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Walter Massa/ Costruire un potere di Pace

Walter Massa ha aperto a Bologna il 3 luglio il Consiglio nazionale dell’Arci che segna l’avvio del Congresso nazionale. Il presidente ha chiarito l’intento rivoluzionario di cambiare l’Arci non perché non funziona, ma perché è cambiato il mondo. Farlo partendo da Ingrao e con la determinazione dsii essere movimento fondandosi sul mutualismo è la scelta più moderna contro il capitalismo e realizzerà difendendo lo spazio civico di cui l’Arci deve continuare a essere una delle case. Anticipiamo il testo (non rivisto) dell’applauditissima relazione introduttiva.

Relazione di Walter Massa

BOZZA NON CORRETTA

«È un obiettivo ambiziosissimo quello che dovete darvi: costruire un potere di pace. Nessuno c’è finora riuscito: il potere è sempre armato, è sempre stato in guerra. Noi abbiamo perso, nel volerlo costruire. Imparate da noi, dalle nostre sconfitte. Voi potete farcela.» Pietro Ingrao

Care compagne e cari compagni, ho pensato molto a queste parole nelle ultime settimane.

Dopo una lunga e, come sempre, bellissima chiacchierata con Luciana, mi sono convinto che il pensiero lungo di Pietro Ingrao diventi in questa fase quasi necessario per accompagnare il nostro percorso congressuale. Non per nostalgia. Ma perché quelle parole ci consegnano una domanda che riguarda direttamente anche noi.

Che cosa significa oggi costruire un potere di pace in un tempo di guerra?

Perdonate se parto da qui e questa relazione non avrà precisamente i canoni della relazione a cui siamo abituati, ossia partire dal mondo per arrivare ai marciapiedi del quartiere. Ma vuole essere una relazione che accompagna, sostiene ed è coerente con l’ottimo lavoro fatto a mio giudizio nella costruzione della proposta di documento congressuale che sottoponiamo oggi a questo Consiglio.

Che cosa significa oggi costruire un potere di pace in un tempo di guerra?

Dicevo, è una domanda che non possiamo eludere.

Perché questo Congresso non si apre in un tempo ordinario.

E credo che il primo dovere che abbiamo sia provare a nominare con precisione il tempo che stiamo vivendo.

Confesso un’inquietudine che mi accompagna da tempo: la paura di continuare a leggere il presente con categorie che appartengono al passato. Perché quando sbagli l’analisi, finisci inevitabilmente per sbagliare anche le risposte. È successo molte volte nella storia. Non possiamo permetterci che accada ancora.

Per anni abbiamo raccontato il nostro tempo come una successione di crisi. La crisi economica.

La crisi climatica.

La crisi della politica.

La crisi della democrazia.

La crisi del lavoro. Un lavoro non solo più povero ma anche più precario, più solitario, più difficile da organizzare collettivamente.

La crisi del multilateralismo. La crisi della sinistra.

Come se fossimo di fronte a una serie di emergenze destinate, prima o poi, a essere superate singolarmente.

Oggi penso che questa lettura non sia più attuale.

Noi non stiamo vivendo una fase di crisi, costituita da tante crisi diverse.

Stiamo vivendo un cambio d’epoca.

Un cambiamento profondo nel quale guerre, disuguaglianze, rivoluzione tecnologica, crisi climatica, impoverimento della democrazia e trasformazioni del lavoro non sono fenomeni separati. Si alimentano a vicenda e stanno ridisegnando il modo in cui si organizza il mondo.

E quando cambia un’epoca non basta amministrare meglio ciò che esiste. Non serve chiudere porte e finestre e barricarsi in casa.

Bisogna avere il coraggio di ripensare il proprio ruolo. E, quando serve, cambiare anche schema di gioco.

È per questo che il Consiglio nazionale di oggi non rappresenta un semplice e normale passaggio.

Non apre soltanto il percorso congressuale dell’Arci.

Ci chiede di decidere quale funzione affidare alla nostra associazione nei prossimi anni nel contesto nuovo in cui ci troviamo.

Arriviamo a questo appuntamento dopo quasi quattro anni intensi.

Anni attraversati dalla guerra, dalla stagnazione, dalla crisi energetica, dalle difficoltà del Terzo Settore, da trasformazioni profonde della società italiana e internazionale.

Ne arriviamo da 5 anni di governo di destra. Sono stati anni faticosi.

Ma anche anni che hanno messo in moto un processo di cambiamento dell’Arci.

Anni che ci hanno reso più consapevoli del nostro ruolo e, credo, anche più maturi; più militanti e anche più responsabili. Sempre inquieti.

Per questo non apriamo il XIX Congresso soltanto per eleggere nuovi organismi dirigenti, aggiornare il nostro Statuto o discutere un documento politico.

Lo apriamo per provare a rispondere, ancora una volta, a una domanda semplice solo in apparenza.

Perché oggi serve l’Arci?

Qual è la funzione di una grande associazione popolare nel tempo della guerra, delle disuguaglianze, della crisi climatica, del riarmo, della rivoluzione tecnologica, della solitudine e della crescente sfiducia nella democrazia?

Vorrei che fosse questa fosse la prima domanda ad accompagnare questo percorso congressuale.

Con una attenzione: l’Arci non discute di sé stessa per autoreferenzialità. Discute di sé stessa perché vuole capire come essere più utile al Paese.

E dunque da qui che vorrei partire. Non dall’Arci, ma dal mondo.

Perché c’è un elemento che attraversa quasi tutto quello che sta accadendo.

La guerra è tornata.

Non soltanto come conFlitto armato. È tornata come categoria politica.

Come linguaggio.

Come criterio con cui gli Stati ridefiniscono le proprie priorità.

L’Ucraina continua a essere devastata da una guerra che sembra aver smarrito qualsiasi prospettiva diplomatica.

E lo dico con sincerità: a un certo punto abbiamo sbagliato anche noi quando abbiamo smesso di raccontare fino in fondo il dolore del popolo ucraino, quasi che quella sofferenza fosse diventata ordinaria. Cosı̀ come abbiamo fatto fatica a dare voce a chi, dentro la Russia, quella guerra ha avuto il coraggio di contestarla.

In Palestina, a Gaza e in Cisgiordania, assistiamo invece a un genocidio che mette in discussione non soltanto il diritto internazionale, ma la credibilità stessa dell’Europa e dell’Occidente quando parlano di diritti umani e legalità.

A Cuba continua una guerra meno visibile ma non meno feroce: quella di un embargo che da oltre sessant’anni colpisce un intero popolo e che oggi contribuisce a una gravissima crisi umanitaria e un nuovo, possibile, genocidio.

Nel Mediterraneo continuano a morire donne, uomini e bambini che cercano salvezza.

E qui voglio ringraziare ARCS, che continua a portare solidarietà nei luoghi più difFicili del mondo, il Libano e Cuba su tutti, e le centinaia di volontarie e volontari del progetto TOM, che ogni giorno scelgono di salvare vite umane mentre altri finanziano motovedette incaricate di respingerle. Motovedette italiane, sia chiaro.

A tutto questo si aggiunge una crisi climatica che non è più soltanto una questione ambientale.

Ridisegna gli equilibri economici, alimenta nuove disuguaglianze, produce migrazioni forzate, rende più instabili intere aree del pianeta. E qui mi domando con soddisfazione quanto sia stato importante attivare un gruppo di lavoro sulle vertenze ambientali? Sulle CER? E dunque grazie a chi ci ha lavorato.

E anche qui dobbiamo avere l’umiltà di riconoscere che serve rilanciare un pensiero e una pratica dell’Arci più forti e più convincenti.

Tutto questo ci dice una cosa.

Il problema non è soltanto che nel mondo ci siano più guerre.

Il problema è che la guerra è tornata a organizzare il presente.

Organizza gli investimenti. Organizza le priorità economiche. Organizza la ricerca.

Organizza il linguaggio della politica.

Organizza perfino il modo in cui immaginiamo il futuro.

E torna a far nascere forze reazionarie, pericolose da non sottovalutare mai.

Ed è per questo che il nostro Congresso non può essere un Congresso ordinario. Perché non siamo chiamati semplicemente a discutere del nostro futuro.

Siamo chiamati a capire quale contributo possa offrire una grande associazione popolare alla ricostruzione di una società più giusta, più democratica e più capace di costruire pace.

Anche cambiando noi stessi, se necessario.

Ed è questa consapevolezza che vorrei affidare al nostro Congresso.

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Compagne e compagni,

se questo è il tempo che abbiamo davanti, allora dobbiamo porci una seconda domanda.

Come siamo arrivati fin qui?

Sarebbe troppo semplice rispondere dicendo: per colpa delle destre. Le destre ci sono.

Sono forti.

Sono pericolose.

In molti casi hanno dimostrato di essere il volto politico di un capitalismo sempre più aggressivo, autoritario, diseguale e guerrafondaio.

