegato Martina Martelloni, di INTERSOS – ci sono stati enormi tagli agli aiuti umanitari in Paesi in crisi ormai da anni come lo Yemen, l’Afghanistan, la Nigeria. 

Paesi in cui invece è doveroso mantenere alta l’attenzione. Si pensi ai milioni di persone sfollate in Ciad dal Sudan, alle condizioni dei campi profughi in Congo (Campo di Goma), in Burkina Faso, nel Sahel più in generale, dove i cambiamenti climatici – in questo caso la desertificazione – generano guerre. Guerre che i media italiani quasi sempre riconducono, semplificando, a conflitti tra etnie e religioni diverse quando invece spesso trovato le loro prime cause in inondazioni, invasioni di insetti, che devastano territori e raccolti, provocano fughe e carestie in popolazioni già stremate e creano il consenso senza il quale le guerre non si fanno.

Come educare quindi i cittadini alla politica estera? Attraverso istruzione e informazione, contrastando le “bombe” di attenzione sui “conflitti del momento”. In sintesi, il compito principale dell’informazione è quello di tenere alta l’attenzione anche e soprattutto sui conflitti e le crisi dimenticate.

Nel pomeriggio il Forum è proseguito con il dibattito Chiamata alla pace: per una nuova economia della cooperazione internazionale.

La discussione ha preso il via dal contributo video realizzato e prodotto da Arci Toscane e Arci Livorno, che sarà presto pubblicato sui loro canali, con interviste a giovani consiglieri comunali di Livorno sul tema della cooperazione. Le parole chiave: rete, connessioni, tessuto locale, osservatorio, cabina di regia.

Dopo l’introduzione di Alessio Simoncini, Arci Livorno e Francesca Erbaggio, Arci Toscana è stata nuovamente Alice Pistolesi a introdurre il dibattito sulle spese militari, ancora una volta con dei dati significativi. 2443 miliardi di dollari: la spesa militare globale nel 2023, il 6,8% in più rispetto all’anno precedente;

17500 miliardi di dollari: la stima dell’impatto della violenza nel mondo;

34,1 miliardi di dollari: la spesa militare – scesa del 24% dal 2008 – destinata al mondo umanitario e alle missioni di peacekeeping, ovvero lo 0,1% della spesa militare è destinato a riparare i danni fa il restante 99,9%.

Venendo al nostro paese, l’Italia spende l’1,56% del PIL per la Difesa, ma in questo bilancio non si esaurisce l’investimento del governo, che spesso destina grosse somme di denaro dal Fondo per lo Sviluppo la Coesione per esempio alla protezione delle fonti fossili all’estero o alla realizzazione di nuovi fasi militari, o all’annunciato Piano Mattei – aggiunge Barbara Bonciani, sociologa e docente dell’Università di Pisa – la cui governance fa intuire che si tratti di un piano con interessi propri, volto a favorire la cooperazione energetica nel fossile più che quella allo sviluppo.

Diminuisce quindi l’aiuto pubblico allo sviluppo. In un fronte geopolitico in cui aumentano conflitti, disuguaglianze economiche e sociali, esternalizzazione delle frontiere e negazione dei processi migratori, per invertire la rotta non bastano nuovi investimenti ma serve riattivare il valore sociale della cooperazione 

Serve quindi investire nel potenziamento della pace ovvero lavorare preventivamente sui rischi, sui nuovi conflitti e soprattutto serve una maggiore chiarezza sull’utilizzo dei fondi pubblici.

Nella seconda parte il dibattito si è concentrato sulla Regione Toscana, che, come ha ricordato Alessandro Bechini, vicesindaco di Cecina, definanzia ormai quasi totalmente la cooperazione territoriale (ex cooperazione decentrata). Anzichè nella cooperazione tra gli enti la Regione dovrebbe investire nella comunicazione tra i territori, dove si trovano realmente gli elementi di sviluppo sociale ed economico e mettere di nuovo al centro i partenariati che avevano la forza di saper mettere in relazione le comunità – si ricorda il Progetto SINE che coinvolgeva 40 comuni toscani con Bosnia, Serbia, Croazia – partendo dall’ascolto delle stesse realtà in cui si va ad operare.

Fondamentale l’intervento di Aurora Trotta, consigliera comunale di opposizione a Livorno, che ha riportato la discussione ad un nodo fondamentale: non si può parlare di cooperazione senza parlare dei conflitti in corso – tra tutti il genocidio del popolo palestinese – e non si può parare di sistema di sviluppo diseguale senza parlare del modello di sviluppo in atto, che è volutamente eurocentrico. Non ci sarebbe bisogno di progetti di cooperazione internazionale se non ci fosse un rapporto predatorio dominante tra l’Europa e il cd. Sud Globale. 

A chiudere il ricco e acceso pomeriggio di confronto è stata infine Sara Nocentini, Resp. segreteria dell’Assessorato alle politiche sociali della Regione Toscana, che ha riportato al centro l’importanza di ricostruire una cittadinanza globale, in via collaborativa dove possibile e in via conflittuale dove non lo è. Per farlo la Regione deve tornare ad essere ente di programmazione di politiche, collaborare attivamente con istituzioni ed enti del terzo settore, valorizzando quel patrimonio culturale di partecipazione popolare, ecologismo, tutela dei beni comuni, pacifismo, altermondialismo che si respirava negli anni 2000 e di cui vanno raccolti i frammenti, per ricostruire un nuovo orizzonte politico. 

