
Quel silenzio – e vorremmo davvero che, per una volta, risultasse assordante – significa il rispetto per un dolore enorme che nessuna parola spesa solo per dovere (o, peggio, per marcare la propria presenza) può lenire.
Abbiamo seguito con attenzione ciò che è successo e ciò che ne è seguito; abbiamo ascoltato e letto le molte parole che sono state pronunciate e scritte. E il nostro silenzio significa anche l’ammissione che, nonostante tutto, non siamo riusciti a darci una spiegazione.
In questi giorni, sempre più spesso, mi è tornata in mente la proposizione che chiude il Trattato logico-filosofico di Ludwig Wittgenstein, una frase spesso citata e molte volte a sproposito: «Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere». In questo caso, mi sembra doveroso ricordarsene.
E, dopo questo silenzio, la domanda che resta non è, come potrebbe sembrare, «Dove eravamo, dove erano tutti, mentre questo succedeva?», ma la sua reciproca: «Dove saremo, dove saranno tutti, domani, mentre altre cose, come questa, accadranno?».

