
Il 9 dicembre, allo Spazio Gloria si è salutata con grande energia e partecipazione la striscia di triacetato di cellulosa. È stato allestito un banchetto di sostegno alla raccolta fondi con le creazioni di Saviana Camelliti: collane con pezzi di frame e barattoli contenenti pezzi di pellicola 35 millimetri, che hanno riscosso un grande successo. Il buffet, iniziato alle 19, è stato assalito velocemente da una quarantina di persone. Intorno alle 20 ha iniziato a suonare il trio acustico”Three Wheels”, che ha sfoggiato un repertorio che spaziava da Little Richard a Bob Dylan, passando per i Lynyrd Skynyrd di Sweet Home Alabama.
Tempo di addio vero e proprio in sala, con il discorso di Alberto Cano che anticipa il film Infanzia Clandestina di Benjamin Avila. Dopo oltre 20 anni di “Lunedì del cinema” in pellicola, ci si sente già nostalgici, e del resto l’occhio, durante quest’ultima proiezione, si è concentrato su quelle sbavature del montaggio, sulla polvere della pellicola e sul rumore: quel tic che solo le pellicole portano con sé.
Il film racconta la fine degli anni ’70 in Argentina, attraverso gli occhi di un figlio di militanti. È la storia intima vissuta in prima persona dal regista, che ha voluto inserire la tematica dell’innamoramento per non gravare con il peso di domande che rimangono aperte e ingarbugliate. Il film si apre e si chiude con un’animazione in stile graphic novel, che sottilinea la forza visiva delle immagini e al tempo stesso ne attenua la violenza. Dopo un esilio forzato, a causa dei genitori che sono guerriglieri peronisti dell’organizzazione dei Montoneros, Juan (12 anni, chiamato come Juan Domingo Péron), torna in Argentina con un nome diverso – Ernesto (scelto da lui come Ernesto Guevara) -, festeggia un compleanno diverso, osserva di nascosto i movimenti fugaci che caratterizzano la resistenza; assume posizioni importanti per un bambino, ma allo stesso tempo è pronto a una fuga d’amore con una sua coetanea, perché le loro mani s’intrecciano perfettamente. C’è sempre chi parla e tradisce, ma Juan, nonostante tutto, dirà fino all’ultimo di chiamarsi Ernesto. [Barbara Rizzi – ecoinformazioni]
