Diritti, non reati: ascoltate quella scritta

«In questi giorni è emersa una notizia che interpella profondamente la coscienza democratica del nostro Paese: una persona è indagata per imbrattamento, colpevole di aver scritto sui muri parole di solidarietà al popolo palestinese. Non siamo qui a giustificare l’imbrattamento degli edifici pubblici. Ma siamo qui, sì, a ribadire che ci sono gesti che nascono da un’urgenza reale. Gesti che non si spiegano se non si ascolta il grido di una generazione che chiede giustizia, che pretende ascolto, che rifiuta l’indifferenza e sceglie – anche rischiando – di non restare in silenzio.

È legittimo domandarsi: com’è possibile che a farsi carico dell’orrore che si consuma ogni giorno a Gaza sia una persona “comune”, mentre chi governa questo Paese non trova il coraggio – o la volontà – di assumere una posizione chiara, di esercitare pressione, di chiamare le cose con il loro nome?

Da mesi assistiamo al massacro di un popolo, al suo genocidio: ospedali bombardati, scuole distrutte, bambini mutilati, famiglie annientate. Le immagini e le testimonianze sono sotto gli occhi di tutti. Le organizzazioni umanitaria e giornaliste indipendenti parlano chiaro: si tratta di crimini contro l’umanità. Eppure, le risposte delle istituzioni europee, italiane e locali restano flebili, sfocate, talvolta persino complici, rese afone da calcoli e opportunismi.

E così, nel vuoto assordante delle responsabilità, sono le persone “comuni” a diventare voce. Una scritta, uno striscione, un corteo. Gesti semplici, a volte imperfetti, ma pieni di senso. E invece di essere ascoltati, vengono colpiti dalla repressione. Invece di essere accolti come segnali di partecipazione civile, vengono trattati come minacce da contenere.

A tutto ciò si aggiungono episodi che inquietano e indignano: durante il recente Giro d’Italia, in più città, si è assistito alla rimozione di bandiere palestinesi, all’identificazione di chi le esponeva, a controlli e intimidazioni. Nessuna minaccia, nessuna violenza. Solo un simbolo. Ma anche quel simbolo è stato trattato come un problema da reprimere.

E mentre si colpiscono le bandiere della solidarietà, si tollerano le adunate dell’odio. Succede a Dongo, ogni anno, dove saluti romani e simboli fascisti vengono esibiti senza vergogna, sotto gli occhi dello Stato. E nessuno interviene, nessuno indaga. Anzi, spesso si volta lo sguardo. Come se quelle immagini fossero folclore, e non invece un insulto alla nostra memoria democratica e antifascista.

Siamo davanti a una distorsione inaccettabile del principio di giustizia: chi denuncia l’ingiustizia viene perseguito, chi la rivendica resta impunito. Chi scrive “Palestina libera” finisce sotto indagine. Chi inneggia alla dittatura fascista passeggia indisturbato.

Ma la libertà di espressione non è un privilegio da dosare secondo le opinioni. È un diritto. E la democrazia si misura anche da questo: da come trattiamo chi ha il coraggio di alzare la voce contro l’ingiustizia, anche quando lo fa in forme non convenzionali, scomode, ma mosse da un bisogno profondo di verità e solidarietà.
Se oggi ci scandalizzano per una scritta sul muro ma non per le bombe su Gaza, allora il problema non è la legalità ma la coscienza collettiva.

Per questo chiediamo che le accuse contro questa giovane attivista vengano ritirate. Che quel gesto – quella scritta sui muri – venga letto per ciò che è: un grido, una domanda, una richiesta di giustizia.

Perché la giustizia non può fermarsi all’apparenza di un gesto, ma deve saper ascoltare le ragioni che lo hanno generato, soprattutto quando nascono da un bisogno profondo di solidarietà e dignità.
E perché la democrazia è autentica, anzi lo è davvero, quando sa accogliere anche le parole scomode, quelle che nascono dal coraggio di chi denuncia l’ingiustizia e invoca verità». [Arci, Cgil, M5s, Prc, Si] (prime adesioni)

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