Ma fermarsi qui sarebbe un errore.

Perché le destre non sono la causa di questa fase.

Sono anche il prodotto di trasformazioni più profonde. Ed è proprio questo che dovrebbe preoccuparci.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a qualcosa che va oltre il semplice spostamento degli equilibri politici.

È cambiato il modo in cui le persone guardano il mondo.

La paura è diventata uno dei principali strumenti di governo delle nostre società. La paura della guerra.

La paura di perdere il lavoro.

La paura di non riuscire a curarsi. La paura del futuro.

La paura di chi arriva da lontano. La paura perfino del vicino.

Quando la paura diventa il sentimento dominante, cambia inevitabilmente anche la politica. La sicurezza prende il posto della libertà.

Il controllo sembra più rassicurante della partecipazione. L’autorità appare più efFicace della democrazia.

Ed è dentro questo cambiamento culturale che cresce il consenso delle nuove destre. Non perché abbiano trovato le risposte ai problemi del nostro tempo.

Ma perché hanno imparato a trasformare ogni problema in un nemico. Il migrante.

Il povero.

Chi manifesta.

La cultura critica.

L’ambientalismo.

I vaccini e gli scienziati

Perfino il diritto internazionale quando prova a limitare la forza. È un meccanismo antico.

Ma oggi dispone di strumenti nuovi. Algoritmi.

Piattaforme. Campagne permanenti.

Comunicazione continua.

Non costruisce soltanto consenso. Costruisce senso comune.

E quando cambia il senso comune, cambia anche ciò che una società considera normale. Diventa normale anche rimettere in discussione libertà che pensavamo ormai acquisite.

Non è un caso che, insieme all’avanzata delle destre, tornino sotto attacco il diritto all’autodeterminazione delle donne, l’educazione alle differenze, il riconoscimento delle soggettività LGBTQIA+, perfino il linguaggio con cui descriviamo la realtà. Non sono battaglie separate. Fanno parte di un medesimo progetto politico e culturale.

Perché il patriarcato non è soltanto un’eredità del passato di cui siamo ancora vittime, tutte e tutti. È uno dei dispositivi attraverso cui si ricostruisce una società fondata sulla gerarchia, sull’autorità e sull’obbedienza. Una società nella quale il potere torna a essere esercitato attraverso il dominio, anziché attraverso la libertà e l’uguaglianza.

Per questo siamo stati convinti sin dal principio che la battaglia femminista non riguarda soltanto i diritti delle donne. Riguarda la qualità della nostra democrazia. E riguarda anche la pace. Perché non esiste un autentico potere di pace se non si mettono in discussione tutte le culture del dominio, a partire da quella patriarcale. E lasciatemi ringraziare il gruppo politiche di genere per la qualità del lavoro fatto e Celeste in particolare per la cura con cui ha costruito questo percorso.

È questo il contesto dunque in cui diventa normale spendere di più per le armi e meno per la scuola.

Diventa normale limitare il diritto a manifestare.

Diventa normale trasformare il soccorso in mare in un problema di ordine pubblico. Diventa normale pensare che la guerra sia inevitabile.

E forse è proprio questa la parola più pericolosa del nostro tempo.

Inevitabile.

O, per usare un’altra parola che Luciana ci richiama spesso:

TINA. There Is No Alternative.

Non c’è alternativa.

È inevitabile la guerra.

È inevitabile il riarmo.

Sono inevitabili le disuguaglianze. È inevitabile il lavoro povero.

È inevitabile che le giovani generazioni vivano peggio di quelle che le hanno precedute. È inevitabile restringere gli spazi della democrazia per garantire maggiore sicurezza.

Ecco.

Io penso che il primo dovere di una grande associazione popolare sia ribellarsi a questa idea. Lo dico anche pensando a noi.

Negli ultimi anni ho avuto l’impressione che, troppo spesso, ci siamo accontentati di resistere. Quasi fosse l’unica cosa possibile da fare.

E io, sinceramente, non credo che oggi resistere basti più.

Cosı̀ come, lasciatemelo dire, mi deprime l’indignazione consumata sui social o nelle chat di WhatsApp.

L’indignazione, da sola, non cambia i rapporti di forza. Serve se diventa organizzazione.

Se diventa partecipazione. Se costruisce comunità.

Ed è questo, in fondo, che l’Arci ha sempre cercato di fare. La nostra storia non nasce dall’adattamento.

Nasce da una ribellione.

Quasi settant’anni fa qualcuno decise che l’associazionismo popolare dovesse essere libero, autonomo, mutualistico e organizzato a livello nazionale. L’unione fa la forza era il motto dominante.

Decise di non accettare l’ordine delle cose come un destino. Si convinse che, usciti dal fascismo che requisiva le case del popolo e le sedi sindacali, l’associazionismo di stato non poteva più essere l’unica soluzione possibile.

E costruı̀ un’alternativa. Questa è la nostra eredità.

Non una ribellione individuale.

Una ribellione collettiva. Responsabile.

Organizzata.

Capace di trasformare la protesta in partecipazione. La paura in relazioni.

La solitudine in comunità.

La competizione in cura reciproca

E vorrei che prendessimo seriamente in considerazione queste riflessioni per festeggiare degnamente i nostri primi 70 anni nel 2027.

Per questo penso che oggi il compito dell’Arci non sia soltanto denunciare quello che non funziona.

Le denunce sono necessarie. Ma non bastano.

Il nostro compito è organizzare una ribellione democratica contro l’idea che questo ordine del mondo sia inevitabile.

Prima di tutto attraverso quello che facciamo ogni giorno:

Nei nostri circoli.

Nelle Case del Popolo.

Nelle Società di Mutuo Soccorso Nelle associazioni.

Nelle scuole di italiano che teniamo nel Paese Nei festival.

Nei doposcuola.

Nelle attività culturali.

Nel mutualismo.

Nell’accoglienza diffusa che pratichiamo. Nella cooperazione internazionale.

Perché è lı̀ che dimostriamo, ogni giorno, che un altro modo di organizzare la società è possibile.

Ed è per questo che la terza domanda che dobbiamo porci non è soltanto come contrastare le destre.

La domanda è più impegnativa. Come ricostruiamo fiducia? E ancora:

Come ricostruiamo legami?

Come rendiamo di nuovo credibile l’idea che la partecipazione possa cambiare davvero la vita delle persone?

Come garantiamo la tenuta delle comunità e delle relazioni che le animano? Io credo che questo sia il compito storico che abbiamo davanti.

Ed è la responsabilità che, insieme, consegniamo oggi al nostro percorso Congressuale.

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Compagne e compagni,

se il compito di una grande associazione popolare è organizzare una risposta democratica al tempo che stiamo vivendo, allora la quarta domanda diventa inevitabile e dovevamo rivolgerla a noi stessi.

Siamo pronti?

Abbiamo gli strumenti per affrontare questo cambio d’epoca?

Possiamo continuare a chiedere ai nostri circoli di essere presı̀di di partecipazione, cultura, mutualismo e inclusione senza cambiare anche il modo con cui l’Arci accompagna, sostiene e protegge la propria rete?

La risposta che è arrivata in questi anni è stata molto semplice trasversale.

No.

Nessuno, in nessun organismo, in nessun territorio, ha mai sostenuto che andasse tutto bene cosı̀.

Ed è da quel “no” che nasce il lavoro di questi quattro anni.

Qualcuno pensa ancora che l’organizzazione sia una questione tecnica. Io continuo a pensare esattamente il contrario.

L’organizzazione è una scelta politica.

Perché dice chi vogliamo essere e come vogliamo stare nel mondo. Perché sostanzia la voglia di migliorarsi e di incidere nelle cose.

Per questo non abbiamo iniziato 4 anni fa partendo dallo scrivere un Piano. Abbiamo deciso di fare una cosa molto più difficile.

Conoscere meglio la nostra l’Arci, non con uno sguardo locale ma nazionale, collettivo. Ascoltarla.

Studiarla.

Liberarci dall’idea che bastasse dire “si è sempre fatto cosı̀”.

È questo, in fondo, il significato più profondo, l’approdo e le conclusioni della Conferenza di Programma di Padova.

Padova non è stato un momento richiesto dallo Statuto. Non è stato un congresso anticipato.

È stato un metodo. Prima ascoltare.

Poi decidere.

Quasi mille contributi raccolti nelle interviste alle presidenti e ai presidenti di circolo. Otto Consigli nazionali tematici.

Centinaia di incontri nei territori.

Un confronto aperto che ci ha restituito una convinzione molto semplice.

Molte delle risposte che cercavamo erano già dentro l’Arci. Ed erano giuste a differenza di Quelo…

Bisognava creare le condizioni perché emergessero.

E grazie alla Fondazione Di Vittorio che non si è limitata a fare indagine e ricerca ma si è incuriosita ed è stata molto, molto di più. Considero a tutti gli effetti tutto il gruppo guidato da Francesco Sinopoli compagne e compagni di strada preziosissimi che vi invito a coinvolgere anche territorialmente.

