
Certo, non tutte queste persone erano presenti all’incontro organizzato da ecoinformazioni alla sede Cna (viale Innocenzo XI) per condividere impressioni e aspettative all’indomani dell’apertura del “campo”, né sarebbe stato fisicamente possibile fare spazio a tutti: un centinaio di loro è bastato a riempire la sala, e a offrire uno spaccato della bella diversità che anima la bella Como. La nostra redazione non può che esserne grata e soddisfatta: dalla serata sono emerse molte idee, alcune risposte, e soprattutto parecchi, interessanti spunti di riflessione.
Già il nome scelto per l’evento, Migranti. E ora?, intendeva incalzare quante più voci possibili a esprimere le proprie idee su questa nuova fase. Finché è durata la stagione estiva, è stato relativamente agevole organizzare e praticare l’assistenza ai migranti in transito (o in arrivo). Ma con il rientro al lavoro o agli studi e l’apertura di una struttura che più di una persona in sala ha definito “istituzione totale”, parafrasando il sociologo Erving Goffman, questo dialogo tra le parti subisce, inevitabilmente, delle trasformazioni.
Dal campo non si entra né si esce in piena libertà: gli ospiti sono muniti di un badge e devono rispettare il coprifuoco, libere visite dall’esterno sono pressoché fuori discussione per la maggior parte degli individui e delle associazioni persino per gli eltti in Consiglio comunale. Certo, la dicitura di “istituzione totale” è vera soltanto in parte (si perdoni il paradosso), poiché i contatti con l’esterno non sono completamente recisi, né l’internamento è coatto; rimangono però non trascurabili disfunzioni (nel centro sono ospitati dei minori, quando ciò non dovrebbe accadere; la densità abitativa dei container rasenta l’insostenibile) e l’ancora insufficiente trasparenza delle dinamiche interne alla struttura, sia nei confronti degli osservatori esterni, sia soprattutto verso chi nel campo ci vive, o perlomeno ci sopravvive (la parola “vita” ha una connotazione più ampia e complessa della mera esistenza biologica). Da un punto di vista strettamente pragmatico, una struttura di accoglienza pure provvisoria potrebbe consentire una mappatura più precisa del fenomeno migratorio in atto – chi parte, chi resta, chi viene espulso o domanda asilo, e perché – , ma questo, è evidente, non basta a compensare le carenze dell’intero sistema di accoglienza, che vanno soprattutto a scapito dei minori, per i quali le strutture preposte sono ormai quantitativamente insufficienti.
Questa è una delle contraddizioni in termini evidenziata da Fabio Cani, codirettore di ecoinformazioni, relativamente alla narrativa delle migrazioni, che riempie spesso le bocche di “parole magiche”. Spesso e volentieri si fa riferimento all'” accoglienza”, senza preoccuparsi di garantire il riconoscimento dell’altro come nostro pari. Le parole e le distinzioni sono importanti, anche (soprattutto?) quando se ne abusa, come nel caso della stantia distinzione tra rifugiati, richiedenti asilo e migranti economici, come a sottintendere che gli uni siano più meritevoli di protezione degli altri e che condizioni di vita estremamente critiche non siano di per sé sufficienti a giustificare la ricerca di migliori prospettive.
Analogamente, “carità” e “legalità” assumono una valenza selettiva quando dovrebbero rivolgersi a tutti e a tutte, indistintamente. “Legalità”, peraltro, è un termine più moralmente ambiguo rispetto a “giustizia”: ma se le leggi vigenti non garantiscono una gestione umanamente sostenibile della situazione migratoria – nella fattispecie-, allora sarà giusto insistere per una revisione delle stesse, come affermato da Celeste Grossi, Arci Como e consigliera Paco-Sel al comune di Como.
Comunque, la chiusura dei confini non è un deterrente molto efficace quando le ragioni per migrare prevalgono sulla motivazione a rimanere fermi, e i migranti a Como hanno ripetutamente insistito per un’apertura della frontiera elvetica, per poter raggiungere altri paesi europei più a nord. Che siano relativamente in pochi ad optare per la richiesta d’asilo allo Stato italiano è un dato rivelatore della loro motivazione a proseguire il proprio viaggio, e della loro distanza dall’immagine di passive vittime del sistema che viene loro associata, sia pure “in buona fede”. Che si continui a insistere su soluzioni di tipo isolante, statico, “cosificante”, rispetto a modelli integrativi, dinamici e parificatori, rivela che, al di là della “bella società”, c’è ancora chi si sente al sicuro solo in presenza di una barriera reale o virtuale. È probabilmente anche su queste persone che si dovrebbe intervenire, mettendo a nudo le contraddizioni e le degenerazioni di un troppo esasperato stato di sorveglianza, che comprendono i frequenti abusi di potere nei confronti dei migranti: comportamenti di cui alcuni sanno, ma ancora quasi nessuno parla. [Alida Franchi, ecoinformazioni] [Foto Alida franchi, ecoinformazioni e Claudio Fontana per ecoinformazioni] [Video di Pietro Caresana, ecoinformazioni].
