La lotta del mondo rurale, la terra bene comune, le contraddizioni, la produzione di cibo e salute. Le proteste europee che coinvolgono il mondo agricolo hanno radici antiche e sono profondamente legate allo stato di salute del pianeta e dei suoi abitanti, agli interessi delle grandi multinazionali della produzione e del commercio, alle politiche agricole della UE e alla possibilità di creare futuro; non ha caso lo slogan azzeccato dei francesi è «la nostra fine sarà la vostra fame».
Proviamo a fare il punto della situazione e a svolgere un breve ragionamento dal nostro punto di vista, quello di una associazione che pratica agricoltura di prossimità e agricoltura sociale a Como, che appoggia la campagna “Difendi la rigenerativa” e che fa parte di Ari (Associazione Rurale Italiana), quindi della Via Campesina, che raccoglie in tutti i continenti 200 milioni di contadini sul tema prioritario della
sovranità alimentare.
A fine dicembre scorso il governo tedesco ha annunciato un aumento delle tasse e un taglio dei sussidi agricoli, eliminando i principali privilegi fiscali per gli agricoltori, tra cui un’agevolazione fiscale sul gasolio. La lotta dei trattori è iniziata su temi nazionali in Germania, un paese in crisi economica e in recessione da sei mesi, poi nel corso del mese di gennaio si è allargata alla Romania, alla Francia, al Belgio, all’Olanda, alla Spagna e all’Italia, su temi in parte simili (riduzione degli sgravi e dei sussidi), ma anche perché la siccità degli ultimi anni e la guerra in Ucraina con l’aumento dei costi, hanno ridotto di molto i guadagni. Queste motivazioni che sono nate da un disagio comune, si sono saldate con richieste di carattere generale: cambiare le strategie del Green Deal europeo; bloccare il libero commercio con l’Ucraina che sta portando merci a basso costo nel mercato interno della U.E.; ritirare l’accordo con il Mercosur (il mercato comune del sud America con Brasile, Argentina, Paraguay, Uraguay) che prevedeva un libero scambio di merci e quindi anche l’arrivo in Europa di prodotti agricoli a basso prezzo, in gran parte coltivati con sistemi vietati in area U.E.; cambiare la politica della P.A.C. (Politica Agricola Comune) che da sola
impegna il 31% del bilancio europeo.
La lotta si sta svolgendo in maniera sostanzialmente indipendente dai grandi sindacati e dalle grandi organizzazioni di settore che per loro natura fanno azioni di lobbing, insieme alle corporazioni e all’agroindustria, con le maggioranze politiche che a turno occupano le poltrone del potere; quindi tutti i governi nazionali si stanno muovendo con i piedi di piombo, accettano alcune richieste (come quella di
rimandare i blocchi degli sgravi e dei sussidi, o di sospendere l’accordo Mercosur) e cercano di dialogare per spegnere il fuoco della protesta, per paura che le prossime elezioni europee possano essere influenzate anche da questa lotta e dalle forze estreme, in genere di destra, che cercano di cavalcarla.
La lotta dei trattori ha riaperto tutte le problematiche irrisolte: quella del libero commercio che ha trasformato il cibo in merce che non può coesistere con la pratica di produrre cibo come bene comune, quella tra mercantilizzazione del settore sottoposto a estrema concorrenza e mercati locali a filiera corta, quella tra agricoltura tradizionale che usa pesticidi per massimizzare la produzione e l’agro-ecologia che
mantiene la biodiversità, quella tra cibo a basso costo prodotto per la grande distribuzione e cibo sano che garantisce lavoro e qualità della natura, quella tra terra come prodotto finanziario e terra come casa comune non riconducibile solo a merce.
Inoltre sono emerse tutte le contraddizioni di un mondo agricolo eterogeneo che non condivide né gli stessi interessi né gli stessi obiettivi: l’80% dei sussidi agricoli va a meno del 20% delle imprese agricole, spesso grandi proprietà che producono solo con la chimica e il bracciantato sottopagato, grandi allevamenti, causa di inquinamento, che producono per la grande distribuzione e il mercato globale. In questa situazione che vede le piccole società agricole schiacciate nella morsa tra grande distribuzione
che impone prezzi da fame e aumento dei costi, l’agro-ecologia naturale e biologica che lavora prevalentemente per i mercati locali, per la biodiversità ed è attenta al lavoro, soffre e non è sostenuta. Il risultato è che in tutta Europa aumenta il fenomeno dell’abbandono e della concentrazione della proprietà delle terre in mano a grandi trust. Ci sono quindi diverse lotte nel mondo rurale che rispecchiano due orizzonti diversi: mantenere una agricoltura industriale, chimica e intensiva foraggiata dalla P.A.C., o spingere verso forme di agro-ecologia. In ogni caso non è responsabilità degli agricoltori se la Commissione Europea ha ridotto gli obiettivi delle strategie del Green Deal europeo, perché il voto contrario del Parlamento europeo (non ha ridotto l’uso dei pesticidi, non è intervenuto sui grandi allevamenti, ha prorogato l’uso del glifosato per altri dieci anni, non obbliga al ripristino della natura per le aree agricole inquinate) aveva già trasformato il piano a mere enunciazioni di principio.
Il percorso non sarà breve ma serve una alleanza per la terra con i movimenti dei giovani sensibili al futuro, per costruire una piattaforma comune. In Italia il diverso trattamento di fronte alle lotte di questo mondo è emblematico: i giovani dei movimenti ambientalisti e animalisti sono criminalizzati, il movimento dei trattori è ricevuto nelle stanze dei bottoni; manca una visione ampia di transizione ecologica che superi la logica dei sussidi e delle compensazioni.
Noi crediamo che le contadine e contadini, le piccole e medie aziende siano fondamentali per la sicurezza alimentare, la lotta contro il cambiamento climatico e la conservazione della biodiversità. L’agricoltura contadina è considerata marginale da chi la ritiene erroneamente ininfluente sul piano economico e produttivo, tuttavia, questa è una concezione del tutto errata. Alcuni elementi di questa agricoltura
costituiscono infatti quella che è la forma più diffusa di coltivazione nel mondo e in Italia (1 milione su 1.300.000 circa): l’agricoltura familiare produce oltre l’80% del cibo mondiale. Questa agricoltura contribuisce a conservare la ricchezza della biodiversità e dei paesaggi agrari, tiene popolate le campagne e la montagna, vivi i saperi, le tecniche e i prodotti locali.
Noi crediamo che serva una rinnovata politica agricola comunitaria (P.A.C.) che non distribuisca fondi sulla base degli ettari che una impresa possiede (pagare il lavoro non gli ettari), meccanismo che favorisce i latifondi e le grandi aziende quotate in borsa; serve inoltre un maggior sostegno alla agricoltura naturale e biologica con agevolazioni fiscali e impegno delle amministrazioni locali a difendere e valorizzare i
terreni agricoli nei piani territoriali, a creare occasioni di mercati locali per avvicinare i consumatori a chi produce cibo buono, a rinaturalizzare aree dismesse; serve più in generale una reale sovranità dei semi prodotti (i semi devono essere posseduti e scambiati liberamente) per uscire dalla logica mercantile della produzione che vede poche multinazionali possedere i semi necessari alla produzione agricola. [Alberto Bracchi, Sandro Giana, Manuela Serrentino, Marco Lorenzini del direttivo di Terra Viva Aps Como]