Da quell’ascolto e da quell’indagine è nata la necessità del Piano Strategico dello sviluppo.

Da lı̀ nasce un modo diverso di pensare la Rete Associativa Nazionale e soprattutto identificarla in qualcosa di nuovo.

Per la prima volta abbiamo guardato l’Arci non soltanto attraverso la sua storia, ma attraverso dati, ricerca, conoscenza.

E quei dati ci hanno restituito due immagini. La prima.

Un’associazione straordinariamente viva.

Presente nelle grandi città come nei piccoli comuni. Nelle periferie come nelle aree interne.

Una rete che continua a rappresentare uno dei più grandi presı̀di civici, sociali e culturali del nostro Paese. L’ossatura democratica del Paese come qualcuno di ha definito.

La seconda.

Fragilità che non potevamo più ignorare. Presidenti di circolo che si sentono soli.

Il peso degli adempimenti e della burocrazia. La difficoltà del ricambio generazionale.

Competenze distribuite ma non condivise. Differenze profonde tra territori.

Tutto ciò non lo abbiamo vissuto come una diagnosi inevitabile. Lo abbiamo assunti come un programma di lavoro.

Cosı̀ è nata la proposta del Piano Strategico. E lo voglio dire con chiarezza.

Il Piano Strategico non è un documento organizzativo e/o economico. È la scelta politica di un fare consapevole.

Perché afferma un principio molto semplice.

Una Rete Associativa Nazionale non serve a chiedere di più ai territori.

Serve a mettere i territori nelle condizioni di fare meglio ciò che già fanno ogni giorno. Per questo abbiamo scelto di investire.

Sulla formazione.

Perché il ricambio generazionale non si aspetta. Si costruisce.

La scuola quadri nazionale under 30 che inaugureremo tra poche settimane è esattamente questo.

Non un corso. Ma un investimento sulla prima generazione che ha conosciuto quasi soltanto crisi, guerre e precarietà. Se non restituiamo alle ragazze e ai ragazzi Fiducia e protagonismo, non sarà in discussione solo il futuro dell’Arci, ma quello della nostra democrazia.

E poi un investimento politico sulle donne e sugli uomini che guideranno l’Arci nei prossimi anni.

Abbiamo investito nella digitalizzazione.

Perché ogni ora sottratta alla burocrazia è un’ora restituita alla partecipazione. Abbiamo investito nei servizi.

Perché nessun presidente di circolo deve sentirsi solo davanti a responsabilità sempre più complesse.

Abbiamo introdotto la Quota Rete.

Perché autonomia non può significare disuguaglianza e menefreghismo interno. Abbiamo investito moltissimo nella dimensione internazionale.

Stabilendo con ARCS un principio semplice ma molto importante: l’Arci sta nel mondo attraversato la cooperazione e la solidarietà internazionale attraverso e grazie al lavoro straordinario di ARCS.

E poi i circoli all’estero che cresceranno ancora con, molto probabilmente, il prossimo circolo di Londra.

Le reti europee.

Perché oggi una grande associazione popolare deve essere capace di agire contemporaneamente nel proprio quartiere e nel mondo.

Abbiamo rimesso al centro il tema Federazione Arci.

Perché nessuna organizzazione, da sola, può affrontare le sfide che abbiamo davanti. E poi, perché abbiamo necessità di cambiare registro.

E ancora il Consorzio OfFicine Solidali è diventato uno strumento indispensabile che può e deve fare ancora meglio, organizzando con competenze e professionalità il mondo impresa sociale dell’Arci. Un mondo d’impresa per come lo avevamo progettato, fondato su un nuovo mutualismo, sull’innovazione sociale e sul sostegno concreto alla nostra rete territoriale.

Ed è con lo stesso spirito che abbiamo affrontato la battaglia sull’IVA. Molti la consideravano già persa, anche dentro l’Arci.

Noi abbiamo deciso di combatterla lo stesso.

Perché è esattamente questo il compito di una Rete Associativa Nazionale. Non limitarsi ad amministrare l’esistente.

Provare a cambiare le decisioni pubbliche quando mettono a rischio il valore sociale dell’associazionismo.

È la stessa cosa che faremo con le storture del 117/2017 e con l’autocontrollo, potete starne certi.

Compagne e compagni,

c’è una cosa che voglio dire con orgoglio.

Questi quattro anni sono stati probabilmente tra i più difFicili della storia recente dell’Arci. Arrivavamo dalla Pandemia.

Stagnazione e inflazione galoppante. Crisi energetica.

Guerre.

IndeFinitezza del regime fiscale del Terzo Settore.

Un governo di destra, mai cosı̀ di destra e mai con una cosı̀ ampia maggioranza.

Eppure oggi arriviamo al Congresso con un’associazione più forte di quella che avevamo all’inizio del mandato.

Più forte politicamente.

Più forte organizzativamente. Più salda economicamente.

E questa non è solo una soddisfazione. È la condizione per la libertà politica. Lo dobbiamo ai nostri circoli.

Ai volontari.

Ai gruppi dirigenti.

Lo dobbiamo a noi. Consiglio nazionale e Presidenza.

Ma permettetemi di dire un grazie particolare alle lavoratrici e ai lavoratori dell’Arci. Ci sono stati momenti difFicili, scelte difFicili da assumere e altre ce ne saranno. Paghiamo colpe e ci assumiamo responsabilità non nostre. Ma toccano a noi e toccheranno a noi Finchè non spezzeremo le catene della dipendenza dai soli finanziamenti progettuali.

Anche per questo voglio ringraziarli. Tutti sappiamo che dietro ogni progetto, ogni servizio, ogni battaglia politica, ogni risultato raggiunto, c’è stato il loro lavoro quotidiano.

Spesso silenzioso.

Sempre decisivo.

È anche grazie a loro se oggi possiamo aprire questo Congresso con più serenità e con ambizione.

Naturalmente tutto questo non basta, ma c’è, è importante, e non va dimenticato. Anche per questo il Congresso sarà chiamato a discutere scelte importanti.

La personalità giuridica. L’autocontrollo.

Il rafforzamento dei comitati regionali.

Un modello associativo che riconosca davvero pari dignità a ogni socia e a ogni socio dell’Arci. Maggiori strumenti per l’impresa sociale.

Una Federazione sempre più capace di organizzare una parte della società civile democratica. Sono cambiamenti importanti.

Ma non nascono dall’esigenza di adeguarci semplicemente a una legge. Nascono dalla volontà di rendere l’Arci più forte.

Più autorevole.

Più capace di svolgere la funzione pubblica che questo tempo le affida.

Se dovessi riassumere il senso di questi quattro anni in una sola frase direi questa.

Non abbiamo deciso di cambiare l’Arci perché non funzionava. Abbiamo deciso di cambiare l’Arci perché è cambiato il mondo.

E volevamo che la nostra associazione fosse all’altezza del tempo che aveva davanti.

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Compagne e compagni,

a questo punto il Congresso ci pone una quinta domanda, anche questa molto concreta.

Che cosa vogliamo fare di un’Arci più forte?

Perché sarebbe un errore pensare che tutto il lavoro di questi anni possa avere come obiettivo il rafforzamento della nostra organizzazione semplicemente per il rafforzamento.

Noi non abbiamo investito sulla rete per conservare quello che eravamo. Non abbiamo proposto un Piano Strategico dello Sviluppo per garantire rendite a qualche dirigente nazionale o territoriale.

L’abbiamo fatto perché pensiamo che se siamo convinti che c’è bisogno di più Arci, allora è il nostro Paese (e anche un pò l’Europa) che ha bisogno di un’Arci più forte e, si, organizzata.

Più forte perché più utile.

Ed è questa la responsabilità che il Congresso è chiamato ad assumersi. La prima riguarda il radicamento.

Noi continuiamo a essere una delle organizzazioni popolari più diffuse del Paese.

Oltre quattromila circoli – che continuano a crescere – sono una fortuna ma anche una grande responsabilità collettiva. Non sono proprietà di nessun gruppo dirigente, di nessun presidente, tantomeno quello nazionale, sono però il perno di una azione culturale e politica su cui poggiamo come realtà nazionale.

Sono migliaia di luoghi nei quali, ogni giorno, si costruiscono relazioni, cultura, mutualismo, partecipazione. Si consolida la democrazia e si salva la politica.

Ma dobbiamo continuare a interrogarci su dove l’Arci ancora non c’è.

Perché il nostro forte radicamento, la nostra crescita non può diventare semplicemente una fotograFia.

Deve continuare a essere un movimento.

La seconda responsabilità riguarda la cultura.

Per troppo tempo abbiamo accettato l’idea che la cultura fosse uno dei tanti settori dell’attività associativa.

Ci siamo accorti in questi anni di governo di destra che la cultura è oggi uno dei principali terreni dello scontro politico.

