
Accordo sulla necessità di non alimentare il terrorismo, né materialmente con finanziamenti ed esportazione di armamenti né ideologicamente; ancora accordo su questo fronte sulla necessità di mantenere fede ai valori democratici, senza arretrare nella paura e nell’immobilità e senza trasformarsi nell’altro, ma ancora qualcosa non coincide, ed è il punto cardine, il come, il cosa fare; se da una parte si suggerisce un supporto economico e strategico ai gruppi non violenti e pacifisti in Iran, Siria e Palestina, dall’altra si vede il fenomeno del terrorismo come il sintomo di un conflitto fra potenze regionali, vera questione da affrontare e risolvere.
E se da un lato in ambito militare l’uso della forza è un mezzo per arginare i comportamenti devianti, dall’altro si richiama la polisemia del termine, l’immenso universo delle sue accezioni non violente, la forza della verità di stampo gandhiano e quella dell’amore di Martin Luther King. Si ricorda la necessità di fare educazione alla pace nelle scuole, di istituire centri studi istituzionali per la risoluzione non violenta dei conflitti e promuovere quegli organi, come i corpi civili di pace e il servizio civile, che si stanno già muovendo in questa direzione.
Dal valore al metodo, quindi, differenze endemiche ostacolano la compenetrazione e la piena collaborazione fra gli approcci; nonostante la volontà di incontrarsi sia evidente, la comunione non è forse ancora abbastanza matura e l’accordo si ferma all’obiettivo. [Marisa Bacchin, ecoinformazioni]

