
L’opera è lì a rendere onore ai caduti in servizio, piuttosto che ad omaggiare l’ospitalità comasca, eppure sembra preannunciare tutto ciò che la stazione San Giovanni e il suo parco rappresentano dal mese scorso, come a ricordare che esiste una piccola parte parte di una piccola città (messaggera di pace da quasi trent’anni) che si preoccupa e si occupa attivamente di questa “emergenza annunciata”.
Da allora, sono passati dieci giorni, e il numero di migranti alla stazione è andato aumentando oltre le 500 persone, per effetto combinato dei nuovi arrivi da sud e dai respingimenti operati dai funzionari elvetici (in un servizio del 16 agosto, RaiNews 24 parla di 1184 casi registrati). Intesa come tappa di transito per chi prosegue verso paesi più a nord, Como si trova così ad ospitare sempre più persone, perlopiù di giovane età e originarie della regione del Corno d’Africa (Eritrea, Etiopia, Somalia). Tra loro (repetita iuvant) diversi minori e molte ragazze e donne, alcune delle quali incinte.
Affrontare un percorso così lungo, accidentato e costoso (sotto ogni aspetto) non è scelta facile. Chi prende questa decisione sa che i rischi che incontrerà saranno probabilmente “meno peggio” delle certezze che si abbandonano: guerra, dittatura, torture, povertà estrema. Etichettare queste persone come “clandestini” e negare loro dignità, ascolto e aiuto costituisce un’ingiustificabile dichiarazione di ignoranza, indifferenza e superficialità e perfino uno schiaffo alla logica più elementare, soprattutto quando all’umana solidarietà si antepongono considerazioni di marketing e di profitto, o quando ci si ritiene più “in pericolo” di quanto lo siano loro, genuina o meno che sia l’argomentazione. Altrettanto ingiusto non rendere il merito a tutti coloro che, dall’Italia e dalla vicina Svizzera, si incaricano personalmente di fornire assistenza a questa comunità in espansione, certo nei limiti del possibile, e con qualche necessario aggiustamento in itinere, ma con efficienza e costanza.
Certamente, non possiamo permetterci ipocrisie nel ricordare quanto complessi e diversificati siano i vissuti dei migranti e quale compito difficile e delicato sia stabilire un dialogo attento ai singoli, oltre che a una “comunità” di per sé piuttosto eterogenea. Agendo in modo coordinato, i volontari riescono a essere di grande aiuto, per quanto non sia affatto scontato che tale contributo sarà sufficiente sul lungo periodo, soprattutto dopo che l’estate sarà terminata. Non possiamo aspettarci che i flussi migratori (in arrivo, in transito, di ritorno) si interrompano in settembre, non finché le istituzioni non interverranno di concerto per alleviare la pressione da entrambi i lati del confine. Con l’arrivo della stagione fredda, peraltro, sarà fondamentale mettere a disposizione dei migranti strutture e servizi adeguati per qualità e quantità.
Unitamente ad aiuti e contributi pratici, si cerca di fornire ai migranti un supporto di tipo emotivo, per quanto possibile. In tutta franchezza, infatti, non ci è dato comprendere con esattezza l’impatto psicologico di un’esperienza di migrazione “irregolare”, non avendolo vissuto sulla nostra pelle. Uno dei rischi contingenti dell’intervento umanitario è la mancanza di efficaci, “simmetrici” canali comunicativi tra le parti. L’intervento di mediatori linguistici e culturali è vitale in questo senso, permettendo ai migranti di interagire tra di loro, creare coesione e rivolgersi alla cittadinanza locale. La lettera redatta mercoledì 10 agosto e pubblicata da ecoinformazioni rappresenta una prova tangibile che la volontà di comunicare c’è, ed è bilaterale, o piuttosto multilaterale. Tale documento riesce nel non facile compito di condensare lingue ed esperienze differenti in una sola voce, offrendo un quadro conciso, ma sincero ed accurato, di ciò che accomuna queste persone, e che ancora troppi “locali”, qui come altrove, ignorano in buona o in cattiva fede.
Quando manca una lingua da parlare, la musica, il più universale dei linguaggi, aiuta a stabilire qualche contatto. Cantando e ballando insieme, migranti e autoctoni possono mettere le reciproche differenze e tensioni tra parentesi. E questa era la bella sensazione che si percepiva la sera di Ferragosto: che anche in situazioni di tensione fosse possibile offrire e ricevere energia positiva, fiducia e incoraggiamento.
Bisogna però essere onesti: non tutti i migranti nel parco si sono uniti ai festeggiamenti. Molti, in effetti, sono rimasti nell’ombra, senza unirsi alla folla. Nel corso dell’assemblea tenutasi la sera del 14 agosto, in effetti, qualcuno ha sollevato perplessità sull’ “appropriatezza” di un’occasione festiva in tale situazione. Pensando a ciò che queste persone vivono e provano quotidianamente, e che si può spesso intuire (comprendere?) da espressioni e atteggiamenti, è difficile dare torto a questa presa di posizione, così come non si può criticare quella di chi, invece, si è unito per un paio d’ore a questo momento di allegria.
Ovviamente non c’è “una risposta giusta” e “una risposta sbagliata” in tali situazioni e sarebbe ingenuo pensare il contrario. Anche dove si riescono a creare coordinamento, coesione e comunicazione, rimane il dato ineluttabile della specificità. Questo è vero per i migranti così come per i locali: mentre non si può certo dire che l’intera cittadinanza si sia precipitata en masse ad offrire aiuto, è doveroso riconoscere e ammirare i risultati di chi, invece, lo ha fatto e lo sta facendo ogni giorno secondo le proprie possibilità; tutto questo, beninteso, nell’augurio che la politica intervenga in modo tempestivo, continuo ed efficace dove e quando necessario, senza delegare le proprie responsabilità ai pure generosi e ben organizzati volontari. [Alida Franchi, ecoinformazioni]
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