Perché è lı̀ che si costruisce il senso comune.

Ed è lı̀ che si combattono anche gli stereotipi, il sessismo, l’omotransfobia e ogni cultura della discriminazione.

E, diciamolo, ciò che sta accadendo da anni dentro al Ministero della Cultura italiano è imbarazzante e preoccupante.

Ed è lı̀ che abbiamo bisogno di recuperare più risorse per investire, anche con uno sguardo sovraterritoriale. .

Nei linguaggi.

Nella formazione critica. Nella creatività.

Nella produzione culturale. Nella libertà della ricerca.

Nella capacità di parlare alle ragazze e ai ragazzi di oggi. Nel digitale e nell’intelligenza artificiale.

Lasciatemi ringraziare la nostra UCCA per due cose in particolare: il salto di qualità sul piano delle attività e la crescita di un gruppo dirigente forte e autorevole attorno al suo bravissimo presidente.

La terza responsabilità riguarda il mutualismo.

Noi non possiamo limitarci a raccontare che siamo fondati sul mutualismo.

Dobbiamo praticarlo Sempre di più, in un nuovo patto ritrovato tra nazionale e territori e tra territori stessi. Il mutualismo non è assistenza dal basso verso l’alto o dall’alto verso il basso.

È organizzazione della solidarietà trasversale. È costruzione di autonomia.

È emancipazione.

Ed è forse una delle risposte più moderne al capitalismo selvaggio, alla solitudine e alle nuove disuguaglianze.

Ma deve essere prima di tutto una scelta di tutto il gruppo dirigente. La quarta responsabilità riguarda la democrazia.

Viviamo un tempo nel quale si restringono gli spazi della partecipazione. Si delegittimano i corpi intermedi.

Si prova a ridurre il dissenso a un problema di ordine pubblico.

Ecco perché difendere lo spazio civico non è un tema per addetti ai lavori. È una delle grandi questioni democratiche del nostro tempo.

Cosı̀ abbiamo interpretato il nostro lavoro in questi anni.

L’Arci dovrà continuare a essere una delle case di questo spazio civico. Non l’unica. Ma certamente una delle più determinate.

Infine c’è una responsabilità che tiene insieme tutte le altre.

Ed è quella di continuare a costruire alleanze e convergenze.

Io penso che una delle intuizioni più importanti di questi anni sia stata proprio questa. Riprendere il filo e ricominciare a tessere una tela di democrazia.

Aver capito che nessuna organizzazione, da sola, è oggi nelle condizioni di produrre cambiamento, ed è ciò che a mio avviso segna il cambio d’epoca di cui abbiamo parlato. La nostra stessa storia associativa è segnata da autismi continui.

Dall’IVA a Stop Rearm Europe, da NoKings al Forum del Terzo Settore, dal Tavolo Asilo, a Festa! Da TOM all’Abitare, siamo stati motore instancabile, spesso fulcro, altrettanto spesso ideatore di quell’alleanza necessaria per cambiare le cose. Per chi è sempre alla ricerca dell’identità

Arci, eccolo servito. È la rivoluzione copernicana in questo periodo di solitudini, egoismi e social network.

Ma soprattutto è l’idea di società che abbiamo in mente e pratichiamo.

Una società nella quale la cooperazione torni a essere più forte della competizione. Compagne e compagni,

È una bella un’ambizione provare a contribuire a organizzare meglio una parte della società italiana.

Una ambizione ma anche la naturale funzione di una grande associazione popolare. Senza sostituirsi alla politica.

Senza limitarsi a fare servizi.

Ma costruendo partecipazione e politica. Cittadinanza che rende più forte la democrazia. È questa, credo, la responsabilità che il nostro tempo ci affida.

Ed è con questa consapevolezza che dobbiamo arrivare a Torino.

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Compagne e compagni,

c’è un’ultima ragione per cui questo percorso congressuale merita attenzione.

Abbiamo scelto consapevolmente di aprire il nostro percorso congressuale mentre il Paese entra in una delle stagioni politiche più importanti degli ultimi anni.

Nei prossimi mesi si voterà in molte delle principali città italiane. Torino.

Milano. Roma. Bologna. Padova. Palermo.

E tante altre.

Poi arriveranno le elezioni politiche, sempre che non siano insieme.

E, quasi contemporaneamente, voteranno anche altri grandi Paesi europei, come Francia e prima ancora probabilmente Spagna.

Questo è il tempo dentro cui abbiamo deciso di collocare il Congresso dell’Arci. Qualcuno ci ha chiesto perché non aspettare.

Altri perché non fare il Congresso dopo. La risposta è semplice.

Perché non vogliamo che il nostro Congresso si svolga fuori dal tempo. Vogliamo che si svolga dentro il tempo.

Dentro il confronto pubblico. Dentro le domande del Paese.

Dentro la costruzione dell’alternativa democratica.

Naturalmente questo non significa trasformare l’Arci in ciò che non è, so che a questo punto è anche un pò ridondante questa precisazione.

Ma difendere con forza la propria autonomia, non significa neutralità, non può significare indifferenza.

Quando sono in discussione la pace, il lavoro, la giustizia sociale, la libertà delle donne, i diritti delle persone LGBTQIA+, il clima e la qualità della democrazia, una grande associazione popolare ha il dovere di prendere parola.

Cosı̀ abbiamo fatto in questi anni.

Esperienze diverse, ma accomunate da una stessa convinzione. La democrazia non si difende da sola.

Ha bisogno di cittadini organizzati. Di società civile.

Di corpi intermedi.

Ha bisogno di partecipazione.

E questo percorso non si fermerà con l’estate.

Arriverà come ogni l’autunno caldo ma stavolta in un contesto dove ogni passo sarà un decisivo.

La nuova edizione di Sabir, forse a Barcellona e di Strati a Ferrara. La Conferenza euro-mediterranea per la pace di Cagliari.

Il lavoro comune contro il riarmo e per una politica estera fondata sul diritto internazionale dentro le mobilitazioni europee in uno scenario inedito rispetto a qualche tempo fa.

E tutti gli appuntamenti congressuali.

Sono tutti passaggi di uno stesso percorso.

Perché se la guerra oggi si organizza su scala globale, anche la pace deve imparare a organizzarsi.

Ed è questa, in fondo, l’ambizione che ci ha consegnato Pietro Ingrao. Compagne e compagni,

c’è un’altra esperienza che dovremmo custodire e in parte difendere La stagione referendaria.

Al di là del risultato.

Da lı̀ dobbiamo ripartire.

Per questo, nei giorni scorsi, ho rivolto una questione alle forze politiche democratiche. Non partite dalla somma matematica dei partiti per il lavoro di coalizione.

Costruite il programma da subito insieme al mondo che il referendum ha contribuito a vincerlo. L’Arci non ha alcuna intenzione di dare alcuna delega in bianco per il programma e non ha intenzione di sottoscrivere programmi elaborati solo dai partiti. Oggi il bisogno è altro; sentirsi parte. e noi vogliamo sentirci parte attiva.

Perché nessuna alleanza politica sarà credibile se non saprà riconoscere e valorizzare quell’alleanza sociale che, in questi anni, ha già continuato a costruire solidarietà, mutualismo, partecipazione e conFlitto democratico.

Ed è esattamente questo il compito di una grande associazione popolare; non sostituirsi alla politica ma nemmeno aspettarla e costruire le condizioni perché la politica possa essere migliore.

Il futuro non sia già scritto, dunque.

Sta al percorso congressuale trovare le risposte alle domande che ci siamo posti. Saranno le migliaia di compagne e compagni nei congressi dei circoli e dei comitati a costruire, attraverso il confronto, le risposte di cui abbiamo bisogno. È questo il metodo che ho provato a proporvi oggi con questa mia relazione. In coerenza con quello che abbiamo fatto in questi quattro anni.

Compagne e compagni,

Chiudo…

abbiamo scelto Torino a Fine febbraio 2027 come sede del Congresso nazionale.

Ringrazio le compagne e compagni dell’Arci torinese che si sono proposti e da mesi sono al lavoro per accoglierci. E ringrazio anche il regionale Piemonte che oggi è una delle colonne di questa associazione per innovazione e cultura.

Vorrei valorizzassimo di aver deciso di non chiuderci dentro noi stessi.

Di non discutere ombelicamente solo di noi stessi.

Di esserci assunti fino in fondo la responsabilità pubblica che deriva dall’essere una delle più grandi organizzazioni popolari del nostro Paese, senza più baloccarsi al suono della nostra voce quando lo diciamo nei convegni o nelle nostre discussioni.

Perché, in fondo, costruire un potere di pace significa esattamente questo.

Organizzare una società nella quale la cooperazione sia più forte della competizione, la cura più forte del dominio, l’uguaglianza più forte di ogni gerarchia. Una società capace di fare propria fino in fondo la lezione del pensiero femminista: che non può esserci pace senza giustizia, non può esserci libertà senza uguaglianza e non può esserci democrazia se il potere continua a riprodurre relazioni di dominio.