Dopo aver degustato gli ottimi vini del vignaiolo Francois Desirè Bazie (in Candia Bio), la serata della seconda giornata di meeting è stata animata dai Jingo Biloba, gruppo nato all’inizio del 2023 a Pistoia dall’unione di otto musicisti provenienti da band e stili musicali diversi che portano sul palco un afro-rock ricco di contaminazioni provenienti dalla musica tradizionale di diverse parti del mondo, dalla cumbia, samba al desert blues.

Giovedì 12 settembre

La terza giornata si è aperta con il talk “Voci dal Libano”, insieme a Marco Pagli, ARCI Empoli, Chiara Salvadori, ARCI Empoli e Carla Cocilova, ARCI Toscana.

L’introduzione di Gianluca Mengozzi, Arci Toscana, è stata utile a inquadrare il contesto di riferimento.

Arci Toscana è attiva in Libano sin da metà degli anni ‘90, grazie al progetto visionario di Ambra Morresi e Renzo Maffei che crearono una piattaforma di riferimento individuando il loro partner in una fondazione maronita libanese che si rivolgeva a persone non cristiane in un’area di scontro tra maggioranza sunnita e minoranza alawita.

Il progetto venne finanziato e premiato come il “progetto sociale dell’Italia più importante in Medio-Oriente”, ed è  ancora considerato un modello di come fare cooperazione allo sviluppo.

Il Libano è un Paese denso di contraddizioni – ha contestualizzato Carla Cocilova, Arci Toscana – fatto di scenari e realtà radicalmente diverse che convivono e sanno rigenerarsi continuamente. Distrutto e fortemente diviso dalla guerra civile del 2001, soffre di un’instabilità politica costante: il sistema confessionale che divide gli incarichi governativi risale al 1982, senza che ci siano stati nuovi censimenti, e il potere sociale rimane nelle mani di grandi famiglie e clan.

I progetti di ARCI si concentrarono nell’area sud di Beirut, distrutta da Israele durante l’attacco del 2006, e effettuarono un vero e proprio studio sulle politiche giovanili per capire quali azioni fossero più adeguate per l3 ragazz3 del quartiere. Questo portò alla creazione di 5 uffici municipali per le politiche giovanili – 3 dei quali ancora funzionanti – che furono riconosciuti ufficialmente dal Ministero delle politiche sociali.

Venendo al presente, negli ultimi anni è sempre più frequente la nascita di movimenti giovanili che rifiutano il settarismo tra entità religiose e provano a creare alternative: Anti-racist movement; You Stink, progetto ambientalista sulla gestione dei rifiuti; il movimento di mutuo aiuto per ricostruire il quartiere del porto a seguito dell’esplosione del 2020. Si stanno registrando quindi nuove richieste, che non vengono però accolte dal potere, sempre uguale a se stesso.

Attualmente, alla drammatica crisi economica – che ha portato un’inflazione del 200% – si somma l’instabilità geopolitica dell’area intera.

L’ultima missione, a marzo del 2024, si è svolta proprio nei campi profughi palestinesi in Libano. Grazie all’associazione Beit Atfal Assumoud, è stato possibile visitare i campi profughi di Shatila, Beddawi e Nahr el Bared e ascoltare le testimonianze dirette di chi ogni giorno lavora per i diritti del popolo palestinese.

Profughi Senza Ritorno – viaggio nei campi palestinesi in Libano

Il progetto è stato realizzato nel 2021 – e ripresentato nel 2023 – da ARCI Empolese Valdelsa in collaborazione con Beit Atfal Assumoud per formare le donne palestinesi nell’arte del ricamo tradizionale palestinese. In un contesto in cui i 700/800 mila rifugiati palestinesi – di cui solo 300 mila iscritti alle liste dell’UNRWA – non hanno spesso la possibilità di accedere al sistema sanitario, scolastico e a moltissime posizioni lavorative, gli obiettivi del progetto sono duplici: economici, di dare una prospettiva di autonomia, e politici, di preservazione di quei tratti culturali tradizionali fondamentali per il riconoscimento del popolo palestinese – come il ricamo e la cucina – di cui Israele da decenni si sta appropriando.

I progetti nei campi profughi palestinesi, resi possibili – aggiunge e conclude Chiara Salvatori, ARCI Empoli – a partire da un piccolo comitato provinciale e grazie al lavoro costruito da ARCI Toscana negli anni, oltre a valorizzare il ruolo della donna all’interno del sistema familiare, creano sensibilizzazione sul tema dei rifugiati più in generale, consentendo parallelismi e scambio di pratiche.

Si è continuato a parlare di Medio-Oriente durante la terza giornata del MIA, con un dialogo sul libro “Palestina-Israele, parole di donne”, insieme a Celeste Grossi, ARCI nazionale, Carla Cocilova, ARCI Toscana e Isabella Peretti, curatrice della collana sessismo e razzismo delle Edizioni Futura

In un contesto profondamente disumano, e rappresentato dai media mainstream con ulteriore disumanizzazione del popolo palestinese, questo testo vuole vuole riportare umanità, utilizzando la voce delle donne, che in Medio Oriente come in tutto il mondo sono motore di trasformazione. Sono quindi le donne – palestinesi, israeliane e italiane – a raccontare la guerra, il genocidio, il colonialismo e la dissidenza in Israele, la lotta in Palestina e l’unità oggi quasi impossibile tra i due popoli e tradurre in concreto parole complesse come giustizia e solidarietà.

La presentazione di questo libro si inserisce a pieno nella campagna ARCI sulla Palestina 

Perché una pace giusta è possibile solo a partire da una trasformazione culturale, in Palestina, in Libano, in Yemen, come in tutto il mondo.

[Camilla Pizzi, ecoinformazioni]

Sul canale Youtube di ecoinformazioni video di altri panel e su fhoto di ecoinformazioni foto dell’iniziativa.

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