I detenuti rinchiusi nelle carceri italiane sono circa 65000, quando la capienza massima prevista è di 44066 posti. In questo quadro il Bassone non fa eccezione, e il sovraffollamente anche lì ha dei numeri spaventosi. Basti pensare che la costruzione, degli anni ottanta, originariamente doveva contenere al massimo 175 persone, ma successivamente, senza che vi siano stati mutamenti della struttura, la capienza è stata raddoppiata e portata a 350 persone. Sembrerebbe uno scherzo, se non fosse che ora a viverci ci sono 555 persone. É in questo scenario che vanno inseriti i 44 detenuti suicidatisi nelle carceri italiane dall’inizio dell’anno (37 impiccati, 5 asfissiati col gas, 1 avvelenato con dei farmaci e 1 sgozzato), mentre il totale dei detenuti morti, tra suicidi, malattie e cause “da accertare” arriva a 125. Oltre a tutto questo bisogna sottolineare come i prigionieri vengano continuamente posti in una condizione di conflittualità tra loro, con lo scopo di rompere quella solidarietà che si viene a creare tra individui privati totalmente della libertà, e che costituirebbe la maggiore minaccia per l’esistenza stessa delle strutture carcerarie. Il potere, l’impunità che il “pacchetto sicurezza” consegna alle guardie per applicare restrizioni e isolamento, l’assenza di igiene, le carenze strutturali…si trasformano in gran parte in arbitrarietà, discrezionalità e prepotenze d’ogni tipo.
Proprio per impedire lo svilupparsi di una solidarietà attiva fra i detenuti e l’esterno del carcere ci è stato impedito fisicamente di volantinare, la casella di posta utilizzata per comunicare con i detenuti è stata bloccata e chi era maggiormente in contatto con noi è stato trasferito in altre carceri. É evidente come la direzione del Bassone cerchi in tutti i modi di impedire l’instaurarsi di rapporti fra i detenuti e l’esterno del carcere: la dotoressa Bregoli sa perfettamente che mantenere l’isolamento fa sì che non si sviluppi quella complicità, quella consapevolezza, quel sentimento di comunanza che è punto di partenza per condividere esperienze e sensazioni e per organizzarsi per migliorare le proprie condizioni. Inoltre la paura di subire ritorsioni (come avvenuto dopo la rivolta dell’agosto 2009) rende difficile “fare qualcosa” perchè le conseguenze potrebbero essere allontanamento, restrizioni, limitazioni ai permessi o a quei pochi privilegi di cui magari si gode.Tutto ciò indubbiamente rende più difficile portare avanti la lotta contro il carcere, ma allo stesso tempo ci conferma che la direzione intrapresa è quella giusta.
Noi siamo fermamente convinti che il carcere, la violenza di stato e le guerre saccheggiatrici siano l’apparato immunitario di questa società divisa in classi. Continueremo quindi a costruire solidarietà attiva con chi sta dentro per diffondere il più possibile quello che succede tra quelle mura e per portare avanti le lotte interne ed esterne, con il chiaro scopo di rompere l’isolamento e togliere a quelle sbarre il loro significato e il loro infame ruolo di dimenticatoio sociale». [Collettivo dintorni reattivi]