Questo è il mandato che, oggi, mi sento di consegnare al nostro percorso congressuale, insieme al documento politico, al regolamento e all’importante lavoro avviato di indicare già una serie di proposte di revisione dello Statuto nazionale. E grazie alle compagne e ai compagni che ci hanno lavorato.

E con questa responsabilità, ben sapendo che il lavoro da fare è ancora moltissimo e su tantissimi fronti, care compagne e cari compagni, propongo si apra il XIX Congresso nazionale dell’Arci.

Walter Massa

Bologna, 3 luglio 2026 percorso congressuale. Non per nostalgia. Ma perché quelle parole ci consegnano una domanda che riguarda direttamente anche noi.

Che cosa significa oggi costruire un potere di pace in un tempo di guerra?

Perdonate se parto da qui e questa relazione non avrà precisamente i canoni della relazione a cui siamo abituati, ossia partire dal mondo per arrivare ai marciapiedi del quartiere. Ma vuole essere una relazione che accompagna, sostiene ed è coerente con l’ottimo lavoro fatto a mio giudizio nella costruzione della proposta di documento congressuale che sottoponiamo oggi a questo Consiglio.

Che cosa significa oggi costruire un potere di pace in un tempo di guerra?

Dicevo, è una domanda che non possiamo eludere.

Perché questo Congresso non si apre in un tempo ordinario.

E credo che il primo dovere che abbiamo sia provare a nominare con precisione il tempo che stiamo vivendo.

Confesso un’inquietudine che mi accompagna da tempo: la paura di continuare a leggere il presente con categorie che appartengono al passato. Perché quando sbagli l’analisi, finisci inevitabilmente per sbagliare anche le risposte. È successo molte volte nella storia. Non possiamo permetterci che accada ancora.

Per anni abbiamo raccontato il nostro tempo come una successione di crisi. La crisi economica.

La crisi climatica.

La crisi della politica.

La crisi della democrazia.

La crisi del lavoro. Un lavoro non solo più povero ma anche più precario, più solitario, più difficile da organizzare collettivamente.

La crisi del multilateralismo. La crisi della sinistra.

Come se fossimo di fronte a una serie di emergenze destinate, prima o poi, a essere superate singolarmente.

Oggi penso che questa lettura non sia più attuale.

Noi non stiamo vivendo una fase di crisi, costituita da tante crisi diverse.

Stiamo vivendo un cambio d’epoca.

Un cambiamento profondo nel quale guerre, disuguaglianze, rivoluzione tecnologica, crisi climatica, impoverimento della democrazia e trasformazioni del lavoro non sono fenomeni separati. Si alimentano a vicenda e stanno ridisegnando il modo in cui si organizza il mondo.

E quando cambia un’epoca non basta amministrare meglio ciò che esiste. Non serve chiudere porte e finestre e barricarsi in casa.

Bisogna avere il coraggio di ripensare il proprio ruolo. E, quando serve, cambiare anche schema di gioco.

È per questo che il Consiglio nazionale di oggi non rappresenta un semplice e normale passaggio.

Non apre soltanto il percorso congressuale dell’Arci.

Ci chiede di decidere quale funzione affidare alla nostra associazione nei prossimi anni nel contesto nuovo in cui ci troviamo.

Arriviamo a questo appuntamento dopo quasi quattro anni intensi.

Anni attraversati dalla guerra, dalla stagnazione, dalla crisi energetica, dalle difficoltà del Terzo Settore, da trasformazioni profonde della società italiana e internazionale.

Ne arriviamo da 5 anni di governo di destra. Sono stati anni faticosi.

Ma anche anni che hanno messo in moto un processo di cambiamento dell’Arci.

Anni che ci hanno reso più consapevoli del nostro ruolo e, credo, anche più maturi; più militanti e anche più responsabili. Sempre inquieti.

Per questo non apriamo il XIX Congresso soltanto per eleggere nuovi organismi dirigenti, aggiornare il nostro Statuto o discutere un documento politico.

Lo apriamo per provare a rispondere, ancora una volta, a una domanda semplice solo in apparenza.

Perché oggi serve l’Arci?

Qual è la funzione di una grande associazione popolare nel tempo della guerra, delle disuguaglianze, della crisi climatica, del riarmo, della rivoluzione tecnologica, della solitudine e della crescente sfiducia nella democrazia?

Vorrei che fosse questa fosse la prima domanda ad accompagnare questo percorso congressuale.

Con una attenzione: l’Arci non discute di sé stessa per autoreferenzialità. Discute di sé stessa perché vuole capire come essere più utile al Paese.

E dunque da qui che vorrei partire. Non dall’Arci, ma dal mondo.

Perché c’è un elemento che attraversa quasi tutto quello che sta accadendo.

La guerra è tornata.

Non soltanto come conFlitto armato. È tornata come categoria politica.

Come linguaggio.

Come criterio con cui gli Stati ridefiniscono le proprie priorità.

L’Ucraina continua a essere devastata da una guerra che sembra aver smarrito qualsiasi prospettiva diplomatica.

E lo dico con sincerità: a un certo punto abbiamo sbagliato anche noi quando abbiamo smesso di raccontare fino in fondo il dolore del popolo ucraino, quasi che quella sofferenza fosse diventata ordinaria. Cosı̀ come abbiamo fatto fatica a dare voce a chi, dentro la Russia, quella guerra ha avuto il coraggio di contestarla.

In Palestina, a Gaza e in Cisgiordania, assistiamo invece a un genocidio che mette in discussione non soltanto il diritto internazionale, ma la credibilità stessa dell’Europa e dell’Occidente quando parlano di diritti umani e legalità.

A Cuba continua una guerra meno visibile ma non meno feroce: quella di un embargo che da oltre sessant’anni colpisce un intero popolo e che oggi contribuisce a una gravissima crisi umanitaria e un nuovo, possibile, genocidio.

Nel Mediterraneo continuano a morire donne, uomini e bambini che cercano salvezza.

E qui voglio ringraziare ARCS, che continua a portare solidarietà nei luoghi più difFicili del mondo, il Libano e Cuba su tutti, e le centinaia di volontarie e volontari del progetto TOM, che ogni giorno scelgono di salvare vite umane mentre altri finanziano motovedette incaricate di respingerle. Motovedette italiane, sia chiaro.

A tutto questo si aggiunge una crisi climatica che non è più soltanto una questione ambientale.

Ridisegna gli equilibri economici, alimenta nuove disuguaglianze, produce migrazioni forzate, rende più instabili intere aree del pianeta. E qui mi domando con soddisfazione quanto sia stato importante attivare un gruppo di lavoro sulle vertenze ambientali? Sulle CER? E dunque grazie a chi ci ha lavorato.

E anche qui dobbiamo avere l’umiltà di riconoscere che serve rilanciare un pensiero e una pratica dell’Arci più forti e più convincenti.

Tutto questo ci dice una cosa.

Il problema non è soltanto che nel mondo ci siano più guerre.

Il problema è che la guerra è tornata a organizzare il presente.

Organizza gli investimenti. Organizza le priorità economiche. Organizza la ricerca.

Organizza il linguaggio della politica.

Organizza perfino il modo in cui immaginiamo il futuro.

E torna a far nascere forze reazionarie, pericolose da non sottovalutare mai.

Ed è per questo che il nostro Congresso non può essere un Congresso ordinario. Perché non siamo chiamati semplicemente a discutere del nostro futuro.

Siamo chiamati a capire quale contributo possa offrire una grande associazione popolare alla ricostruzione di una società più giusta, più democratica e più capace di costruire pace.

Anche cambiando noi stessi, se necessario.

Ed è questa consapevolezza che vorrei affidare al nostro Congresso.

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Compagne e compagni,

se questo è il tempo che abbiamo davanti, allora dobbiamo porci una seconda domanda.

Come siamo arrivati fin qui?

Sarebbe troppo semplice rispondere dicendo: per colpa delle destre. Le destre ci sono.

Sono forti.

Sono pericolose.

In molti casi hanno dimostrato di essere il volto politico di un capitalismo sempre più aggressivo, autoritario, diseguale e guerrafondaio.

Ma fermarsi qui sarebbe un errore.

Perché le destre non sono la causa di questa fase.

Sono anche il prodotto di trasformazioni più profonde. Ed è proprio questo che dovrebbe preoccuparci.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a qualcosa che va oltre il semplice spostamento degli equilibri politici.

È cambiato il modo in cui le persone guardano il mondo.

La paura è diventata uno dei principali strumenti di governo delle nostre società. La paura della guerra.

La paura di perdere il lavoro.

La paura di non riuscire a curarsi. La paura del futuro.

La paura di chi arriva da lontano. La paura perfino del vicino.

Quando la paura diventa il sentimento dominante, cambia inevitabilmente anche la politica. La sicurezza prende il posto della libertà.

