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Missione in Nagorno Karabakh/ Intervista a Rossella Pera


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Rossella Pera è insegnante all’istituto Giovanni Pascoli di Como, consigliera comunale a Fino Mornasco e partecipante attiva a Iusy [International Union of Socialist Youth], con cui, lo scorso mese di settembre, ha partecipato a una missione diplomatica nel Nagorno Karabakh, un’area del Caucaso segnata da una prolungata situazione di conflitto. 

Non si sente parlare molto spesso del Nagorno Karabakh. Che caratteristiche ha questa terra, e perché organizzare una missione internazionale proprio lì? Il Nagorno Karabakh è noto con questo nome a livello internazionale, ma questa regione del Caucaso è associata a diversi toponimi, che riflettono il crocevia culturale dell’area eurasiatica-mediorientale in cui è collocato. La popolazione locale, che è in vasta maggioranza di etnia armena, lo chiama Artsakh. Di fatto, l’Armenia è praticamente contigua al Nagorno Karabakh, che si trova però inglobato nel territorio azero. Questa situazione ha provocato la situazione di conflittualità che, a fasi alterne, ha caratterizzato l’area negli ultimi trent’anni: la missione a cui ho partecipato con Iusy intendeva proprio monitorare gli sviluppi delle trattative di pace, destando consapevolezza internazionale su questa prolungata crisi geopolitica.

Quali sono gli attori coinvolti nel conflitto? La situazione attuale del Nagorno Karabakh è così complicata perché interessa diversi “livelli” di conflittualità. A livello locale, il conflitto segna in modo “endemico” i rapporti tra la popolazione del Nagorno Karabakh/ Artsakh, che si è reso indipendente nel 1991 come “Repubblica dell’Artsakh”, e lo Stato azero, che ufficialmente detiene ancora il controllo del suo territorio (le cui istituzioni pubbliche sono però autonome de facto, e anche molto avanzate). Il problema 1080px-Flag_of_Artsakh.svgfondamentale è che si assiste a uno scontro tra due importanti principi del diritto internazionale: quello dell’autodeterminazione dei popoli, impugnato dalla popolazione locale e sostenuto dall’Armenia, e quello dell’inviolabilità dei confini, rivendicato dall’Azerbaigian. Allo stato attuale, Yerevan [capitale dell’Armenia] non esercita pressioni perché il Nagorno Karabakh sia annesso al territorio armeno ufficiale, pur sostenendone l’indipendenza dal governo azero e fornendo assistenza militare alla Repubblica dell’Artsakh. La preoccupazione è che, dovesse il Nagorno Karabakh abbandonare questo “corridoio” azero occupato, Baku [capitale dell’Azerbaigian] provvederebbe a fare piazza pulita degli Armeni residenti in Azerbaigian: uno scenario che preoccupa comprensibilmente il popolo armeno, la cui storia è già segnata da pogrom e diaspore.
A questa situazione già di per sé complicata si sovrappongono gli equilibri internazionali di potere, ora in una delicata fase transitoria, e gli interessi economici legati alla posizione del Caucaso e alla sua ricchezza di risorse energetiche. Prima potenza egemonica nell’area è certamente la Russia, storicamente alleata dell’Armenia e dell’Iran, che si sta però riavvicinando a Turchia e Azerbaigian (avversario dell’Armenia in questo conflitto). Importante è però anche l’influenza degli Stati Uniti la cui politica, tradizionalmente anti-russa e filo-azera, è controbilanciata dalla pressione delle lobbies armeno-americane. Molto più contenuta è l’influenza dell’Unione Europea sulla questione, e anche le risoluzioni Onu sulla questione hanno spesso ceduto il passo alle ostilità. Di recente  – il 16 ottobre – la questione del Nagorno Karabakh è stata discussa a Ginevra in un summit dell’Osce, ma perché i negoziati di pace possano avere un seguito positivo, è necessario un cambio di prospettiva sulla questione, non solo in loco ma anche a livello internazionale.

Quale sarebbe un approccio costruttivo? Come nel caso del conflitto israelo-palestinese [Pera ha partecipato a una missione in Israele e Palestina nel 2015, ndr], non ha senso perseguire la pace attraverso le rivendicazioni, che possono essere strumentalizzate o confutate, chiamando in causa i rapporti di forza internazionali e sovrapponendo interessi economici e strategici alla questione specifica. Sempre le rivendicazioni, in fondo, sono legate a una visione individualista, egoistica del conflitto; mentre una situazione di pace si costruisce, per definizione, sulla base di comuni valori che devono essere individuati, applicati e tutelati di concerto. Il 18principale nodo da risolvere riguarda, si è detto, lo scontro tra il principio di inviolabilità (e non immutabilità) dei confini e quello dell’autodeterminazione. Se da una parte è rischioso appoggiare ogni forma di indipendentismo, come insegna la recente cronaca europea e italiana, è forse ancor più pericoloso anteporre istanze di Realpolitik e controllo territoriale ai diritti di una popolazione che si è dimostrata capace di sviluppare istituzioni democratiche avanzate e funzionanti, come abbiamo avuto modo di testimoniare.
Nella cronaca internazionale, la questione passa spesso in sordina, o è affrontata in maniera parziale: ho perciò in programma di promuovere sul nostro territorio un percorso di conoscenza a riguardo. [Alida Franchi, ecoinformazioni (ha collaborato Vincenzo Colelli, ecoinformazioni)]

[Questa è una versione sintetica dell’intervista condotta da Alida Franchi e Vincenzo Colelli  che sarà in versione integrale nel settimanale ecoinformazioni  595, online da martedì 31 ottobre].

On line sul canale di ecoinformazioni il video-intervento introduttivo di Rossella Pera di Vincenzo Colelli, ecoinformazioni.


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