Il controllo sembra più rassicurante della partecipazione. L’autorità appare più efFicace della democrazia.

Ed è dentro questo cambiamento culturale che cresce il consenso delle nuove destre. Non perché abbiano trovato le risposte ai problemi del nostro tempo.

Ma perché hanno imparato a trasformare ogni problema in un nemico. Il migrante.

Il povero.

Chi manifesta.

La cultura critica.

L’ambientalismo.

I vaccini e gli scienziati

Perfino il diritto internazionale quando prova a limitare la forza. È un meccanismo antico.

Ma oggi dispone di strumenti nuovi. Algoritmi.

Piattaforme. Campagne permanenti.

Comunicazione continua.

Non costruisce soltanto consenso. Costruisce senso comune.

E quando cambia il senso comune, cambia anche ciò che una società considera normale. Diventa normale anche rimettere in discussione libertà che pensavamo ormai acquisite.

Non è un caso che, insieme all’avanzata delle destre, tornino sotto attacco il diritto all’autodeterminazione delle donne, l’educazione alle differenze, il riconoscimento delle soggettività LGBTQIA+, perfino il linguaggio con cui descriviamo la realtà. Non sono battaglie separate. Fanno parte di un medesimo progetto politico e culturale.

Perché il patriarcato non è soltanto un’eredità del passato di cui siamo ancora vittime, tutte e tutti. È uno dei dispositivi attraverso cui si ricostruisce una società fondata sulla gerarchia, sull’autorità e sull’obbedienza. Una società nella quale il potere torna a essere esercitato attraverso il dominio, anziché attraverso la libertà e l’uguaglianza.

Per questo siamo stati convinti sin dal principio che la battaglia femminista non riguarda soltanto i diritti delle donne. Riguarda la qualità della nostra democrazia. E riguarda anche la pace. Perché non esiste un autentico potere di pace se non si mettono in discussione tutte le culture del dominio, a partire da quella patriarcale. E lasciatemi ringraziare il gruppo politiche di genere per la qualità del lavoro fatto e Celeste in particolare per la cura con cui ha costruito questo percorso.

È questo il contesto dunque in cui diventa normale spendere di più per le armi e meno per la scuola.

Diventa normale limitare il diritto a manifestare.

Diventa normale trasformare il soccorso in mare in un problema di ordine pubblico. Diventa normale pensare che la guerra sia inevitabile.

E forse è proprio questa la parola più pericolosa del nostro tempo.

Inevitabile.

O, per usare un’altra parola che Luciana ci richiama spesso:

TINA. There Is No Alternative.

Non c’è alternativa.

È inevitabile la guerra.

È inevitabile il riarmo.

Sono inevitabili le disuguaglianze. È inevitabile il lavoro povero.

È inevitabile che le giovani generazioni vivano peggio di quelle che le hanno precedute. È inevitabile restringere gli spazi della democrazia per garantire maggiore sicurezza.

Ecco.

Io penso che il primo dovere di una grande associazione popolare sia ribellarsi a questa idea. Lo dico anche pensando a noi.

Negli ultimi anni ho avuto l’impressione che, troppo spesso, ci siamo accontentati di resistere. Quasi fosse l’unica cosa possibile da fare.

E io, sinceramente, non credo che oggi resistere basti più.

Cosı̀ come, lasciatemelo dire, mi deprime l’indignazione consumata sui social o nelle chat di WhatsApp.

L’indignazione, da sola, non cambia i rapporti di forza. Serve se diventa organizzazione.

Se diventa partecipazione. Se costruisce comunità.

Ed è questo, in fondo, che l’Arci ha sempre cercato di fare. La nostra storia non nasce dall’adattamento.

Nasce da una ribellione.

Quasi settant’anni fa qualcuno decise che l’associazionismo popolare dovesse essere libero, autonomo, mutualistico e organizzato a livello nazionale. L’unione fa la forza era il motto dominante.

Decise di non accettare l’ordine delle cose come un destino. Si convinse che, usciti dal fascismo che requisiva le case del popolo e le sedi sindacali, l’associazionismo di stato non poteva più essere l’unica soluzione possibile.

E costruı̀ un’alternativa. Questa è la nostra eredità.

Non una ribellione individuale.

Una ribellione collettiva. Responsabile.

Organizzata.

Capace di trasformare la protesta in partecipazione. La paura in relazioni.

La solitudine in comunità.

La competizione in cura reciproca

E vorrei che prendessimo seriamente in considerazione queste riflessioni per festeggiare degnamente i nostri primi 70 anni nel 2027.

Per questo penso che oggi il compito dell’Arci non sia soltanto denunciare quello che non funziona.

Le denunce sono necessarie. Ma non bastano.

Il nostro compito è organizzare una ribellione democratica contro l’idea che questo ordine del mondo sia inevitabile.

Prima di tutto attraverso quello che facciamo ogni giorno:

Nei nostri circoli.

Nelle Case del Popolo.

Nelle Società di Mutuo Soccorso Nelle associazioni.

Nelle scuole di italiano che teniamo nel Paese Nei festival.

Nei doposcuola.

Nelle attività culturali.

Nel mutualismo.

Nell’accoglienza diffusa che pratichiamo. Nella cooperazione internazionale.

Perché è lı̀ che dimostriamo, ogni giorno, che un altro modo di organizzare la società è possibile.

Ed è per questo che la terza domanda che dobbiamo porci non è soltanto come contrastare le destre.

La domanda è più impegnativa. Come ricostruiamo fiducia? E ancora:

Come ricostruiamo legami?

Come rendiamo di nuovo credibile l’idea che la partecipazione possa cambiare davvero la vita delle persone?

Come garantiamo la tenuta delle comunità e delle relazioni che le animano? Io credo che questo sia il compito storico che abbiamo davanti.

Ed è la responsabilità che, insieme, consegniamo oggi al nostro percorso Congressuale.

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Compagne e compagni,

se il compito di una grande associazione popolare è organizzare una risposta democratica al tempo che stiamo vivendo, allora la quarta domanda diventa inevitabile e dovevamo rivolgerla a noi stessi.

Siamo pronti?

Abbiamo gli strumenti per affrontare questo cambio d’epoca?

Possiamo continuare a chiedere ai nostri circoli di essere presı̀di di partecipazione, cultura, mutualismo e inclusione senza cambiare anche il modo con cui l’Arci accompagna, sostiene e protegge la propria rete?

La risposta che è arrivata in questi anni è stata molto semplice trasversale.

No.

Nessuno, in nessun organismo, in nessun territorio, ha mai sostenuto che andasse tutto bene cosı̀.

Ed è da quel “no” che nasce il lavoro di questi quattro anni.

Qualcuno pensa ancora che l’organizzazione sia una questione tecnica. Io continuo a pensare esattamente il contrario.

L’organizzazione è una scelta politica.

Perché dice chi vogliamo essere e come vogliamo stare nel mondo. Perché sostanzia la voglia di migliorarsi e di incidere nelle cose.

Per questo non abbiamo iniziato 4 anni fa partendo dallo scrivere un Piano. Abbiamo deciso di fare una cosa molto più difficile.

Conoscere meglio la nostra l’Arci, non con uno sguardo locale ma nazionale, collettivo. Ascoltarla.

Studiarla.

Liberarci dall’idea che bastasse dire “si è sempre fatto cosı̀”.

È questo, in fondo, il significato più profondo, l’approdo e le conclusioni della Conferenza di Programma di Padova.

Padova non è stato un momento richiesto dallo Statuto. Non è stato un congresso anticipato.

È stato un metodo. Prima ascoltare.

Poi decidere.

Quasi mille contributi raccolti nelle interviste alle presidenti e ai presidenti di circolo. Otto Consigli nazionali tematici.

Centinaia di incontri nei territori.

Un confronto aperto che ci ha restituito una convinzione molto semplice.

Molte delle risposte che cercavamo erano già dentro l’Arci. Ed erano giuste a differenza di Quelo…

Bisognava creare le condizioni perché emergessero.

E grazie alla Fondazione Di Vittorio che non si è limitata a fare indagine e ricerca ma si è incuriosita ed è stata molto, molto di più. Considero a tutti gli effetti tutto il gruppo guidato da Francesco Sinopoli compagne e compagni di strada preziosissimi che vi invito a coinvolgere anche territorialmente.

Da quell’ascolto e da quell’indagine è nata la necessità del Piano Strategico dello sviluppo.

Da lı̀ nasce un modo diverso di pensare la Rete Associativa Nazionale e soprattutto identificarla in qualcosa di nuovo.

Per la prima volta abbiamo guardato l’Arci non soltanto attraverso la sua storia, ma attraverso dati, ricerca, conoscenza.

E quei dati ci hanno restituito due immagini. La prima.

Un’associazione straordinariamente viva.

Presente nelle grandi città come nei piccoli comuni. Nelle periferie come nelle aree interne.

Una rete che continua a rappresentare uno dei più grandi presı̀di civici, sociali e culturali del nostro Paese. L’ossatura democratica del Paese come qualcuno di ha definito.

La seconda.

Fragilità che non potevamo più ignorare. Presidenti di circolo che si sentono soli.

Il peso degli adempimenti e della burocrazia. La difficoltà del ricambio generazionale.

Competenze distribuite ma non condivise. Differenze profonde tra territori.

Tutto ciò non lo abbiamo vissuto come una diagnosi inevitabile. Lo abbiamo assunti come un programma di lavoro.

Cosı̀ è nata la proposta del Piano Strategico. E lo voglio dire con chiarezza.

Il Piano Strategico non è un documento organizzativo e/o economico. È la scelta politica di un fare consapevole.

Perché afferma un principio molto semplice.

Una Rete Associativa Nazionale non serve a chiedere di più ai territori.

Serve a mettere i territori nelle condizioni di fare meglio ciò che già fanno ogni giorno. Per questo abbiamo scelto di investire.

Sulla formazione.

Perché il ricambio generazionale non si aspetta. Si costruisce.

La scuola quadri nazionale under 30 che inaugureremo tra poche settimane è esattamente questo.

Non un corso. Ma un investimento sulla prima generazione che ha conosciuto quasi soltanto crisi, guerre e precarietà. Se non restituiamo alle ragazze e ai ragazzi Fiducia e protagonismo, non sarà in discussione solo il futuro dell’Arci, ma quello della nostra democrazia.

E poi un investimento politico sulle donne e sugli uomini che guideranno l’Arci nei prossimi anni.

Abbiamo investito nella digitalizzazione.

Perché ogni ora sottratta alla burocrazia è un’ora restituita alla partecipazione. Abbiamo investito nei servizi.

Perché nessun presidente di circolo deve sentirsi solo davanti a responsabilità sempre più complesse.

Abbiamo introdotto la Quota Rete.

Perché autonomia non può significare disuguaglianza e menefreghismo interno. Abbiamo investito moltissimo nella dimensione internazionale.

Stabilendo con ARCS un principio semplice ma molto importante: l’Arci sta nel mondo attraversato la cooperazione e la solidarietà internazionale attraverso e grazie al lavoro straordinario di ARCS.

E poi i circoli all’estero che cresceranno ancora con, molto probabilmente, il prossimo circolo di Londra.

Le reti europee.

Perché oggi una grande associazione popolare deve essere capace di agire contemporaneamente nel proprio quartiere e nel mondo.

Abbiamo rimesso al centro il tema Federazione Arci.

Perché nessuna organizzazione, da sola, può affrontare le sfide che abbiamo davanti. E poi, perché abbiamo necessità di cambiare registro.

E ancora il Consorzio OfFicine Solidali è diventato uno strumento indispensabile che può e deve fare ancora meglio, organizzando con competenze e professionalità il mondo impresa sociale dell’Arci. Un mondo d’impresa per come lo avevamo progettato, fondato su un nuovo mutualismo, sull’innovazione sociale e sul sostegno concreto alla nostra rete territoriale.

Ed è con lo stesso spirito che abbiamo affrontato la battaglia sull’IVA. Molti la consideravano già persa, anche dentro l’Arci.

Noi abbiamo deciso di combatterla lo stesso.

Perché è esattamente questo il compito di una Rete Associativa Nazionale. Non limitarsi ad amministrare l’esistente.

Provare a cambiare le decisioni pubbliche quando mettono a rischio il valore sociale dell’associazionismo.

È la stessa cosa che faremo con le storture del 117/2017 e con l’autocontrollo, potete starne certi.

Compagne e compagni,

c’è una cosa che voglio dire con orgoglio.

Questi quattro anni sono stati probabilmente tra i più difFicili della storia recente dell’Arci. Arrivavamo dalla Pandemia.

Stagnazione e inflazione galoppante. Crisi energetica.

Guerre.

IndeFinitezza del regime fiscale del Terzo Settore.

Un governo di destra, mai cosı̀ di destra e mai con una cosı̀ ampia maggioranza.

Eppure oggi arriviamo al Congresso con un’associazione più forte di quella che avevamo all’inizio del mandato.

Più forte politicamente.

Più forte organizzativamente. Più salda economicamente.

E questa non è solo una soddisfazione. È la condizione per la libertà politica. Lo dobbiamo ai nostri circoli.

Ai volontari.

Ai gruppi dirigenti.

Lo dobbiamo a noi. Consiglio nazionale e Presidenza.

Ma permettetemi di dire un grazie particolare alle lavoratrici e ai lavoratori dell’Arci. Ci sono stati momenti difFicili, scelte difFicili da assumere e altre ce ne saranno. Paghiamo colpe e ci assumiamo responsabilità non nostre. Ma toccano a noi e toccheranno a noi Finchè non spezzeremo le catene della dipendenza dai soli finanziamenti progettuali.

Anche per questo voglio ringraziarli. Tutti sappiamo che dietro ogni progetto, ogni servizio, ogni battaglia politica, ogni risultato raggiunto, c’è stato il loro lavoro quotidiano.

Spesso silenzioso.

Sempre decisivo.

È anche grazie a loro se oggi possiamo aprire questo Congresso con più serenità e con ambizione.

Naturalmente tutto questo non basta, ma c’è, è importante, e non va dimenticato. Anche per questo il Congresso sarà chiamato a discutere scelte importanti.

La personalità giuridica. L’autocontrollo.

Il rafforzamento dei comitati regionali.

Un modello associativo che riconosca davvero pari dignità a ogni socia e a ogni socio dell’Arci. Maggiori strumenti per l’impresa sociale.

Una Federazione sempre più capace di organizzare una parte della società civile democratica. Sono cambiamenti importanti.

Ma non nascono dall’esigenza di adeguarci semplicemente a una legge. Nascono dalla volontà di rendere l’Arci più forte.

Più autorevole.

Più capace di svolgere la funzione pubblica che questo tempo le affida.

Se dovessi riassumere il senso di questi quattro anni in una sola frase direi questa.

Non abbiamo deciso di cambiare l’Arci perché non funzionava. Abbiamo deciso di cambiare l’Arci perché è cambiato il mondo.

E volevamo che la nostra associazione fosse all’altezza del tempo che aveva davanti.

———————-

Compagne e compagni,

a questo punto il Congresso ci pone una quinta domanda, anche questa molto concreta.

Che cosa vogliamo fare di un’Arci più forte?

Perché sarebbe un errore pensare che tutto il lavoro di questi anni possa avere come obiettivo il rafforzamento della nostra organizzazione semplicemente per il rafforzamento.

Noi non abbiamo investito sulla rete per conservare quello che eravamo. Non abbiamo proposto un Piano Strategico dello Sviluppo per garantire rendite a qualche dirigente nazionale o territoriale.

L’abbiamo fatto perché pensiamo che se siamo convinti che c’è bisogno di più Arci, allora è il nostro Paese (e anche un pò l’Europa) che ha bisogno di un’Arci più forte e, si, organizzata.

Più forte perché più utile.

Ed è questa la responsabilità che il Congresso è chiamato ad assumersi. La prima riguarda il radicamento.

Noi continuiamo a essere una delle organizzazioni popolari più diffuse del Paese.

Oltre quattromila circoli – che continuano a crescere – sono una fortuna ma anche una grande responsabilità collettiva. Non sono proprietà di nessun gruppo dirigente, di nessun presidente, tantomeno quello nazionale, sono però il perno di una azione culturale e politica su cui poggiamo come realtà nazionale.

Sono migliaia di luoghi nei quali, ogni giorno, si costruiscono relazioni, cultura, mutualismo, partecipazione. Si consolida la democrazia e si salva la politica.

Ma dobbiamo continuare a interrogarci su dove l’Arci ancora non c’è.

Perché il nostro forte radicamento, la nostra crescita non può diventare semplicemente una fotograFia.

Deve continuare a essere un movimento.

La seconda responsabilità riguarda la cultura.

Per troppo tempo abbiamo accettato l’idea che la cultura fosse uno dei tanti settori dell’attività associativa.

Ci siamo accorti in questi anni di governo di destra che la cultura è oggi uno dei principali terreni dello scontro politico.

Perché è lı̀ che si costruisce il senso comune.

Ed è lı̀ che si combattono anche gli stereotipi, il sessismo, l’omotransfobia e ogni cultura della discriminazione.

E, diciamolo, ciò che sta accadendo da anni dentro al Ministero della Cultura italiano è imbarazzante e preoccupante.

Ed è lı̀ che abbiamo bisogno di recuperare più risorse per investire, anche con uno sguardo sovraterritoriale. .

Nei linguaggi.

Nella formazione critica. Nella creatività.

Nella produzione culturale. Nella libertà della ricerca.

Nella capacità di parlare alle ragazze e ai ragazzi di oggi. Nel digitale e nell’intelligenza artificiale.

Lasciatemi ringraziare la nostra UCCA per due cose in particolare: il salto di qualità sul piano delle attività e la crescita di un gruppo dirigente forte e autorevole attorno al suo bravissimo presidente.

La terza responsabilità riguarda il mutualismo.

Noi non possiamo limitarci a raccontare che siamo fondati sul mutualismo.

Dobbiamo praticarlo Sempre di più, in un nuovo patto ritrovato tra nazionale e territori e tra territori stessi. Il mutualismo non è assistenza dal basso verso l’alto o dall’alto verso il basso.

È organizzazione della solidarietà trasversale. È costruzione di autonomia.

È emancipazione.

Ed è forse una delle risposte più moderne al capitalismo selvaggio, alla solitudine e alle nuove disuguaglianze.

Ma deve essere prima di tutto una scelta di tutto il gruppo dirigente. La quarta responsabilità riguarda la democrazia.

Viviamo un tempo nel quale si restringono gli spazi della partecipazione. Si delegittimano i corpi intermedi.

Si prova a ridurre il dissenso a un problema di ordine pubblico.

Ecco perché difendere lo spazio civico non è un tema per addetti ai lavori. È una delle grandi questioni democratiche del nostro tempo.

Cosı̀ abbiamo interpretato il nostro lavoro in questi anni.

L’Arci dovrà continuare a essere una delle case di questo spazio civico. Non l’unica. Ma certamente una delle più determinate.

Infine c’è una responsabilità che tiene insieme tutte le altre.

Ed è quella di continuare a costruire alleanze e convergenze.

Io penso che una delle intuizioni più importanti di questi anni sia stata proprio questa. Riprendere il filo e ricominciare a tessere una tela di democrazia.

Aver capito che nessuna organizzazione, da sola, è oggi nelle condizioni di produrre cambiamento, ed è ciò che a mio avviso segna il cambio d’epoca di cui abbiamo parlato. La nostra stessa storia associativa è segnata da autismi continui.

Dall’IVA a Stop Rearm Europe, da NoKings al Forum del Terzo Settore, dal Tavolo Asilo, a Festa! Da TOM all’Abitare, siamo stati motore instancabile, spesso fulcro, altrettanto spesso ideatore di quell’alleanza necessaria per cambiare le cose. Per chi è sempre alla ricerca dell’identità

Arci, eccolo servito. È la rivoluzione copernicana in questo periodo di solitudini, egoismi e social network.

Ma soprattutto è l’idea di società che abbiamo in mente e pratichiamo.

Una società nella quale la cooperazione torni a essere più forte della competizione. Compagne e compagni,

È una bella un’ambizione provare a contribuire a organizzare meglio una parte della società italiana.

Una ambizione ma anche la naturale funzione di una grande associazione popolare. Senza sostituirsi alla politica.

Senza limitarsi a fare servizi.

Ma costruendo partecipazione e politica. Cittadinanza che rende più forte la democrazia. È questa, credo, la responsabilità che il nostro tempo ci affida.

Ed è con questa consapevolezza che dobbiamo arrivare a Torino.

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Compagne e compagni,

c’è un’ultima ragione per cui questo percorso congressuale merita attenzione.

Abbiamo scelto consapevolmente di aprire il nostro percorso congressuale mentre il Paese entra in una delle stagioni politiche più importanti degli ultimi anni.

Nei prossimi mesi si voterà in molte delle principali città italiane. Torino.

Milano. Roma. Bologna. Padova. Palermo.

E tante altre.

Poi arriveranno le elezioni politiche, sempre che non siano insieme.

E, quasi contemporaneamente, voteranno anche altri grandi Paesi europei, come Francia e prima ancora probabilmente Spagna.

Questo è il tempo dentro cui abbiamo deciso di collocare il Congresso dell’Arci. Qualcuno ci ha chiesto perché non aspettare.

Altri perché non fare il Congresso dopo. La risposta è semplice.

Perché non vogliamo che il nostro Congresso si svolga fuori dal tempo. Vogliamo che si svolga dentro il tempo.

Dentro il confronto pubblico. Dentro le domande del Paese.

Dentro la costruzione dell’alternativa democratica.

Naturalmente questo non significa trasformare l’Arci in ciò che non è, so che a questo punto è anche un pò ridondante questa precisazione.

Ma difendere con forza la propria autonomia, non significa neutralità, non può significare indifferenza.

Quando sono in discussione la pace, il lavoro, la giustizia sociale, la libertà delle donne, i diritti delle persone LGBTQIA+, il clima e la qualità della democrazia, una grande associazione popolare ha il dovere di prendere parola.

Cosı̀ abbiamo fatto in questi anni.

Esperienze diverse, ma accomunate da una stessa convinzione. La democrazia non si difende da sola.

Ha bisogno di cittadini organizzati. Di società civile.

Di corpi intermedi.

Ha bisogno di partecipazione.

E questo percorso non si fermerà con l’estate.

Arriverà come ogni l’autunno caldo ma stavolta in un contesto dove ogni passo sarà un decisivo.

La nuova edizione di Sabir, forse a Barcellona e di Strati a Ferrara. La Conferenza euro-mediterranea per la pace di Cagliari.

Il lavoro comune contro il riarmo e per una politica estera fondata sul diritto internazionale dentro le mobilitazioni europee in uno scenario inedito rispetto a qualche tempo fa.

E tutti gli appuntamenti congressuali.

Sono tutti passaggi di uno stesso percorso.

Perché se la guerra oggi si organizza su scala globale, anche la pace deve imparare a organizzarsi.

Ed è questa, in fondo, l’ambizione che ci ha consegnato Pietro Ingrao. Compagne e compagni,

c’è un’altra esperienza che dovremmo custodire e in parte difendere La stagione referendaria.

Al di là del risultato.

Da lı̀ dobbiamo ripartire.

Per questo, nei giorni scorsi, ho rivolto una questione alle forze politiche democratiche. Non partite dalla somma matematica dei partiti per il lavoro di coalizione.

Costruite il programma da subito insieme al mondo che il referendum ha contribuito a vincerlo. L’Arci non ha alcuna intenzione di dare alcuna delega in bianco per il programma e non ha intenzione di sottoscrivere programmi elaborati solo dai partiti. Oggi il bisogno è altro; sentirsi parte. e noi vogliamo sentirci parte attiva.

Perché nessuna alleanza politica sarà credibile se non saprà riconoscere e valorizzare quell’alleanza sociale che, in questi anni, ha già continuato a costruire solidarietà, mutualismo, partecipazione e conFlitto democratico.

Ed è esattamente questo il compito di una grande associazione popolare; non sostituirsi alla politica ma nemmeno aspettarla e costruire le condizioni perché la politica possa essere migliore.

Il futuro non sia già scritto, dunque.

Sta al percorso congressuale trovare le risposte alle domande che ci siamo posti. Saranno le migliaia di compagne e compagni nei congressi dei circoli e dei comitati a costruire, attraverso il confronto, le risposte di cui abbiamo bisogno. È questo il metodo che ho provato a proporvi oggi con questa mia relazione. In coerenza con quello che abbiamo fatto in questi quattro anni.

Compagne e compagni,

Chiudo…

abbiamo scelto Torino a Fine febbraio 2027 come sede del Congresso nazionale.

Ringrazio le compagne e compagni dell’Arci torinese che si sono proposti e da mesi sono al lavoro per accoglierci. E ringrazio anche il regionale Piemonte che oggi è una delle colonne di questa associazione per innovazione e cultura.

Vorrei valorizzassimo di aver deciso di non chiuderci dentro noi stessi.

Di non discutere ombelicamente solo di noi stessi.

Di esserci assunti fino in fondo la responsabilità pubblica che deriva dall’essere una delle più grandi organizzazioni popolari del nostro Paese, senza più baloccarsi al suono della nostra voce quando lo diciamo nei convegni o nelle nostre discussioni.

Perché, in fondo, costruire un potere di pace significa esattamente questo.

Organizzare una società nella quale la cooperazione sia più forte della competizione, la cura più forte del dominio, l’uguaglianza più forte di ogni gerarchia. Una società capace di fare propria fino in fondo la lezione del pensiero femminista: che non può esserci pace senza giustizia, non può esserci libertà senza uguaglianza e non può esserci democrazia se il potere continua a riprodurre relazioni di dominio.

Questo è il mandato che, oggi, mi sento di consegnare al nostro percorso congressuale, insieme al documento politico, al regolamento e all’importante lavoro avviato di indicare già una serie di proposte di revisione dello Statuto nazionale. E grazie alle compagne e ai compagni che ci hanno lavorato.

E con questa responsabilità, ben sapendo che il lavoro da fare è ancora moltissimo e su tantissimi fronti, care compagne e cari compagni, propongo si apra il XIX Congresso nazionale dell’Arci.

Walter Massa

Bologna, 3 luglio 2026

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